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martedì 24 dicembre 2013

Cinque cose che mi segno sull'agenda di carta


Oggi è la vigilia di Natale, dubito di pubblicare altri post da qui alla fine del 2013 (la famiglia prima di tutto) per cui riassumo brevemente cinque riflessioni che ho fatto in questi giorni e che mi segnerò sull'agenda, cartacea, che terrò sulla scrivania.

  1. Proseguire con la qualità (e chi se ne frega dei numeri): come ho già anticipato qualche post fa, meno quantità e più qualità nella mia vita "sociale". Se vogliamo che i media ci diano notizie più utili e serie, iniziamo noi a produrre contenuti utili e seri. La battuta ci sta sempre, basta che sia pronta, originale e intelligente, non rimasticamenti da trending topic. Una riflessione in più se pubblicare o meno fa sempre bene (vero Justine?).
  2. Obiettivo sui risultati, meno sulla fuffa da addetti ai lavori: il post che è piaciuto di più è stato quello sulla Coca Cola perché rispondeva con qualche numero e qualche riflessione onesta a un quesito che si ponevano in molti, oltre a me. A gennaio Nutella darà i suoi numeri, prometto massima attenzione anche a quelli. E se non scriverò nulla sulle grandi novità dell'anno, abbiate pazienza.
  3. Massima attenzione alle relazioni personali: quest'anno, per tanti motivi e qualche colpa, ho un po' trascurato gli incontri "dal vivo" con persone e colleghi che stimo, bidonando numerosi eventi, camp o semplici aperitivi. Mi riprometto di essere più bravo nel 2014 perché mi sono reso conto che sono incontri che mi fanno bene e mi danno vari spunti anche dal punto di vista professionale.
  4. Priorità al lavoro: l'ho sempre data ma nel 2014 mi riprometto di dare il 110% a livello lavorativo, perché ritengo di essere arrivato a un buon punto di maturazione a livello di responsabile marketing ma ho ancora ampi margini di miglioramento (quando non li avrò più, inizierò a preoccuparmi). Temi di interesse? Pricing, mobile marketing, CRM e molto altro.
  5. Formazione, il grande ritorno: quest'anno ho trascurato la lettura di libri tecnici rispetto agli anni passati, avevo tante cose a cui pensare e poca voglia di fermarmi a leggere. Nel 2014 voglio tornare ai miei livelli abituali (una ventina di libri all'anno, metà per svago, metà per autoformazione) perché vedo che anche lì sono diventato un po' più pigro, ho meno input e non mi piace.
Buon Natale a tutti e grazie per i feedback che mi date in cento forme, sono benzina purissima per il motore di questo blog (e per la mia passione per queste cose).

lunedì 7 ottobre 2013

Non è paura del Web, è non conoscenza del Web

Gli italiani hanno paura "del Web"? Al di là della frase messa così, quelle frasi giornalistiche un po' grottesche se le leggi due volte, un articolo di Repubblica sostiene questa tesi. A mio parere, ha le sue ragioni: il 93% degli intervistati teme che la propria privacy possa essere violata su Internet. Sinceramente, anch'io farei parte di quel campione se me lo avessero chiesto. Tuttavia questo è solo un aspetto della medaglia, ce n'è uno molto più inquietante, riassunto benissimo da Ernesto Bellisario in un tweet.

Come accade spesso a chi non conosce bene qualcosa, si passa dalla paura del non conosciuto alla fiducia totale in un amen. Si è insicuri, ci si fida e si spera che tutto vada bene. Conosco decine di persone che sono del tutto restii a fare operazioni normali su Internet (tipo comprare qualcosa), ed è legittimo. Poi tuttavia queste stesse persone si trasformano completamente se l'ambiente è un Social Network, allora mostrano anche le foto dei figli nella vasca da bagno. Sono matti? No, si illudono di conoscere qualcosa in base a un paio di elementi. Come se uno si convincesse di saper guidare perché capisce come accendere il motore e come si accelera con un pedale. 

Non è mia abitudine fare analisi sociologiche, non è il mio campo e non mi compete. Faccio un semplice esempio personale. In un'altra vita ho fatto rilevazioni statistiche per l'Istat e mi ricordo ancora i minuti davanti alle mute porte di casa per convincere anziane signore ad aprirmi la porta. Tutto giusto, per carità: uno sconosciuto con un tesserino che vuole entrare in casa mia, siamo matti? La questione interessante però arriva quando mi aprivano: dopo 5 minuti mi offrivano il tè coi biscotti, mi lasciavano solo per andare a prendere il contratto d'affitto e altre cose. Si passava quasi istantaneamente dalla non fiducia alla fiducia smodata. Io dicevo loro: "signora, può aprire l'elenco telefonico, chiamare il centralino del Comune, chiedere dell'ufficio XY e il mio responsabile le confermerà la mia identità". Nessuno l'ha mai fatto e mi sono sempre chiesto cosa gli costava.


Lo stesso atteggiamento viene seguito dalle aziende. Alcune passano da una sfiducia totale verso l'Internet "che fa perdere solo tempo" ad aprire avventurose pagine su Facebook solo perché "l'ho letto sul Sole 24 Ore" oppure, peggio ancora, "perché l'hanno già fatto i miei concorrenti". Non si tratta di fiducia, si tratta di conoscenza, di cultura, di consapevolezza. Se uno si impegna a conoscere le cose, le paure restano ma si conoscono molto meglio. E non si superano perché ci si fida ma perché ci si prende una piccola ma ben valutata responsabilità. Cambia tutto. Non è saltare nel vuoto (non lo faccio, non lo faccio, ok, mi butto), è arrampicarsi per raggiungere una vetta.

