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martedì 22 ottobre 2013

La carica dei 6 dispositivi


Microsoft e Nokia scelgono di "mostrare i muscoli" proprio oggi (Nokia World ad Abu Dhabi) che è il giorno scelto da Apple per annunciare i nuovi iPad. Mi sembra una scelta del tutto ridicola dal punto di vista del marketing. Microsoft e Nokia devono fare un'operazione di integrazione difficile, complessa e di medio/lungo periodo nel settore smartphone e tablet, questo è chiaro per tutti. L'evento dove presentare tutte le novità che erano in cantiere da tempo, ben sei tra tablet e "phablet", per far vedere che non si stanno suicidando (come sostiene qualcuno e con qualche ragione). Dovevano dare un segnale tranquillizzante, di serenità e consapevolezza dei propri mezzi. Perché scegliere il campo di battaglia dove si è più sfavoriti, quello dei tablet, nel momento dove si è più deboli per mostrare i muscoli nei confronti di Apple?

Probabilmente, vogliono dare un segnale forte al mercato, qualcosa tipo "ok, siamo in un momento delicato ma non abbiamo paura di nessuno". Al di là di apprezzare il coraggio della scelta, se io fossi stato nel team di Elop avrei vivamente sconsigliato questa scelta. Hanno tutto da perdere. Basterebbe leggere due o tre punti di Sun Tzu, uno su tutti: "quando vedi il nemico pronto, preparati contro di lui; ma evitalo, dove è forte". Invece vanno all'attacco con tutta la cavalleria, come la famosa "carica dei 600" e sappiamo tutti come vanno a finire Errol Flynn e i suoi. 

Non resta che rimanere in attesa dello svolgersi degli eventi e vedere come andrà. Non sono un Apple fan ma li vedo molto, molto favoriti in questo caso. Anche loro hanno i loro problemi (vedi il taglio degli ordini dell'iPhone 5C per questioni di pricing) ma non certo sui tablet, almeno a oggi. Strana scelta quella di Microsoft/Nokia, neanche fossero gli enti fieristici italiani che in un momento di crisi nera scelgono di organizzare manifestazioni simili negli stessi giorni, con l'unico risultato di dividersi i visitatori e scontentare tutti. La fiera della vanità, si dice, no?

martedì 7 maggio 2013

Come far andare bene un evento? Andando oltre il progetto

Noi addetti ai lavori del settore marketing certe volte sopravvalutiamo il potere del "progetto". Un corposo documento in Word o una presentazione da decine di slide, infarcita di bellissimi capitoli divisi per strategia, messaggi, target e altre cose rispettabilissime, assume connotati quasi sacri. Tutto è lì, consultabile, controllato, valutato. Questo è assolutamente giusto, per carità, spesso il problema è l'esatto opposto, ossia l'improvvisazione creativa non troppo organizzata. Ma l'esperienza sul campo, quella passata da clienti nelle mie ultime due settimane, mi ha fatto riflettere molto. 

Avevamo a disposizione progetti definiti, tempistiche approvate, obiettivi misurabili e un sacco di altre cose per gestire undici eventi. Un po' come i generali che si trovano con le cartine sui tavoli e le loro divisioni che si spostano con bellissime e ordinatissime bandierine. Però la battaglia sul campo, tanto per tornare ai concetti militari tanto cari al marketing (obiettivi, strategia, etc.), è un'altra cosa. Spesso si vincono con l'improvvisazione di un capitano sporco di fango che ha la piena fiducia dei suoi soldati, non con le strategie dei generali con tante stelle sulla divisa immacolata ma lontani, laggiù, nelle retrovie. Negli undici eventi gestiti in queste ultime due settimane ho notato come, in un'organizzazione generale comunque definita, hanno contato tanti aspetti non misurabili. L'empatia con il tuo riferimento diretto, la disponibilità a fare qualcosa che non era compito tuo, il darsi una mano ora dopo ora dimenticandosi di essere "clienti" e "fornitori" (parola che odio, sappiatelo) ma una squadra.

Il semplice stare ad ascoltare il cliente, capendo dove sono le sue principali preoccupazioni (soggettive) oltre che i problemi (oggettivi) è stato un valore aggiunto più che tangibile. Ho scoperto che tanti altri attori presenti sul mercato non hanno questo tipo di atteggiamento, non sono per nulla flessibili, si basano rigidamente sui piani previsti dal principio. Non ascoltano il cliente. Ritengo invece che il primo obiettivo sia quello di mettersi davvero nei suoi panni, e certe volte è durissima lo so, e fargli capire che siamo sulla stessa barca. Magari solo per quei due giorni ma quelli contano davvero.

