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giovedì 17 aprile 2014

Piccole, grandi lezioni di giornalismo

Sono a pranzo e leggo su Twitter che il Guardian ha cancellato un articolo che aveva pubblicato su un falco "assunto" dal Vaticano per proteggere le colombe del Papa. Era un pesce d'Aprile.
Va bene, direte voi, mica è la prima volta, cosa c'è da commentare? C'è tanto da dire, invece. E sta tutto in quelle tre righe: il Guardian ammette di averlo cancellato, non lo cancella e basta. Comunica al suo lettore tre cose, in modo semplice, diretto, chiaro:
  • Anche noi dell'illustre The Guardian, freschi vincitori del premio Pulitzer, cadiamo nella trappola dei pesci d'aprile;
  • Ammettiamo serenamente per iscritto, sul nostro stesso sito, di aver preso una bufala e di non aver controllato bene le fonti, ossia di non aver fatto bene il nostro lavoro;
  • Te lo diciamo apertamente, caro lettore.
Si chiama sensibilità verso chi ci legge, ossia verso chi paga lo stipendio a tutti quelli della redazione. Ci ho già scritto in passato (vedi qui), lo ribadisco: sono sempre belle lezioni per il giornalismo in generale, specialmente quello italiano. Repetita iuvant.

martedì 7 gennaio 2014

I 120 cani coreani: un caso di fact checking ben poco accurato

Facciamo un esempio facile dell'importanza del fact checking, oggi. Qualche giorno fa i media hanno avuto la possibilità di pubblicare una news strana, drammatica, cruda, che univa cronaca nera a relazioni internazionali, potenzialmente capace di generare molta visibilità. Non è parso loro vero: sparata subito online, spesso in prima pagina. Ma c'era un piccolo, trascurabile problema: la notizia era stata lanciata da una fonte poco affidabile, molto poco affidabile, e per nulla verificata. E lo sapevano tutti, compresi noi normali frequentatori di Twitter (vedi sotto).

Lo scetticismo è forte, fortissimo, ma nei media tradizionali, anche quelli molto autorevoli, lo si dice quasi sottovoce, la si butta sul solito "giallo" giornalistico (termine che, in questo specifico caso, pare quasi umorismo grottesco di bassa lega). Se le cercate oggi le notizie sono ancora lì. Invece è una bufala al 99%: pare che tutto sia nato da un famoso "battutaro da social media" cinese (sic), almeno così dice il Guardian. Ma a parte questo, il punto fondamentale viene sottolineato benissimo dal Washington Post, ci sono cinque grossi errori da parte dei giornalisti occidentali:

  1. La verifica delle fonti: il giornale di Hong Kong che per primo ha lanciato la notizia è 19esimo (su 21) nel ranking di credibilità dei soli giornali della città. 
  2. La verifica della copertura stampa in Cina: nessun altro media cinese ha rilanciato la notizia. Ok, sono alleati coi nordcoreani, si potrebbe dire ma la cosa appare strana lo stesso.
  3. La verifica della copertura stampa in Corea del Sud: la notizia non è stata ripresa dai media sudcoreani, che teoricamente avevano tutto l'interesse a sottolineare la crudeltà del regime del Nord. Invece ha prevalso un pragmatismo sulla verifica della notizia che, a quanto si dice, non è poi così usuale a Seul. Una lezione per tutti i media occidentali.
  4. La verifica dei tempi: la storia non è nuovissima, ha continuato a girare per giorni senza alcuna conferma, Qualche dubbio doveva nascere in menti obiettive.
  5. Le modalità: per quanto la Corea del Nord sia un paese del tutto particolare, hanno protocolli militari e penali molto rigidi. Se le principali agenzie sudcoreane dicevano "esecuzione per fucilazione", perché preferire i cani citati da un media di Hong Kong di bassissima credibilità?
Ho detto che è una bufala al 99%. Perché non al 100%? Perché a noi occidentali piace pensare alla Corea del Nord come a un paese strano, fuori dal mondo, dove può accadere qualunque cosa. Io non faccio eccezione. In più, non ci sono fatti che smentiscano in modo inoppugnabile la notiziaRimane però il 99 a 1: se doveste scommettere su vero e falso, cosa fareste? E poi è davvero così importante sapere se è stato fucilato o sbranato da 120 cani? E poi arriva Dennis Rodman...

lunedì 1 luglio 2013

Sbatti il fact checking in prima pagina


Di rientro da una settimana di ferie in montagna, ritrovo sotto i riflettori la questione del fact checking, di cui mi occupo da un po'. Il riassunto di tutto l'ha già fatto Pier Luca Santoro, con il quale avevo fatto un intervento proprio su questo tema al VeneziaCamp di un anno fa (oltre a svariate, piacevolissime discussioni a riguardo). Una presentazione ancora attualissima, cosa che mi fa piacere dopotutto. Altro bel sunto sulla cronaca dei giorni scorsi lo fa Valigia blu, iniziando un dibattito bello e utile sul tema sempre più importante del controllo delle notizie. Che non è cosa facile, come dico spesso. Infine, consiglio di leggere il post di Mantellini, particolarmente ispirato da un acceso e corretto confronto dialettico con alcuni giornalisti della Stampa.

Dato che il riassunto delle notizie è già stato fatto qui sopra, voglio solo sottolineare qualche punto al fine di stimolare, ancora, un dibattito serio e ragionato sul fondamentale ruolo del giornalista "fact checker" che consegna a noi cittadini notizie affidabili e controllate. Una figura di cui abbiamo un disperato bisogno (vedi anche qui) per trovare appigli informativi stabili nel torrente di informazioni che affrontiamo ogni giorno grazie a Internet e ai nostri smartphone. E, va detto in modo chiaro, un professionista che può sbagliare, nonostante tutto, come tutte le altre categorie professionali del mondo. Lui però ha un obbligo in più, quello di doverlo ammettere pubblicamente, per rispetto nei confronti di chi gli paga lo stipendio, ossia i lettori. Se lo fanno il New York Times e il Washington Post, lo possono fare tutti. Allora, ricapitoliamo i punti focali:
  • Tutti possono sbagliare, Ansa inclusa. La differenza la fa come gestisci l'errore. 
  • Dare la colpa a Twitter o a Internet non è un'opzione ragionevole. Si ammette di non aver fatto i dovuti controlli, si ringrazia chi ha segnalato l'errore (fonte interna o esterna) e lo si comunica sulla pagina dove è la news, non basta chiedere scusa sui Social Network ("troppo comodo", direbbe mia nonna).
  • La velocità è importante ma non è un fattore così prioritario, la ricerca di scoop a tutti i costi genera mostri informativi.
  • Il fact checking è cosa da professionisti, non da utenti di buona volontà: ci vuole esperienza, metodo, fonti sicure e controlli incrociati, cose che non si improvvisano. Ripeto, sbaglia pure l'Ansa, che una certa reputazione se l'è costruita a livello di professionalità.
Se avete riflessioni in merito, ci sono i commenti qui sotto o Twitter. Il giovedì nero della stampa italiana non sarà l'ultimo. Questo, volente o nolente, è sicuro.