(Photo credits: http://www.zwiglhof.com/aktivitaeten/)

martedì 19 febbraio 2013

La formazione è conversazione


Il mio corso di formazione su come promuoversi mediante Internet in ACTA è andato bene. Per me sicuramente e, penso, anche per chi è intervenuto (aspetto feedback diretti, che probabilmente pubblicherò,  ma le sensazioni erano molto buone). Lo voglio dire perché io non sono "un formatore": ho sempre trasmesso quello che sapevo sul campo, dentro un ufficio o una fiera. L'aula è un ambiente che conosco ma che non mi è così familiare, semplicemente perché ho fatto un'altra strada. Questa occasione è stata importante per pensare alle 4 ore (interminabili, pensavo) che mi aspettavano per la presentazione dei miei argomenti e capire cosa volevo fare, a modo mio.

Magari sono cose ovvie per chi è abituato a questo tipo di corsi ma il mondo è pieno di cose ovvie che nessuno si prende mai la cura di osservare, diceva Arthur Conan Doyle. Nel mio piccolo, condivido in pieno. Ecco le mie semplici linee guida:
  • Presentazione: ho illustrato brevemente, ma non troppo, chi sono. Senza titoli né ruoli, semplicemente raccontando la mia storia. Di ex stagista, ex co.co.co, ex dipendente, ex disoccupato, ex libero professionista e, attualmente, di nuovo dipendente. Di un percorso di 15 anni all'interno della comunicazione, dalla carta delle brochure ai bit dei siti Internet, dai comunicati stampa ai tweet. 
  • Comprensione: ho dato 5 minuti alle 14 partecipanti (sì, tutte donne) per presentare loro stesse, capire cosa facevano e da dove venivano, le loro certezze e i loro dubbi. Spesso quei 5 minuti si sono allargati (loro pensavano di restare abbondantemente dentro il limite all'inizio) ma questo ci ha permesso, a tutti non solo a me, di capire che gli obiettivi e le difficoltà erano simili tra loro, anche se non uguali. Una bella e semplice lezione di realtà spicciola, rara e preziosa perché quasi sempre priva di autoreferenzialità.
  • Lezione: ho iniziato la presentazione vera e propria dopo 40 minuti dall'inizio del corso (magari è un record), facendola andare per conto suo, senza seguire le slide. Ho lasciato piena libertà di interrompermi, per farmi domande o chiedere approfondimenti. Ho cercato di mantenere dritta la rotta ma senza esagerare nel guardare la bussola.
  • Concretezza: ho cercato di rendere realistica qualsiasi cosa, senza fermarmi alla frase ad effetto ma spiegando nel dettaglio pro e contro di fare un sito Internet, un blog, una strategia sui Social Media o altro. Citando la facilità di scrittura e, allo stesso tempo, le difficoltà nel creare semplici parti di Html da soli, provando e riprovando. Entrando fisicamente in un CMS (Wordpress), senza fermarsi all'involucro.
  • Priorità: la cosa che ritenevo più importante era far passare pochi concetti su come si poteva  provare a promuoversi online. Tre quelli principali: collaborazione contro "competizione tra poveri", progetto e strategia contro le mode del momento, semplicità contro creatività fine a sé stessa.
Risultato? In 8 ore, quattro più quattro, non abbiamo fatto una pausa caffé, nonostante l'avessi proposta più volte (avevo una slide precisa per questo scopo, con l'immagine sopra). Lo ritengo un buon indicatore. Non sono riuscito a fare esercitazioni pratiche strutturate, solo rispondere a decine di domande, quasi mai banali, su siti, blog, Facebook, LinkedIn, e-mail, newsletter, brochure, immagini e video. Se i mercati sono conversazioni, come sostiene l'ancora attualissimo Cluetrain Manifesto, perché non possono esserlo, nel loro piccolo, anche i corsi di formazione?




lunedì 21 gennaio 2013

Un'iniziativa formativa da 10+

Avete presente quando arrivate, per la prima volta, in un posto dove c'è un gruppo unito e coeso al lavoro e questi vi fanno sentire, dal primo minuto, uno di loro? Ecco, non si tratta di una festa né di una squadra sportiva, si tratta di un evento ACTA, l'Associazione Consulenti Terziario Avanzato. La storia è tutta qui, il video qui (io sono quello con le nuvole dei primi fotogrammi). Si tratta di un gruppo di professionisti di tipi diversissimi, dall'avvocato alla traduttrice, dal dirigente d'azienda al programmatore di software, accomunati da due cose: aver la partita IVA e aver deciso di non tutelarsi da soli ma insieme. Un gruppo vero di persone validissime e ricolme di entusiasmo, perseveranza e spontaneità. Perché questo preambolo? Perché se lavorate da soli e volete conoscere gente come voi, vi consiglio di andarli a trovare. E vi propongo un'occasione.