Vedere il presidente di un'azienda scendere dal palco e, come prima cosa, venire a stringervi la mano per farvi i complimenti (e poi brindare insieme) è un'esperienza non pianificabile. Non è solo un evento andato bene perché progettato e organizzato bene, è qualcosa che è andato oltre. Vuol dire che ha notato impegno, passione, disponibilità, comprensione e competenza, tutte cose che un documento o una presentazione non riescono a trasmettere. Talvolta basta un sorriso tranquillizzante e una stampante rimessa a posto al volo quando non era compito tuo. Le battaglie si vincono anche così.

lunedì 1 ottobre 2012

Passione da vendere

Il 90% del tempo speso a parlare di Social Network e marketing è un mix di filosofia, sociologia, teoria della comunicazione e sensazioni umane. Il che è molto utile per rifletterci su ma abbiamo bisogno anche di casi pratici, diretti, semplici da capire per avere nuove idee da sviluppare. E non solo quelli di colossi e multinazionali con budget enormi, spesi non sempre bene, ma anche di aziende più piccole e, a mio parere, più interessanti.

Questi casi ti arrivano quando meno te li aspetti. A un convegno di Confindustria Modena, per esempio. Una case history raccontata molto semplicemente, con linguaggio diretto, in modo chiaro. Sorprendente, no? Come ha fatto Maurizio Cutrino spiegando come hanno gestito la fiera Macef, trovate la presentazione qui sotto. In breve, ci sono numeri, strumenti e strategie. Se mettono il video, aggiorno il post.


Il caso è interessante perché è una fiera principalmente B2B, in cui i Social Network sono stati utilizzati con successo. Soprattutto per creare relazioni con resposabili aziendali esteri, va detto. L'ultima edizione, quella di settembre 2012, ha visto un leggero calo di presenze (onore a loro che lo comunicano, in un mondo di fiere che dicono di andare sempre, e dico sempre, bene anche coi padiglioni vuoti) ma con un aumento notevole della visibilità online. Inoltre, c'è qualche bella idea: date un'occhiata al Socialike.

Mi è piaciuto molto il loro modo di presentarsi. Perché? Perché ci hanno messo soprattutto passione, una cosa che non puoi comprare né vendere: o ce l'hai o non ce l'hai. Cutrino ce l'ha, glielo si legge negli occhi. E questo la platea lo vede subito e chiaramente.

Nessun blogger ha ricevuto qualsiasi tipo di compenso, in euro o beni alternativi, nella preparazione di questo post. Qui si scrive solo per passione e in totale libertà. :-)

lunedì 25 giugno 2012

Una presentazione, poche parole, tanta passione


La scorsa settimana, per motivi di lavoro, ho assistito a numerose presentazioni, quasi tutte di prodotti e progetti tecnici, ma anche una bella assemblea con 500 presenti. In più, ne ho anche fatta una davvero prestigiosa, all'IBM Forum per l'evento Dominopoint Days 2012, che riunisce tutta la community che gira attorno al mondo Lotus Domino. Analizzando tutti questi input, serenamente, ho avuto una conferma: quando si presenta un'idea o un progetto, la persona fa sempre la differenza, sempre. Ho visto video e demo fatte davvero bene, che al momento mi hanno sorpreso per qualità tecniche e impatto visivo. Tuttavia, a mente fredda, quelle sensazioni si sfumano, mentre riesco a ricordare perfettamente quanto mi hanno colpito le persone, i loro gesti, le loro risposte, le loro parole.

Avevo letto tempo fa un bell'articolo su come il fattore umano possa valorizzare davvero un'azienda. Gli eventi a cui ho partecipato, anche attivamente, me l'hanno confermato. Per quanto riguarda la presentazione che dovevamo fare noi, un annuncio di un software di gestione documentale evoluta, avevamo valutato la realizzazione di una demo in diretta o di un video, come poi hanno fatto tanti altri (con alterne fortune). Ci siamo guardati in faccia: chi crea software siamo noi (cioé, io no ma avete capito), perché lasciare l'incombenza a uno strumento, per quanto efficace e innovativo, di parlare per noi? Ci siamo preparati nei giorni scorsi seduti su due sedie, senza tavolo, davanti all'azienda (che, come sapete, non è attualmente agibile), a vederci sembravamo due matti. Abbiamo cercato di esprimere le nostre convinzioni, le nostre idee, il nostro modo di essere. Una presentazione, due persone, non troppe parole e tanta passione.

