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mercoledì 6 febbraio 2013

Jon (Favreau) goes to Hollywood

Prima la notizia. Il ghostwriter del Presidente Obama, Jon Favreau, 32 anni, lascia lo staff presidenziale per andare a Hollywood. Quasi sicuramente farà lo sceneggiatore. Tanto per comprenderne l'importanza, si tratta di colui che, da quando aveva 23 anni, scrive i discorsi di Barack Obama e l'ha accompagnato dalla campagna elettorale per diventare Senatore. Lui ha inventato "Yes, we can", tanto per dire. Ed era il membro dello staff con lo stipendio più elevato. Ora, uno come me che vive in un Paese dove non si neanche cosa faccia un ghostwriter o chi siano quelli nostrani (tranne rare e non memorabili eccezioni), si domanda: ma chi gliel'ha fatto fare? Lui non commenta ma c'è un indizio: Jon Lovett (30 anni), pure lui ex speechwriter di Obama, è uno degli sceneggiatori della serie 1600 Penn, appena lanciata dalla NBC. Quindi Favreau non è il primo a fare il salto da Washington a Los Angeles. Forse pagano ancora meglio.

Il sostituto di Favreau è Cody Keenan, di cui avevo già accennato a suo tempo (è quello vestito da pirata) e autore del bellissimo discorso del Presidente Obama dopo la strage di Tucson. Ah, quasi dimenticavo, ha 32 anni. Insomma, nel team di chi scrive i discorsi del Presidente degli Stati Uniti sono tutti under 35. E non vengono messi là perché servono "quote azzurre" o perché gli americani hanno una passione per gli stagisti ma perché quei ragazzi valgono, sanno scrivere. In più, sanno entrare in sintonia con la persona che le loro parole le deve intepretare per trasmettere informazioni ed emozioni, concetti forti e complessi. Perché dietro a un grande leader c'è un gruppo di lavoro che risulta molto più decisivo, nei fatti, rispetto a un dibattito televisivo. Un gruppo di giovani capaci che vengono responsabilizzati. Da noi di team non si parla quasi mai, si cita solo qualche spin doctor così, per fare quasi folklore. Over 50 con carriere fatte di altro alle spalle, per esempio.

Io di trentenni italiani che scrivono da Dio in rete ne leggo a decine, magari a qualcuno di loro interesserebbe fare il ghostwriter se gliene fosse data la possibilità. E uno stipendio. Poi un futuro a Cinecittà lo vedo difficile ma inizierei con una politica di piccoli passi. Iniziamo a far sapere cos'è un ghostwriter, già mi accontenterei.

mercoledì 7 novembre 2012

Una lezione di comunicazione, in un tweet

Barack Obama vince le elezioni e il secondo mandato come Presidente degli Stati Uniti (e io ho indovinato quasi tutto). Come lo annuncia? Su Twitter. Una foto, tre parole: four more yearsIl discorso verrà dopo, sintetizzato nel motto "the best is yet to come". Ma riguardate il tweet, c'è tutto: la felicità, l'emozione, la soddisfazione personale e professionale, la perfetta conoscenza del mezzo, uno staff fenomenale (fattore determinante per la vittoria).

Una lezione forte e semplice, al tempo stesso. Si può dire tanto con un'immagine e tre parole. Lui ha detto tutto. Chapeau.


Aggiornamento: molti post e articoli hanno sottolineato come la foto postata da Obama non fosse relativa alla notte dell'elezione ma di molto precedente (vedi qui). Addirittura, c'è chi la definisce "un falso storico". Il mio punto di vista: Obama ha vinto anche grazie a uno staff di qualità parecchio superiore rispetto a quella del suo sfidante. Alcune di quelle persone ci hanno messo anni a scegliere il font giusto da utilizzare per la campagna (il Gotham, vedi qui). Allo stesso modo, la foto della vittoria era stata già selezionata tra le migliaia di elevata qualità a disposizione, pronta all'invio. Come era già pronto il discorso della vittoria e della sconfitta. Come erano già pronte mille altre cose (compreso il sito per la vittoria di Romney andato online per sbaglio).