ACTA organizza i corsi 10+, una serie di iniziative di formazione per freelance fatte da freelance. Io sarò uno dei loro docenti e qui potrebbe scattare l'allarme conflitto di interesse: ci scrivo perché ci vado a lavorare. Lo disinnesco subito. Ci vado perché li stimo, perché quando me l'hanno chiesto ho accettato subito, senza neanche chiedere informazioni in più. Perché hanno la mia totale fiducia. Sono tutti professionisti che hanno scelto, oltre a lavorare e a stare dietro alle loro vite, di lottare per i diritti di consulenti e professionisti, che non hanno reti di sicurezza su malattia, ferie, rispetto dei pagamenti, dei contratti, etc. Hanno fatto un manifesto, hanno fatto degli eventi, sono sempre in prima linea nel tutelare i diritti degli "invisibili" del mondo del lavoro. Se volete conoscerli, potete scegliere uno di questi corsi, un momento di coworking o uno dei loro aperitivi. Se non sarete soddisfatti, vi pago personalmente da bere (sì, sono sicuro di non perdere questa scommessa).

Volete venire al mio corso? Venerdì 15 Febbraio a Milano, iscrivetevi qui. Ci facciamo una bella chiacchierata, di sostanza più che di forma. Io non sono più libero professionista ma da ex posso darvi tanti consigli.

giovedì 24 novembre 2011

Chi ascolta, impara (ed è simpatico a tutti)*

Un bel post del blog Brain Traffic (gente da seguire attentamente se ti interessa il content management) enuncia una regola semplice e per nulla innovativa ma che consiglio sempre di ripetere una volta alla settimana, preferibilmente il lunedì: ascoltare è (ancora) il miglior modo di imparare qualcosa. Spesso, con il passare degli anni e dei progetti, la nostra esperienza ci porta a essere conservativi: abbiamo realizzato un sito su un'azienda che opera nelle telecomunicazioni o nell'edilizia e ci convinciamo, sbagliando, che le soluzioni che abbiamo scelto in quel caso siano valide sempre. Non è così. Perché questo significherebbe non ascoltare chi ci sta davanti, ossia il responsabile di un'azienda con una sua storia, le sue peculiarità, i suoi obiettivi, i suoi pregi e difetti. La nostra esperienza, utilissima per evitare errori, è molto meno efficace per avere nuove idee ("non si impara con l'esperienza, perché la sostanza delle cose cambia continuamente" diceva Susan Sontag).

Come spesso fanno, gli americani consigliano un numero preciso di regole da seguire, spesso concetti stereotipati che si alternano a buone idee per ottenere un "bel numero" (le 10 regole, 5 buoni consigli, etc.). In questo caso, le condivido tutte ma, allo stesso tempo, le faccio mie, dando le mie priorità:

  • Restiamo curiosi: quando ci approcciamo a una nuova azienda, abbiamo voglia di conoscere dove ci troviamo ma, allo stesso tempo, sentiamo il bisogno di dimostrare di essere un "plus" che giustifichi il nostro incarico. Questo ci porta spesso a limitare il nostro raggio d'azione e a volerci occupare della storia aziendale solo dal nostro arrivo in poi. Ci sono PC, armadi, persone, cassetti e schedari che hanno tesori al loro interno e di cui nessuno si ricorda. Dobbiamo essere noi a esplorare l'azienda e ascoltare le persone che ci vivono dentro, non limitandoci alla mappa che ci hanno dato. 
  • Facciamo le domande stupide: siamo davanti a un nuovo imprenditore e dobbiamo conoscere cosa fa e come la pensa su tante cose. Abbiamo la fortuna di potergli fare domande che il 90% dei dipendenti più esperti non farebbe mai, per la paura di perdere credibilità nei suoi confronti. E dobbiamo sfruttarla. Spesso le domande stupide portano a risposte molto interessanti e a idee brillanti. "Mi scusi, potrebbe sembrare una domanda stupida, ma..." è sempre un'ottima tecnica per iniziare un discorso interessante.
  • Facciamo domande aperte: le risposte che iniziano e finiscono con un sì o un no non sono quasi mai utili a raggiungere scopi ambiziosi. Non si può entrare nello specifico di una questione in questo modo. Bisogna coinvolgere le persone che abbiamo davanti con domande in grado di aprire certe serrature. Spesso le buone risposte vengono da dove meno te le aspetti: lasciare alle persone la possibilità di esprimere almeno un'idea non è mai una cattiva idea.
  • Riflettiamo, respiriamo, parliamo: lo ammetto, ho enormi margini di miglioramento su questo aspetto perché la passione per il mio lavoro mi porta a parlare d'impulso, a rispondere d'istinto, a dire subito la mia. Cinque secondi in più di silenzio e di riflessione prima di parlare possono farci solo bene, perché le nostre opinioni sono come lampadine a basso consumo: ci mettono un po' a diventare chiare e luminose ma poi durano a lungo. E sono molto più efficaci per chi le deve usare.

Queste, ovviamente, non sono solo regole professionali, ma consigli validi anche per la vita normale, come ci ricorda Erin Anderson, l'autrice del post citato all'inizio. Verissimo. La regola delle domande stupide, tuttavia, fuori dall'ufficio funziona molto meno. Specialmente se siete davanti alla persona che amate.

* Titolo ispirato da un aforisma di William Mizner: "Chi sa ascoltare non soltanto è simpatico a tutti ma prima o poi finisce con l'imparare qualcosa"

(Photo credits: Flickr, Portobeseno)

giovedì 27 ottobre 2011

Idee chiare sempre, anche in fiera

Francesco Tioli, il primo a destra, e parte del team OLI
al Samoter 2011
Certe chiacchierate di lavoro nascono così, dal nulla, solo per condividere un'idea o un'opinione, e diventano discussioni molto valide. Questo è accaduto qualche giorno fa parlando di fiere, un tema che tratto spesso (vedi  qui) perché è uno dei rari momenti di comunicazione che le aziende italiane percepiscono come fondamentale, non sempre a ragione. Si parlava del SAIE 2011, manifestazione sul mondo dell'edilizia italiana giudicata molto deludente da un giovane responsabile di un'azienda con cui collaboro. Se cercate sul Web, troverete numeri e giudizi esaltanti sulla fiera (come qui), ma li troverete sempre, per chi organizza è sempre e comunque un successo: un grosso limite a livello di credibilità. A me invece interessa approfondire il punto di vista di chi ci va per lavoro, per trovare contatti utili, per annusare l'aria del mercato. Come me la pensa Francesco Tioli, quasi 31 anni, del Sales Department della OLI di Medolla (Modena).