All'evento è andata bene. In molti ci hanno fatto i complimenti per l'intervento, noi con le nostre polo blu con brand sul cuore (e solo lì) e le scarpe sportive. Non abbiamo fatto vedere né demo né video, per scelta e senza cercare di seguire esempi illustri. Volevamo avere una relazione diretta e semplice con chi ci ascoltava, la stessa che poi abbiamo cercato di creare nel resto della manifestazione. Penso che ci siamo riusciti. E come noi tanti altri, che hanno trasmesso le loro competenze con il suono della voce e l'espressione del viso più che con suoni e colori. Il Powerpoint ha grossi limiti e non mi riferisco al software in sé. Un film curatissimo e pieno di effetti speciali non sfonda se il protagonista non è all'altezza. Si può essere molto semplici, basta essere veri. La gente lo capisce, statene certi. Anche su Twitter.


giovedì 17 maggio 2012

Lezioni di Volunia, seconda e ultima parte

O si decolla o si affonda. Qualche tempo fa avevo scritto un post sul progetto Volunia, sottolineando gli aspetti negativi e quelli positivi di questa iniziativa tutta italiana, anzi padovana. La Rete aveva massacrato quel progetto, con tante ragioni e, a mio parere, qualche torto. La cosa che mi aveva più infastidito erano stati quei giudizi sommari, insindacabili, definitivi sul fallimento certo di quella idea. Il tempo però aveva dato ragione a coloro i quali quei giudizi li avevano espressi. Dai creatori di Volunia nessuna difesa, nessuna spiegazione, nessun chiarimento, solo un lunghissimo e inspiegabile silenzio. Perché? Ritengo che, a livello di comunicazione, fossero stati mal consigliati prima (presentazione in pompa magna e con aspettative troppo grosse per un progetto rivelatosi in divenire) e siano stati mal consigliati poi. Però, ripeto, si tratta di gravi errori di comunicazione non legati direttamente alla bontà del progetto Volunia. Nel frattempo, sono diventato Power User e Volunia l'ho provato. Un'altra grossa delusione.

Leggo oggi un post di Luca De Biase, che su quel progetto aveva speso molte parole, che dice che hanno imparato la lezione. Le pesanti critiche sono state prese in modo costruttivo e lo affermano direttamente dal loro neonato blog. Qualcosa si muove, forse. Sostengono che stanno facendo molte nuove cose sia a livello di motore di ricerca che di veste grafica e contenuti. Sinceramente, lo spero. Il problema è che siete in ritardo e non avrete un'altra occasione. Questa volta, come dicono gli americani, è "do or die". E non perché Volunia non sia una bella idea ma perché ora deve dimostrare di essere gestita in modo adeguato. I progetti hanno bisogno di organizzazione, di tempistiche, di obiettivi e di responsabilità ben definite. Io, come molti altri, ho deciso di continuare a fare il tifo per Volunia, nonostante tutto, soprattutto perché è un progetto italiano. Ma non avremo più la pazienza di aspettare. Siamo stufi di vedere casi come quelli di I'm watch, vogliamo vedere casi come quelli di Glancee. Purtroppo vie di mezzo non ce ne sono: o si decolla o si affonda.


venerdì 16 marzo 2012

PMI sui Social Media? Bene, anzi no

Tante presenze, poche conversazioni
Per le aziende italiane c'è molto da fare per migliorare la comunicazione sui Social Network. Ieri è stata presentata una ricerca dell'Osservatorio IULM su questo tema, che ha evidenziato come il 43% delle PMI italiane è attivo e comunica sui Social Media, rispetto al 9,8% di un anno prima. Un dato molto positivo, si direbbe. Meglio approfondire un po' la qualità, oltre alla quantità. L’indice di SocialMediAbility che viene citato sottolinea la gestione dell'attività delle imprese nei Social Media, mettendo in luce questi dati:
  • Orientamento verso i Social Media: 0,4
  • Attenzione/cura: 0,3
  • Efficacia: 0,2.
Ma la scala, direte voi, è da 0 a 1? No, da 0 a 10. Sono dati molto negativi ma, come dice la mia esperienza personale, altrettanto realistici. In attesa di avere i dati completi, cito la conclusione fatta dai curatori della ricerca: "sempre più si diffonde la consapevolezza della necessità strategica di essere presenti sui social. Ma a ciò non sempre si accompagna un’effettiva padronanza delle competenze specifiche sulle logiche e i linguaggi di questi canali".