Chi pretendeva una foto in tempo reale "alla instagram" è un inguaribile romantico: in campagna elettorale, nulla è lasciato al caso o all'improvvisazione. La questione della verità e della sincerità lasciamole stare, per favore. Quella foto diceva esattamente quello che il Presidente rieletto voleva comunicare. Basta e avanza, il resto è fuffa. "Una lezione di Social Media" dice Vicenzo Cosenza nel post sul falso storico. Condivido in pieno questo, non il titolo.

lunedì 5 novembre 2012

Un buon giornale è una nazione che parla a se stessa


Volete un semplice esempio per sapere come funziona (male) l’informazione in Italia? Le elezioni americane. L'argomento mi appassiona dal 1988, da Bush padre che massacra Dukakis dopo 8 anni di Reagan. Non dall’era Obama. Se vogliamo approfondire la cosa sui media, oggi, vediamo un sacco di fumo e pochissimo arrosto. Partiamo da una domanda chiara e semplice: nelle elezioni americane vince chi prende più voti popolari? No. Diventa Presidente chi ottiene più voti dei “grandi elettori”, i quali vengono eletti, in numero predefinito, in ogni Stato. La differenza non è lieve. Al Gore nel 2000 ottenne più voti popolari di George W. Bush ma, perdendo la Florida di 537 voti (e vedi qui se e come la perse), perse la Casa Bianca. Insomma, un Risiko: si vincono gli Stati e, facendo la somma dei Grandi Elettori, si ottiene il Presidente degli Stati Uniti. Trovate tutto, ovviamente, su Wikipedia.
Quale informazione invece danno i nostri media? Sondaggi sulle tendenze di voto delle donne single. O di latinos, afroamericani, gente del midwest e chi più ne ha più ne metta. Tanta fuffa, pochissima sostanza. Oppure tutte le luci accese sui dibattiti dei candidati, che sembra che spostino centinaia di migliaia divoti. Kennedy nel 1960 distrusse Nixon in tutti i dibattiti e vinse, certo, ma di 112mila voti, appena lo 0,2%, un record ancora non superato. In termini di Grandi elettori invece? 303 a 210. Che sembra un massacro, no? Se andate sul sito www.politico.com, nella sezione degli Swing States (gli stati in bilico), potete fare le vostre previsioni, capendo esattamente come funziona la partita. Ogni stato ha un peso: la California ha 55 Grandi Elettori, l’Alaska 3. Un sistema spiegato in modo chiaro, semplice, efficace. Da noi? Un esempio.
Il sistema americano è giusto? Non lo so, quel che è certo è che funziona (quasi) sempre. Perché non ci viene spiegato bene? Si parla tanto di Ohio e Florida come Stati decisivi senza evidenziare, in modo comprensibile a molti e senza ammiccamenti da addetti ai lavori, perché dovrebbero essere decisivi. Qui sta il succo della crisi dell’informazione: tanta quantità e analisi, poca qualità e chiarezza. Belle eccezioni in questo scenario mediocre ne esistono, un esempio qui e un altro qui (partendo da West Wing, serie favolosa): tanti fatti, poche parole, una specie di infografica utile (mica sono tante). Poi ci sono progetti e idee interessanti (come questo, segnalatomi da Michele D’Alena) ma qui si entra più sul gioco che sull’informazione.

Come disse Arthur Miller, “un buon giornale è una nazione che parla a se stessa”. A noi, oltre a un modello sostenibile per l’editoria del futuro (sempre che possa esistere), ci mancano i buoni giornali. E una nazione di persone che, finalmente, impari a scegliere cosa ascoltare.

Chi vincerà? Io la mia previsione su www.politico.com l'ho fatta, è qui sotto. Stiamo a vedere.