Ciao Francesco, siete andati al SAIE con uno stand e al MADE Expo (organizzato negli stessi, identici giorni ndr) come visitatori: un giudizio?
La mia opinione, e non da oggi, è che siano fiere preistoriche e sorpassate già da qualche anno, oltre ad essere molto costose e, forse, poco credibili. Ho ricevuto due e-mail dove gli organizzatori saltavano la gioia degli espositori e i numeri dei visitatori: mi sono quasi vergognato per loro, non era assolutamente quello che ha visto chiunque ci sia andato. C'è da riflettere su questo.

Hai un approccio sincero e diretto, lo stesso che ho visto in fiera. Un atteggiamento molto diverso da tanti altri, anche nel rapporto coi vari competitor.
Il comportamento da tenere in fiera è lo stesso da tenere in ogni momento della nostra vita da commerciali. Noi abbiamo la fortuna di essere stati “cresciuti e formati” in un’azienda che della parola concorrente ne ha fatto un significato e uno stile diverso. Concorrenti non sono mai stati coloro con cui non si deve parlare e che devono essere“massacrati” al fine di portare a termine la trattativa con i clienti. Al contrario, sono persone con le quali si divide un mercato, con le quali ci si spartisce informazioni e ai quali dobbiamo strappare i clienti con la forza del servizio e del prodotto, e non con la forza della presunzione. Questo ci porta ad avere un sorriso non obbligato e una naturale disponibilità a uno scambio di saluti verso chiunque si presenti e voglia di interagire con noi. C'è sempre molto da imparare.

Condivido quello che dici ma non è un approccio facile. Mi puoi fare un esempio pratico?
Tante volte mi sono fermato in stand di concorrenti per cercare di fare due chiacchiere, educatamente, con i loro ragazzi, ma c’era sempre un piccolo muro tra di noi. Li ho anche invitati a prendere il caffè nel nostro stand e… sto ancora aspettando. Altre volte invece sono andato in altri stand, ci sono stato una mezz’ora abbondante, abbiamo parlato del più e del meno e mi hanno offerto loro il caffè. Poteva essere corretto col cianuro ma sono stati molto gentili… ed io sono ancora vivo! Una differenza sostanziale. E non è così difficile.

Siete tutti giovani in azienda, forse essere cortesi e spontanei vi viene più naturale di altri. Mi puoi svelare altri segreti per migliorare l'approccio con i visitatori in fiera?
In Germania moltissimi espositori, dalle piccole ditte familiari alle grandi multinazionali, tendono a trasformare lo stand in qualcosa di interattivo con i clienti o potenziali tali. Ruote della fortuna, concorsi a premi o “stime di peso” con cui vincere prodotti Hi-Tech o semplici palloni, tutte iniziative che portavano costantemente gente al loro interno. Cosa importante, il target di età e professionalità non era affatto basso, non erano ragazzini. Tutti sembravano rilassati e sorridenti, pure i tedeschi (Francesco ride). Non credo che il segreto sia fare lotterie ma far capire alla gente la propria elasticità, cosa che serve ad abbattere i primi muri che ostacolano la conversazione.

Torniamo in Italia, al SAIE di Bologna. Cosa ha funzionato e cosa no, secondo te?
Obiettivamente, il nostro stand poteva essere curato meglio, responsabilità che condividiamo con l’ente fiera. Tuttavia, anche in questo caso, i pochi visitatori che sono passati hanno dimostrato di volerci conoscere meglio. Se l'azienda investe tempo e denaro in modo costruttivo, si possono sempre creare e rafforzare relazioni, in modo veloce ed efficace. Prendo ad esempio OLI Germania, la nostra filiale tedesca: i ragazzi hanno lavorato benissimo prima della fiera Powtech di Norimberga, telefonando ai clienti e invitandoli personalmente a visitare lo stand per prendersi anche "un caffè italiano", sfruttando la provenienza del gruppo. Un'idea semplice ma gestita benissimo, i risultati si sono visti già dal primo giorno.

Chi viene da voi in fiera percepisce che siete una PMI italiana in costante crescita e con sedici filiali nel mondo?
Questo è un punto a nostro sfavore, non riusciamo a far capire quanto siamo grandi e che potenzialità abbiamo. Facendo parte di un grande gruppo italiano, WAM Group, un assoluto leader nei suoi settori di riferimento, spesso veniamo percepiti come un semplice satellite di WAM e non per quello che siamo realmente, ossia una delle sue punte di diamante. Sta a noi far cambiare questa idea. Ad esempio, la fase post fiera è sempre stata fatta con massimo impegno ma senza utilizzare regole precise e condivise, dall'invio di documentazione alle telefonate di follow-up. Probabilmente, già una semplice lettera di ringraziamento a chi è passato per lo stand farebbe capire quanto ci teniamo davvero a loro. Oggi non glielo comunichiamo, questo è un limite che dobbiamo superare.

