martedì 25 novembre 2014

Repetita iuvant?


Ho appena finito di leggere un libro che parla di relazioni, di media digitali, di conversazioni. Si tratta di un'autrice davvero brava, che scrive come pochi, raramente banale. Eppure, pur formalmente perfetto, l'ho trovato privo di anima, di scintilla, di curiosità. Era come leggere una serie concatenata molto bene di pensieri (suoi) già letti, già scritti, già emersi. Il fatto è che quando le aspettative sono alte, come in questo caso, penso sia facile che accada. Ma non è questo il punto. Mi sono rivisto in modo chiaro in quel libro: da tempo, forse troppo, io e altri stiamo girando intorno agli stessi concetti, alle stesse (false) novità, alle stesse analisi. Lo stesso disco nel quale rimescoliamo solo le tracce. Quando guardiamo lo specchio, e non il numero di amici o follower, non vediamo niente di nuovo.

Internet non è più una novità da molto tempo, Facebook ha dieci (ripetiamo, dieci) anni, Twitter otto. Eppure siamo sempre lì a dire che le aziende non capiscono la rivoluzione che scorre sotto i loro piedi, che non fanno relazioni in modo giusto, che non scrivono contenuti interessanti. Lo storytelling? Ne leggo 10 al giorno di titoli di post sullo storytelling e non c'è nessuno di questi che mi dica qualcosa di nuovo. Questo è anche il motivo per cui questo blog non è più aggiornato due volte a settimana ma una al mese: qualdo leggo di un tema che mi ispira, faccio una ricerca e trovo un post già scritto, più bello, più interessante, più appassionato di quello che mi accingo a scrivere. Già all'interno di questo blog. E questo mi deprime un po'.

Io continuo a chiedermi come mai non esista ancora un social network aziendale che permetta alle aziende di trovare partner, clienti, rivenditori, fornitori senza ricorrere alle ricerche di Google. Possibile che se cerco un vecchio amico lo trovo in due secondi su Facebook o LinkedIn mentre se cerco un grafico devo andare a ripescare un vecchio biglietto da visita, chiedere a un collega o usare un motore di ricerca? Dai, non venitemi a dire che il grafico, lo stampatore o altre figure così le cercate su Facebook, non vi credo. Ed ecco, appare la scintilla, di queste cose ho scritto già e più volte.

I mercati sono conversazioni, si sa. Ma il Cluetrain Manifesto è del 1999. Sarebbe ora di aggiornarle, quelle conversazioni.

venerdì 24 ottobre 2014

Il terrorismo della cioccolata

Leggo oggi la notizia che un'azienda belga che produce e vende cioccolato (ripeto, cioccolato) ha deciso di cambiare la propria denominazione che usa dal 1923. Come si chiama? ISIS Chocolates. Come capiranno tutti, il motivo è legato all'assonanza con un'organizzazione islamica diventata molto famosa nei media negli ultimi tempi. Al di là del fatto che spero vivamente sia una bufala (non ho avuto tempo di controllare ma lo farò e rettificherò in caso, da buon amante del fact checking), resta l'idea che il terrorismo ci possa condizionare in molti modi anche se non dovrebbe.

Come può pensare che una persona media possa farsi condizionare dall'acquisto di una barretta di cioccolata se questa si chiama come un'organizzazione islamica che controlla un territorio tra Iraq e Siria? E se domani nasce l'Islamic Brave Movement - IBM dobbiamo porci un problema di acquisto di un server? Ripeto, cambiare la denominazione di un'azienda quasi centenaria per motivazioni come queste la ritengo, oltre che un'idea poco strutturata, un danno di immagine non da poco. C'è da fare un rebranding totale con queste motivazioni? No, semplicemente.

Business is business, amici belgi. Tenete duro, tenete il nome e vedrete che festeggerete i 100 anni senza più patemi tra qualche anno.