Le PMI italiane vanno sui Social Media perché "bisogna farlo", senza una strategia né un progetto definito. Gli imprenditori lo leggono sul Sole 24 Ore, lo sentono dire alle fiere, lo vedono in TV, aprono i loro profili e pensano che il più è fatto. I dati di una mia ricerca, presentata l'anno scorso al KnowCamp di Modena, evidenziava lo stesso aspetto, con dati ancora più negativi: nel 2011 solo il 13% delle imprese attive nelle energie rinnovabili aveva profili sui Social Network. Anche quando si decidono a utilizzare questi ambienti di comunicazione e di conversazione, non fanno l'unica cosa che andrebbe fatta: creare relazioni con gli utenti. Mettono poche notizie (i profili Facebook hanno, in media, 5 aggiornamenti al mese), quasi tutte da ufficio stampa, e non rispondono ai commenti delle persone (solo il 6% lo fa e mica solo in Italia). Ci sono dati (impietosi) su cui riflettere: non è il 43% citato all'inizio ma 0,4, 0,3 e 0,2.

P.S. L'evento allo IULM, avvenuto ieri (15 Marzo 2012) aveva come hashtag #sma11. Io ho fatto notare quello che pensavo un errore, gli organizzatori mi hanno risposto (molto gentilmente) su Twitter dicendomi che la ricerca si riferisce a dati 2011, per cui era una scelta voluta. Apprezzo la coerenza (nel 2010 avevano fatto la stessa cosa) ma questa scelta ha portato un bel po' di confusione, non solo per me, soprattutto perché legata a un evento. Del 2012.

lunedì 20 febbraio 2012

Illusioni perdute, verità ritrovate

Le farfalle sulla RAI, prima di Sanremo 2012
L'enorme successo socialmediatico di Sanremo porta con sé alcune veloci considerazioni, una su tutte: si tratta della "ennesima conferma che i social media sono prevalentemente mezzi di distribuzione sociale dei mezzi di massa, con Facebook e Twitter a giocare ruoli diversi ma complementari alla diffusione promozionale dell’evento canoro nazional-popolare" (citazione da un post di PierLuca Santoro). Non si tratta di un dato di fatto di poco conto. I Social Media, oggi, anno del Signore 2012, svolgono prevalentemente un ruolo di supporto ai mass media, non alternativo. Questo mi è sempre stato abbastanza chiaro, visto che ho una formazione classica a livello di comunicazione e non ho mai postulato la supremazia di un media su un altro. Ma per molta gente, che si era fatta prendere la mano dalla "rivoluzione sociale", si tratta di un bagno di realtà oggettivo e utile.

Le analisi filosofico-sociali non sono il mio campo, a me è sempre importato l'aspetto relativo alla comunicazione aziendale. Ho sempre detto ai miei clienti che i Social Network non sono una necessità assoluta ("fish where the fishes are" dicono gli anglosassoni) e che, se si decide di utilizzare questi canali, si deve essere pronti da più punti di vista. Ma non fanno miracoli, mai. Per scrivere un capitolo del libro (ne saprete qualcosa di più a breve), sono andato a leggermi tutte le recensioni fatte qualche anno fa dai media, tradizionali e non, per l'avvento di Second Life. Ve li ricordate? L'entusiasmo era alle stelle e le multinazionali che avevano deciso investimenti cospicui. Poi, come sappiamo, si rivelò un fallimento, con migliaia di negozi e isole virtuali deserte e decadenti. Forse avevamo sopravvalutato tutti la cosa: per alcuni era stata un'ottima lezione, per tanti altri no.

Per mesi ho visto analisi e recensioni che sottolineavano la morte dei media tradizionali in un futuro prossimo, soppiantati dai Social Media: più veloci, più coinvolgenti, più personali. La tendenza mi sembra molto meno decisa e ineluttabile. I mass media si stanno trasformando, forse troppo lentamente, per venire incontro alle esigenze degli utenti e non stanno ottenendo risultati drammatici, tutt'altro. Un esempio, proprio legato indirettamente a Sanremo, è quello della Rai, che ha raggiunto risultati notevoli sul Web. Per questo, mi sembra utile ribadire che, come avevo già scritto per il giornalismo, stiamo vivendo un periodo di transizione di cui è difficile delineare gli scenari prossimi futuri. Di sicuro, i media tradizionali non moriranno così facilmente. E se ottengono questi risultati in termini di visibilità sui Social Network, forse anche a noi non dispiace così tanto. Neanche a chi, come me, non ha visto un minuto di Sanremo ma mica me ne vanto: ad ognuno il suo circo nazionalpopolare, senza vergogna.