Concludendo, qual'è il vostro vero segreto, il punto di forza principale, in fiera e fuori?
Sono due, l'elasticità e un servizio a 360 gradi, due vantaggi reali per il cliente. Ma, come dicevo prima, glielo comunichiamo troppo poco. Dovremmo metterli in mostra in fiera, sul sito, sui cataloghi, ovunque. Dobbiamo migliorare e lo sappiamo, ci stiamo già lavorando su.

Le opinioni di Francesco sono molto importanti. Perché vengono da un ragazzo di 31 anni (non ancora compiuti) che è uno dei punti di forza di una società italiana che opera a livello mondiale. In OLI non è affatto un caso raro: Luca Paltrinieri, che si occupa del marketing, non ha neanche 28 anni. Speriamo ce ne siano tanti in giro di trentenni con le idee chiare e che, soprattutto, abbiano l'opportunità di metterle in pratica. Le nostre imprese ne hanno un disperato bisogno.

martedì 20 settembre 2011

Insegnando s'impara*


Mi è arrivato l'ultimo numero di Wired, molto più interessante degli ultimi perché, con perfetto ma prevedibile tempismo, parla di scuola e di formazione. Si passa dai timori del guru Jaron Lanier sul pericolo di arrivare a "pensare come macchine" alla scoperta che colossi come Google e Amazon sono stati creati anche grazie agli input di una maestra italiana nata nel 1870, Maria Montessori. Ovviamente, come spesso accade, per colpire il lettore si va a esplorare gli estremi, dalla scuola italiana ancora ferma ai gessetti da prendere dalle bidelle alle scuole americane dove studenti imparano formule trigonometriche esercitandosi liberamente su appositi siti Web. Non essendo un esperto in queste materie, mi limiterò a semplificare le cose e a portare la mia esperienza di studente (prima) e di genitore (poi), arrivando a una conclusione che sembra presa da un manuale di comunicazione d'impresa.

Un anno fa mi trovai a chiacchierare con Caterina Policaro (Catepol in rete) sul suo approccio con gli studenti, sulla loro curiosità nei confronti di un insegnante con l'iPhone che conosceva Facebook e Twitter meglio di loro. E mi spiegò la sempre valida regola della nonna: non fare o dire in rete quello che non faresti o diresti con tua nonna davanti. Un modo semplice ed efficace per spiegare la tutela della propria privacy in rete senza, per forza, ricorrere al terrorismo psicologico. I maestri che amiamo sono quelli che dicono parole che capiamo, che ci incuriosiscono, che ci coinvolgono, che ci trasmettono entusiasmo, al di là dei mezzi che usano. In quest'ottica, da studente sarei stato felice di avere in classe una lavagna interattiva multimediale (LIM) a patto che non venisse usata come una vecchia lavagna, col touch screen invece dei gessetti. Stesso discorso vale per i tablet e gli eBook scolastici del prossimo futuro. Ovvio, no? No, non lo è, vista la guerra persa in partenza degli insegnanti contro gli smartphone (un esempio qui).


Quello che dico è che la tecnologia può essere buona o cattiva, discorso ovvio, quasi banale. Tuttavia, al lato pratico, diventa tutto più complesso. Far guardare i video di YouTube a proprio figlio di (quasi) tre anni è buono o cattivo? E sapere che sa usare il mouse, l'iPad o il cellulare meglio del nonno è buono o cattivo? Non mi va di fare filosofia, mi limito a semplificare e a estendere la regola della nonna a un altro ambito: gioca con lui al computer come giocheresti con lui a pallone. Facendogli vedere come si fa, stando con lui, divertendosi con lui, stando attenti a non farsi male. Mi accorgo, ogni giorno, che le piccole lezioni che mio figlio mi da, senza volerlo, mi servono in ogni ambito della vita, in primis sul lavoro. 

La prima regola è che non esistono regole valide sempre, con chiunque e in ogni momento. Ci si adatta, giorno dopo giorno, a comunicare con lui in modo diverso, in base alle sue esigenze, con dietro un progetto a lungo termine definito ma flessibile. Rileggendo quest'ultima frase, non la si potrebbe scambiare per un perfetto approccio di comunicazione aziendale? Non penso sia un caso.

* Aforisma di Seneca (che sto citando molto ultimamente)

giovedì 19 maggio 2011

Semplicità e accessibilità, una relazione da approfondire


Le questioni legate ad accessibilità (ossia la capacità di un sito web di dare accesso in modo efficace, a livello di interfaccia e contenuti, a utenti diversi in differenti contesti) e usabilità (al di là delle definizioni burocratiche, è il grado di facilità e soddisfazione con cui la relazione tra uomo e strumento si compie) dei siti Internet non possono non interessarmi, visto anche il lavoro che faccio (vedi anche qui). Tuttavia si tratta di tematiche che spesso entrano in "luoghi" molto tecnici. Per quanto riguarda i requisiti di accessibilità di un sito, si passa, per esempio, dai linguaggi html ai frame, dalle mappe immagine agli script. E io, non essendo un tecnico, mi avvalgo spesso del supporto di gente più esperta di me, dal punto di vista tecnico ma anche normativo. Generalmente, questi professionisti fanno già parte dei team di lavoro dedicati allo sviluppo di nuovi siti Internet ma non è detto che tutto sia chiaro per tutti. Essendo spesso il "capo progetto", è sempre bene porsi una domanda in più piuttosto che una in meno.