(Photo credits: ISIS Chocolates)

mercoledì 30 luglio 2014

Verso la seconda pagina di Google e oltre


Un vecchio modo di dire usato da chi si occupa di Internet è che la seconda pagina di Google "è il posto migliore dove nascondere un cadavere" perché nessuno andrà mai a vederla (un esempio su milioni è qui). Il mito dei primi risultati del più famoso motore di ricerca del mondo, anche se ormai è riduttivo descriverlo così, è ancora splendente e intoccabile, ci sono decine di post a confermarlo. Tuttavia, come sempre, anche i miti hanno i loro limiti. "La psicanalisi è un mito tenuto vivo dall'industria dei divani" diceva Woody Allen. E, prendendola con ironia ma non troppo, si potrebbe dire che la prima pagina di Google è un mito tenuto vivo dall'industria del Web.

Se ci si pensa un attimo, questo approccio conviene a tutti. Un "win-win" perfetto. A chi fa business sulla ricerca (Google ma non solo) promuove il mito perché li si concentrano i maggiori ricavi dell'advertising (vedi un Tagliaerbe d'annata, un post del 2009 trovato al secondo posto della mia ricerca "come fa i soldi Google", e questo, più recente). A chi con Internet e dintorni ci fa il fatturato, non solo in termini di SEO, conviene perché fa acquisire credibilità e importanza a tutta una serie di servizi online che offrono alle aziende. Alle aziende stesse, che pagano per essere lì, ai primi posti al sole, come ai bei vecchi tempi dei media planning su quotidiani e settimanali. Un complotto, insomma? No, ovviamente, solo un modello di business che funziona alla perfezione.

Lungi da me dal voler smentire il mito, che ha basi solidissime. Ma tanto dipende anche dal come si usa, e perché, un motore di ricerca. Se io sto cercando informazioni rare, quasi nascoste, come numeri di telefono, e-mail o nominativi di decision maker aziendali, difficilmente le troverò nella prima pagina. Perché sono dati non comuni, poco linkati, magari inseriti online una sola volta, "tanto chi vuoi che li trovi". Sono informazioni che fanno la differenza tra una mail a vuoto e un'opportunità di business. In più, diamo per scontato che i dati più rilevanti siano presenti su siti costruiti come si deve, gestiti da gente che sa come ottimizzare contenuti e parole chiave, che siano posti ideali da trovare. Non è così, specialmente nel B2B.

Nella pagina 5 o 6 di Google si trovano miniere di informazioni utili per il business. Se vi dicessi che il 90% degli utenti guarda anche la seconda pagina di Google, e non alla ricerca di cadaveri, ci credereste? Una ricerca di SurveyMonkey dice esattamente questo. Il mito resiste ma qualche riflessione ulteriore male non fa.

venerdì 27 giugno 2014

Si fa presto a dire "geniale!"

Il morso di Suarez a Chiellini durante i mondiali brasiliani è stato, oltre che una brutta pagina di sport, un formidabile incentivo per proporre svariate iniziative di marketing e comunicazione. I Social Media, per ora, sono stati gli assoluti protagonisti, per ragioni molto semplici da comprendere in termini di velocità di creazione e pubblicazione. Ha iniziato McDonald's Uruguay, seguita a ruota da produttori di gomme da masticare, catene di ristoranti e tanto altro (vedi qui). Insomma, un connubio ideale tra sport e food con una manciata di ironia a condire il tutto. Per quanto riguarda l'Italia, abbiamo due illustri esempi (vedi qui e qui) e quella di Barilla stravince: immagine elegante, ironia deliziosa e un claim, "mordi e fuggi", perfetto.
C'è un ma. Si fa presto a dire che una campagna di marketing è "geniale", se andate su Twitter (o su Facebook) ne trovate a centinaia di idee "geniali", il termine è entrato nella lingua dei social network e non da oggi. Poi, insomma, è una parola di 7 battute ("geni" addirittura di 4, fantastica per un retweet espresso) che vuol dire tantissimo in un mondo "social" in cui pensiero e scrittura vanno veloci, spesso anche troppo. Il problema è che le campagne di marketing, oltre alle idee geniali, alla creatività e alle capacità di padroneggiare i mezzi, devono avere degli obiettivi, concreti e misurabili. Come abbiamo già visto, non sempre un'idea che sembra geniale poi porta a quei risultati concreti che ci si aspetterebbe: Coca Cola e le sue "geniali" lattine personalizzate in Italia non hanno portato a un aumento delle vendite. Certo, questo non è l'unico parametro per analizzare il successo di una campagna di marketing (che non fa miracoli, mai e repetita iuvant) ma è uno dei fattori, e neanche uno secondario.