lunedì 6 febbraio 2012

Lezioni di Volunia


Oggi la Rete è stata impegnata a commentare la presentazione del nuovo motore di ricerca tutto italiano, Volunia. L'evento a dire la verità è andato male, tra proiettori che non funzionavano, relatori che non comunicavano magia e poco impatto generale. Per le considerazioni esatte sull'iniziativa, andate su Twitter (#volunia) o su Google e trovate un sacco di materiale. Se ne volete uno, consiglio Luca De Biase. Io voglio trarre due considerazioni, una negativa e una positiva.

Inizio dalla negativa. Nella mia esperienza ho imparato che bisogna sempre iniziare dalle cose basilari. La gentile arte della semplicità non è congenita, si deve imparare. Se organizzi una conferenza di presentazione con elevate aspettative devi prevedere che tutto funzioni a partire dalle cose più banali. Il proiettore, il microfono, le slide, i posti a sedere, l'aria condizionata, il modo di parlare dei relatori (e il buffet, ovviamente). Come chinque organizzi eventi per lavoro sa, la platea ti giudica dalle piccole cose, che devono funzionare tutte. Se non va il collegamento con l'esperto americano pazienza, ma se non vanno le slide o l'audio, peste ti colga. Questa situazione, ossia la carenza organizzativa, è una peculiarità molto italiana perché, non mi stancherò mai di ripeterlo, parte da una carenza culturale a livello di comunicazione ed eventi. Non solo di Volunia. Se sei un genio nel progettare software ma non sai "creare" un evento, devi chiedere una mano (o anche due). Cosa sarebbe Wozniak senza Jobs? E viceversa?


Ecco la considerazione positiva. Un professionista ammirato e stimato in tutto il mondo (italiano) presenta (in un'Università italiana) il frutto di un'idea semplice e potenzialmente innovativa, sviluppata (in Italia) grazie al lavoro di numerosi esperti (italiani). Cosa c'è di nuovo? Leggete nelle parentesi. Di solito, semplicemente, ci sono altri Stati e nazionalità. Invece in Rete tutti delusi ad affannarsi a dire che non avevano visto uno Steve Jobs italiano bensì un genio veneto, con accento marcato, presentare seduto con tono monotono la sua creazione. Andata al di sotto delle aspettative, senza dubbio. Ma siete mai stati dentro una PMI italiana? Ci sono Cavalieri del lavoro che non sanno parlare una parola in inglese e vendono prodotti di eccellenza assoluta in cinque continenti. Che se li metti a parlare in pubblico si guardano le scarpe, ma davanti a un turco interessato a una betoniera gliene vendono cinque. Cito da qui: "negli Stati Uniti fallire è la strada maestra per il successo. A non fallire sono solo quelli che non ci provano". Il padovano Massimo Marchiori ci sta provando in Italia e gliene va dato merito. Alla faccia di noi criticoni da tastiera con il perenne, e limitante, mito ammericano.

La presentazione di Volunia (bruttissimo nome per un bel progetto) potrebbe essere un ottimo modo per far capire cosa abbiamo e cosa ci manca. Abbiamo le idee, non sappiamo comunicarle. Sarebbe davvero drammatico se fosse il contrario.

Aggiornamento: qui c'è una bella recensione (negativa) di Volunia fatta da un esperto al di sopra di ogni sospetto, Luca Conti. Una frase la sottolineo:  "Un merito a Volunia bisogna riconoscerlo. Usandolo mi ha fatto rendere conto come Google non sia un banale motore di ricerca, ma un servizio web che funziona e che ti aiuta a cercare, con i suggerimenti di ricerca, con il correttore automatico in caso di errore di digitazione, con i risultati universali (pagine, notizie, immagini, video insieme), con le notizie fresche, con una grafica essenziale ma funzionale. Lo usiamo tutti i giorni e pensiamo sia sempre stato così, ma non è vero. Google è una macchina da guerra che ha il monopolio in Italia e in Europa perché è stato il più bravo a fornire un servizio dove altri hanno fallito, proprio in termini di rilevanza". Ho sempre più la sensazione che siamo stati più noi a farci un bel viaggio, aiutati dall'entusiasmo alimentato da alcune testate. Che ne dite?