Nei giorni scorsi, Roberto Scano, esperto di Web ma soprattutto di accessibilità e normative collegate (nonché "amico di rete" e, pure, veneziano), mi ha segnalato questa sua presentazione, "World Wild Web: siamo tutti fuorilegge?" All'interno di questo interessante approfondimento, è segnalato, a titolo esemplificativo, che tutte le partecipate del Comune di Venezia hanno numerose "non conformità" per quanto riguarda i requisiti di accessibilità. Ora, avendo lavorato con alcune di loro, mi sono convinto che fosse opportuno segnalare la cosa ad alcuni dei miei contatti per vedere se fosse possibile riflettere sulla cosa (prima) e agire per normalizzare la situazione (poi). In definitiva, i siti non rispettavano i 22 requisiti previsti (li si trova qui) e neanche le direttive (queste) che invitano a spiegare, in modo chiaro, cosa sia davvero cosa (per esempio, i moduli vanno indicati in home page con la precisa etichetta "moduli on line"). Tutto chiaro, no?

Dopo aver passato qualche ora a documentarmi, mi è nata una riflessione. I 22 requisiti sono contenuti in un documento di 160 pagine mentre le direttive in uno di 63 pagine. Io stesso ho scoperto alcune cose che non conoscevo e altre non le ho capite subito (lo ammetto candidamente). Verissimo è che le aziende hanno normative e procedure da rispettare inserite in documenti ben più corposi di questi ma mi sono chiesto una cosa: la colpa è davvero solo delle aziende? Non è che queste questioni possono apparire troppo "burocratiche" agli occhi di un responsabile comunicazione di un'azienda? Non è che un responsabile possa giudicarle "troppo complesse da rispettare", pur ammettendo che siano una cosa buona e giusta da fare nel momento in cui si decide di relazionarsi con gli utenti? Non è che una persona comune può capire che lo "sportello on line" può contenere dei moduli da scaricare anche se non c'è scritto "moduli on line"? Per rispondere a tutto questo, mi piacerebbe parlarne direttamente con Roberto. Per questo, gli proporrò un'intervista (anche se ha un miliardo di impegni) e vediamo cosa dice.

L'accessibilità è tema affascinante. Credete di no? Guardate questo video di Marina Vriz, non vedente dalla nascita e collaboratrice di ASPHI Onlus: usa un iPhone 4 più velocemente di quanto farei io. Ovviamente, è un'altra esperta di accessibilità con cui farei (anzi rifarei) volentieri quattro chiacchiere. Sorpresi? Sono sicuro di sì.

martedì 12 aprile 2011

Ricomincio da capo*

Un bar, un bel sole, un aperitivo, un tardo pomeriggio di un aprile finora bellissimo. Questa è stata la cornice di una bellissima chiacchierata che ho fatto con una di quelle rare persone che ti fanno nascere decine di riflessioni, idee e iniziative solo a parlarci insieme per venti minuti. Lui è Guido Zaccarelli e qui trovate il profilo del suo blog. Stavamo discutendo di un convegno che sta organizzando e di come potevo intervenire. In realtà, lui è una di quelle persone che spaziano talmente tanto sugli argomenti di cui discute che spesso ci si trova ad approfondire cose che mai avresti pensato di fare, in quel luogo e in quel momento. Veri e propri brainstorming spontanei. Uno di questi ha interessato il concetto di relazione che si sviluppa attraverso i Social Network. Vi lascio immaginare le facce di alcuni ventenni intorno a noi, che si chiedevano chi potessero essere questi "vecchietti" che parlavano di Facebook, LinkedIn e Twitter con tanta passione e cognizione di causa.

Come sono fatte le relazioni tra le persone dentro i Social Network? E che rapporto c'è tra il rapporto reale e quello virtuale? Spesso, la relazione virtuale è vista da molta gente come effetto di un'assenza di relazioni fisiche e dirette con le altre persone. Quante volte abbiamo visto sui media la figura del ragazzino solitario, davanti al PC, che trova solo lì dentro quei rapporti personali del tutto assenti nel mondo reale. Una figura insicura, solitaria, confusa sulle reali priorità della sua vita che va in qualche modo educata (qui un esempio). Ma è così davvero? Secondo noi, no. Si deve partire da un assunto fondamentale: il virtuale e il reale non seguono le stesse regole. Nelle relazioni dentro ai Social Network mancano completamente alcuni elementi fondamentali di quelle reali, come il contatto fisico, la comunicazione non verbale, l'influenza ambientale, i riflessi condizionati. Questo però non vuol dire che sia, in assoluto, peggiore di quella reale, solo più limitata. Se uno è consapevole dell'esistenza di quei limiti e cerca di sfruttare quello che il rapporto virtuale può offrire, questo può garantirgli grandi vantaggi. Io ho conosciuto persone validissime nei Social Network che, probabilmente, non avrei mai potuto incontrare dal vivo.

Un esempio: crediamo davvero che un ragazzo di oggi possa realmente confondere un "amico" su Facebook con un vero amico reale? Penso che possa succedere ma che non sia, di certo, un caso così frequente. I ragazzi sono meglio di come li dipingiamo. Oggi possiamo usare mezzi nuovi che offrono la possibilità di creare relazioni di tipo diverso. Sicuramente, però, la percezione delle due figure, quella reale e quella virtuale, è diversa. Una persona con cui chiacchieriamo sui Social Network sarà sicuramente differente se la conosciamo di persona, dato che abbiamo decine di fattori in più da valutare. Ci faremo un'opinione probabilmente più negativa, ma semplicemente perché è diversa dall'idea che ci eravamo fatti. Come, quasi sempre, un film derivato da un libro è deludente rispetto al libro stesso ma questo, però, non significa che il film sia brutto. Dobbiamo ricominciare da capo a conoscere quella persona, non c'è dubbio. Ma è un male? Per noi no. La tecnologia ci offre dei mezzi, sta a noi utilizzarli per quello che possono dare realmente. Basta esserne consapevoli. E qui sta il punto davvero importante.