Queste campagne su morsi e "mangiare italiano" portano benefici a livello di posizionamento sul mercato:
  • Fanno testare con mano la creatività delle aziende e delle persone che vi lavorano in modo diretto e competitivo (tante idee, solo alcune vincono in termini di numero di like, impressions e retweet).
  • Fanno aumentare la visibilità del marchio e della sua percezione in modo positivo (un "però, bravi questi di McDonald's!" non è mica poco per un'azienda abituata a essere più criticata che adulata).
  • Fanno vedere come le aziende interagiscono col mondo, sanno cosa succede fuori, si adattano velocemente a notizie di cronaca (pensiamo anche alle pubblicità storiche di un noto gestore di voli low cost).  
Oltre a questo, portano anche benefici in termini di vendite? Stiamo a vedere. Si tratta di un bel test, mondiali di calcio e social media marketing insieme. Si sa, quando il gioco si fa duro, i geni cominciano a giocare. Vediamo se vale anche per vendere.

mercoledì 4 giugno 2014

A lezione di marketing da Lady Gaga


Negli ultimi giorni ha fatto scalpore la notizia di Apple che si è comprata Beats, la creatura di Dr. Dre specializzata nella vendita di costosissime cuffie, per 3 miliardi di euro. Le cuffie di iPhone e iPod non sono più sufficienti per ascoltare musica? Ed Apple non era in grado di prodursele da sola? Cercando qualche intelligente punto di vista per capire meglio la questione, ho trovato questo articolo, davvero interessante. Secondo chi scrive, dobbiamo partire da Lady Gaga e dal fatto che la sua musica serve a vendere tutto tranne la musica stessa. Non è una spiegazione nuova (vedi qui) ma è molto interessante analizzarne il contenuto alla luce di un nuovo modo di fare marketing e non solo nel music business.

In un libro che sto leggendo si spiega come chi vende software non vende solo codice. Vende esperienza in specifici settori di business, vende un servizio di supporto per far funzionare quella soluzione, nella sostanza vende la propria azienda, il proprio brand, le proprie persone. Vende molto di più di bit e byte. Lo stesso vale per Beats. Non vende solo cuffie, punta a creare una piattaforma in grado di creare un legame diretto tra l'artista e i suoi fan che si concretizza in business legato a concerti, sponsorizzazioni, eventi e tanto altro. Far soldi con le cuffie, per quanto siano costose, è solo una parte dell'idea e neanche quella principale: il prodotto serve a creare la community dove far entrare le persone, farle divertire e far loro comprare un sacco di altre cose.

I 99 centesimi con cui iTunes vende le canzoni, modello di business geniale che dava una soluzione intermedia ideale tra i "costosi ma semplici da comprare" CD e i "gratuiti ma difficili da trovare" Mp3, forse stanno facendo il loro tempo. Lady Gaga dice che le sue canzoni neanche li valgono quei 99 cents perché sa perfettamente che il suo business non sta lì. La musica già oggi si ascolta praticamente gratis in streaming (anche con cuffie da 9,90 euro) e serve capire come monetizzare la musica senza contare sulla musica stessa. Che sia Beats il nuovo che avanza non lo sa ancora nessuno, Apple però scommette su di loro e lo fa senza eliminare il marchio che acquista, altra novità epocale per la società. Tante novità insomma.