* Un piccolo omaggio a un piccolo, geniale film del 1993

martedì 22 febbraio 2011

Professionisti e aziende, prove di avvicinamento

Creare un momento di incontro efficace tra consulenti, come me, e imprese è sempre una cosa complessa da gestire. Perché quelli che nascono spontaneamente (a una fiera o a un convegno) spesso sono caratterizzati da una certa mancanza di tempo e di possibilità di approfondire certi discorsi, perché, di fatto, si deve fare altro. Quelli che vengono organizzati volontariamente, le riunioni e gli incontri, hanno spesso il difetto di essere incentrati sulle specifiche necessità del momento, senza prevedere quelle riflessioni ad ampio raggio che generano idee molto interessanti. Ieri sera ho voluto sperimentare un nuovo modo di "vivere" questi momenti di incontro. Il Corriere della sera, CNA Modena e il sito Trovolavoro.it hanno infatti organizzato una serata che offriva a un limitato numero di aziende l’occasione di incontrarsi con professionisti esperti in ambito commerciale e di marketing. Una cena, anticipata da una presentazione di Dario Di Vico e di Cristina Mariani (un'amica, oltre che una collega), con tavoli che vedevano, fianco a fianco, imprenditori e consulenti. Qualcuno la definirebbe "uno scambio di curriculum" ma a me l'idea incuriosiva. Come è andata?

L'iniziativa in sé ha avuto, a mio parere, un buon equilibrio tra pregi e cose da migliorare. Iniziamo coi pro. Quaranta aziende e sessanta professionisti, tutti riuniti per un semplice motivo, ossia conoscersi reciprocamente. Non è una cosa banale. Non capita spesso di avere la possibilità di parlare, confrontarsi e discutere con tanti colleghi e responsabili aziendali, ognuno con le rispettive esperienze e competenze. In più, si è avuto modo di parlare di marketing con chi non è un "addetto ai lavori". Mi capita spesso di partecipare a eventi e conferenze con esperti con cui condivido, oltre a idee e progetti, anche lo stesso gergo, lo stesso modo di pensare, gli stessi obiettivi. Ma il mondo, là fuori, non comunica così e spesso ce ne dimentichiamo. Per questo, avere di fronte un responsabile di un'azienda di elettronica o di meccanica a una cena ti offre l'opportunità di capire il suo punto di vista in modo professionale ma con la sufficiente tranquillità, generando spesso riflessioni molto interessanti.

Ora veniamo alle cose da migliorare. Il "chi siede dove" è stato deciso dagli organizzatori: a me è toccato un tavolo con cinque consulenti e un solo responsabile aziendale. Una situazione certamente molto favorevole per l'impresa (al di là del rischio concreto di essere il trofeo del "tiro della giacchetta"), molto meno per noi. La discussione è stata molto piacevole ma esclusivamente per il fatto che le persone l'hanno fatta diventare tale. Perché non prevedere un cambiamento delle disposizioni in base ai presenti effettivi? O perché non organizzare un buffet e prevedere un "giro dei tavoli" dei consulenti? I tavoli erano, di fatto, aree isolate le une dalle altre, ognuno con le sue specifiche battute di caccia. Un altro punto "migliorabile" è la partecipazione attiva dei responsabili delle aziende. Durante le presentazioni iniziali, è stato chiesto ai presenti di esprimere i propri punti di vista sui temi toccati: sono intervenuti esclusivamente i professionisti, mai i responsabili aziendali (con un'unica eccezione). Come mai? Sono venuti a un evento con finalità chiare ed evidenti, avendo la possibilità di esprimere giudizi, pareri, critiche o altro. Poteva essere un momento molto interessante, non lo hanno fatto diventare tale.

Comunque, tornerei a un evento del genere. Perché qualcosa ti lascia, di positivo o di negativo, di contatti e di conoscenze. Sono sempre cose utili. In più, si vedono all'opera molte persone che fanno, più o meno, il tuo lavoro, non capita spesso. Sicuramente, il "tuttologo" è una categoria sempre molto rappresentata. E questo fatto ci penalizza molto. Abbiamo tutti diverse competenze, esperienze, specificità: perché non valorizzarle invece di metterci a disquisire di massimi sistemi che dimostriamo, dopo cinque secondi, di non conoscere (iniziando spericolate arrampicate sui vetri)? Non potremo mai essere bravi in tutto ma, così facendo, dimostriamo di essere bravi in nulla. Ci conviene davvero? Sì, lo so, tutti teniamo famiglia ma vendere fumo non ci darà alcuna garanzia in merito. Per avere prospettive, ci sono altre filosofie molto più efficaci. Come diceva qualcuno, a ciascuno il suo mestiere. 

venerdì 18 febbraio 2011

Non è un paese per giovani che pensano come vecchi

Ho già scritto un "elogio della giovinezza in azienda" ed è un tema che mi sta molto a cuore. Perché solo i Paesi che credono nei giovani investono davvero sul proprio futuro. L'argomento è tornato prepotentemente nella mia attualità professionale dopo un incontro fatto in un'azienda, dove si parlava di comunicazione interna, e dopo una bella discussione su Facebook.

Partiamo dalla riunione. Alla fine dell'incontro, c'è stata un'accesa discussione sulle cose da fare e da pianificare, cosa buona e giusta. Il problema non è il "volume" delle parole ma il loro significato profondo. A un certo punto ci si è arenati perché, nello sviluppo di un progetto del tutto nuovo, non si voleva andare oltre al concetto di "organigramma". Quella è "la struttura", una cosa concepita, conosciuta e vissuta tutti i giorni, non era possibile andare oltre valutando altre soluzioni senza voler scardinare un intero modo di intendere la vita aziendale. Una scelta del tutto ideologica. Partire dalle esigenze del dipendente e non da quelle dei vari settori sembrava un concetto troppo rivoluzionario, anche solo da discutere.

Le maggiori resistenze le hanno fatte due persone. Il primo a fare obiezioni sulle proposte di rinnovamento del concetto di comunicazione interna (ossia comunicazione bidirezionale, e non solo top-down) è stato un dirigente con decenni di esperienza in azienda. Non concepiva il fatto che le informazioni potessero essere generate anche dai dipendenti, tutto doveva passare per la dirigenza. In più, esprimeva scetticismo anche su molte soluzioni che fanno parte integrante di una Intranet (e di un'azienda) dei nostri tempi, ossia pagine wiki, blog interno e forum. Questo non mi ha sorpreso più di tanto, anche se ci sono ultrasessantenni che capiscono perfettamente che il mondo è cambiato e che imparare cose nuove conviene pure a loro. Quello che mi ha colpito è stata la reazione, sulla stessa linea, di una ragazza della mia generazione. Stesse obiezioni, stesso modo di pensare, stesso scetticismo del dirigente. Non era una semplice presa di posizione di tipo gerarchico (mi allineo al punto di vista del mio capo), era evidente che credeva in quello che diceva. Senza alcuna scusante generazionale. Perché?

Se vivi in un sistema vecchio con categorie vecchie, inevitabilmente sei portato a pensare in modo vecchio. Anche se hai 25 anni. Chi ti forma, i tuoi punti di riferimento, sono persone di un'altra generazione che spesso non si arrendono al cambiamento. Per questo sei portato a credere ciecamente alle linee Maginot che loro innalzano in modo ideologico, ignorando l'evidenza che saranno facilmente superate da nuove idee e modi di pensare. Il problema non è solo l'età anagrafica, ma l'ambiente professionale obsoleto in cui si lavora.

Al mio rientro in ufficio ho trovato su Facebook una bella discussione sulla questione anagrafica della classe dirigente. Ci si è confrontati sull'idea di prevedere per legge che, al compimento di un'età definita (diciamo 60 anni), si debba andare in pensione, che si sia politici, imprenditori o dirigenti. Io sono d'accordo. Non perché non ci siano ultrasessantenni validissimi (Steve Jobs ha 56 anni e ci sta arrivando, tanto per dire) ma perché è giusto che una nuova generazione porti le sue idee, il suo modo di pensare, il suo entusiasmo in enti e aziende. Prendendosi le sue responsabilità. Se sei un 35enne e pensi come un 65enne c'è qualcosa che non va. Per la tua vita, per il tuo lavoro e, anche, per il tuo Paese.  

mercoledì 12 gennaio 2011

Riordinare le idee

I 15 giorni di vacanza possono essere molto utili. Perché rientri al lavoro con la mente sgombra, con nuove idee, con un pensiero fluido, cose che ti fanno mettere in discussione opinioni che un mese prima consideravi intoccabili. Le avevi elevate alla stregua di dogmi professionali e non te ne eri reso nemmeno conto. Una riunione da un cliente, il mio primo giorno di ritorno al lavoro operativo. Si parla di progettazione, strategia, messaggi, segmentazione, analisi linguistica, il tutto per mettere a punto, in via definitiva, un progetto di comunicazione. Ho sentito chiaro nella mia testa che il percorso che volevo seguire aveva alcune aree migliorabili, magari da ripensare e da rivalutare. Era il cliente stesso che mi faceva accendere alcune lampadine, fatto che dimostra in modo chiaro e netto che stiamo facendo la cosa giusta. Insieme.

Sono rientrato a casa e ho scritto, a penna, i concetti da rielaborare, i messaggi da modificare, le nuove idee da rivedere. Sono andato a riprendermi un paio di libri per rinfrescare la teoria, consultato un paio di presentazioni su Slideshare e girovagato un po' su Google. Le aree buie si sono subito schiarite, le idee sono venute fuori spontaneamente e i suggerimenti del cliente sono stati inseriti nel posto giusto. Il lavoro resta, assolutamente, "in progress" ma la strada è molto più illuminata. Perché ho potuto guardare criticamente il mio lavoro, senza facili autoindulgenze derivate dalla mancanza di tempo o da obiettivi troppo vincolanti.

Andare alla libreria, cercare su Internet, ascoltare nuovi pareri sono cose che spesso non sono così facili da fare. Ci diciamo che non abbiamo tempo perché abbiamo così tante cose a cui pensare. Tutto vero e tutte balle, al tempo stesso. Quelle cose le possiamo fare molto meglio se la nostra mente è libera di osservare, di riflettere e di meditare. Il tempo per migliorare il nostro lavoro lo dobbiamo trovare sempre, senza attaccarsi a scuse e dogmi vari. Avere del talento significa capire che si può fare di meglio scriveva Antoine Albalat 110 anni fa. Una frase su cui meditare.

(photo credit: Flickr, The walking disaster)