Apple fa ancora i suoi margini sulle vendite dei prodotti (vedi qui) ma può essere che intravedano grossi mutamenti nel prossimo futuro. Se gli iPhone di domani servissero a vendere tutto tranne gli iPhone stessi? Vedremo cosa ha da dire Lady Gaga nel frattempo.

mercoledì 21 maggio 2014

Grilli, Vespe e fact checking

A margine della presenza di Beppe Grillo da Vespa (che non ho visto), vedo in giro un sacco di selfie dei due protagonisti (che non avrei voluto vedere) e leggo giudizi molteplici e numerosi. Se ogni tanto mi leggete, saprete quanto mi interessino giornalismo, fact checking e comunicazione politica. Ecco, tutte e tre queste passioni sono condensate in questo giudizio:
La cifra artistica della genialità di Grillo consiste proprio nell’aver definitivamente rottamato (anzi annichilito, vaporizzato, atomizzato) il concetto di fact checking in un paese che semplicemente non ha gli strumenti per discernere il vero dal verosimile.
Questa frase mi ha colpito per un motivo particolare: era l'unica dell'intero articolo (lo trovate qui) sul quale non concordassi per niente (il resto del pezzo è molto buono). Il fact checking in Italia è moribondo da decenni, semplicemente perché i giornalisti hanno perso le basi del loro lavoro. Grillo non ha rottamato nulla, ha fatto semplicemente come Berlusconi negli ultimi vent'anni: vai in diretta, vendi il prodotto con frase ad effetto, ripeti le cose più volte (o urlale, alla Grillo) e la pancia dei lettori/spettatori sarà saziata. Ha demonizzato per mesi l'ex cavaliere e la TV per poi utilizzarli entrambi per scopi che hanno un grosso limite: una tattica di brevissimo periodo. Nessuna strategia, nessun obiettivo, nessuna prospettiva di governo. Questo si è visto benissimo, nonostante i selfie del conduttore.

"La democrazia in diretta non funziona" si dice qui. Pienamente d'accordo. La differita metterebbe il giornalista in una posizione di vantaggio, avendo modo di verificare le informazioni. Se le TV vogliono la diretta, lo fanno anche loro per una tattica di brevissimo periodo: gli ascolti. I giornali avrebbero il tempo per fare quei controlli che rendono il fact checking una necessità per il giornalismo del futuro ma non li fanno, perché non interessano. Così dicono. Avete provato a leggere i dati delle vendite e degli ascolti? Sicuri sicuri che vada tutto bene così?

A mio modo di vedere, se qualcuno mi fa vedere, con metodo e preparazione specifica (il fact checking è cosa difficile da fare), che un politico mi ha raccontato un sacco di balle, non potrei fare a meno di ringraziarlo. Soprattutto nel caso di un giornalista. Dovrebbe essere il suo mestiere, non farsi le foto da solo con l'intervistato di turno.

giovedì 17 aprile 2014

Piccole, grandi lezioni di giornalismo

Sono a pranzo e leggo su Twitter che il Guardian ha cancellato un articolo che aveva pubblicato su un falco "assunto" dal Vaticano per proteggere le colombe del Papa. Era un pesce d'Aprile.
Va bene, direte voi, mica è la prima volta, cosa c'è da commentare? C'è tanto da dire, invece. E sta tutto in quelle tre righe: il Guardian ammette di averlo cancellato, non lo cancella e basta. Comunica al suo lettore tre cose, in modo semplice, diretto, chiaro:
  • Anche noi dell'illustre The Guardian, freschi vincitori del premio Pulitzer, cadiamo nella trappola dei pesci d'aprile;
  • Ammettiamo serenamente per iscritto, sul nostro stesso sito, di aver preso una bufala e di non aver controllato bene le fonti, ossia di non aver fatto bene il nostro lavoro;
  • Te lo diciamo apertamente, caro lettore.
Si chiama sensibilità verso chi ci legge, ossia verso chi paga lo stipendio a tutti quelli della redazione. Ci ho già scritto in passato (vedi qui), lo ribadisco: sono sempre belle lezioni per il giornalismo in generale, specialmente quello italiano. Repetita iuvant.