(la foto nasce dalla frase di Marchiori detta durante l'evento: "Come le galline sono state liberate, anche gli utenti web lo saranno". E se le galline imparassero a volare? Anche il calabrone non potrebbe volare, in teoria).

lunedì 28 novembre 2011

Il convegno riciclato


Solo qualche giorno fa parlavo dell'importanza di emanciparsi dal ruolo di "venditori di fumo" di cui, a volte, siamo accusati di essere. Spesso ingiustamente ma non sempre, purtroppo. Il fatto era che dovevano dimostrare di poter raggiungere risultati tangibili e misurabili e iniziare così a creare una vera e propria cultura della comunicazione in Italia. Mentre mi apprestavo a pubblicare quel post, mi veniva segnalato un convegno sul Marketing low cost: bello, mi sono detto, se avessi tempo andrei a sentire come Cristina Mariani, autrice del libro dal titolo omonimo, spiega queste cose ai piccoli e medi imprenditori friulani. Il problema è che a quel convegno Cristina non c'è, è segnalato un altro professionista (a cui non farò pubblicità). Strano, mi dico io, il titolo e la scaletta seguono in modo molto fedele l'indice e le terminologie dei suoi libri. Allora decido di contattarla, lei cade dalle nuvole e inizia a verificare.

L'esito della sua ricerca lo si trova riassunto qui. Direi che non servono tanti altri commenti. Solo due considerazioni: possibile che gli organizzatori di un convegno non proprio piccolino non abbiano trovato di meglio da fare che prendere spunto, a mani basse, da contenuti molto riconoscibili e, soprattutto, tutelati dal diritto d'autore? Per di più, perché un professionista con una buona esperienza, come quello coinvolto dall'evento, si è prestato a presentare contenuti "copiati e incollati"? Non si può avere la certezza matematica del plagio ma qualunque persona di buon senso, confrontando i temi trattati, non ci metterebbe molto a farsi un'opinione precisa. Quello che dico è: c'è tanto da fare per creare una cultura di marketing e comunicazione in Italia, ci sono tantissime cose da dire, da approfondire, da evidenziare. A chi giova fare così? A nessuno, è un gioco in cui tutti vengono danneggiati in tempi brevissimi: chi scrive i libri, chi organizza i convegni, chi spende soldi e tempo per parteciparvi. Ne vale la pena? La risposta è semplice, chiara ed evidente: no.

Aggiornamento: Giuliano Pellizzari, il relatore del convegno "incriminato", ha scritto un commento a questo post, scelta di buon senso, trasparenza e, anche, coraggio. Sotto c'è la mia risposta, che riassunta è: ti credo e, per questo, dovresti fare una bella e diretta verifica con l'ente organizzatore, così da sciogliere ogni dubbio in merito.
 

venerdì 4 novembre 2011

L'intervento al KnowCamp, YouTube e i segni del destino

Il KnowCamp è finito da quasi un mese ma mi ha dato tanti di quei contatti e tante di quelle soddisfazioni che volevo proprio trovare una scusa per riparlarne (l'avevo già fatto qui). L'occasione arriva puntuale ieri, quando gli organizzatori, sempre bravissimi, mi hanno segnalato che il video del mio intervento è disponibile su YouTube. Lo trovate, in due atti, qui sotto.



Per questo, rilancio la questione: se avete richieste, domande, questioni o critiche da fare (meglio se costruttive), sono qui. Il rapporto tra Internet ed energie rinnovabili rimane sempre una mia priorità anche se da due giorni lavoro in un'azienda che fa software. Tutta un'altra cosa, no? Il caso vuole tuttavia che il primo compito che ho avuto è stato quello di analizzare vantaggi e svantaggi di un sistema per il monitoraggio dell'energia utilizzata in casa o in azienda, in tempo reale. Si vede che è destino.

giovedì 27 ottobre 2011

Idee chiare sempre, anche in fiera

Francesco Tioli, il primo a destra, e parte del team OLI
al Samoter 2011
Certe chiacchierate di lavoro nascono così, dal nulla, solo per condividere un'idea o un'opinione, e diventano discussioni molto valide. Questo è accaduto qualche giorno fa parlando di fiere, un tema che tratto spesso (vedi  qui) perché è uno dei rari momenti di comunicazione che le aziende italiane percepiscono come fondamentale, non sempre a ragione. Si parlava del SAIE 2011, manifestazione sul mondo dell'edilizia italiana giudicata molto deludente da un giovane responsabile di un'azienda con cui collaboro. Se cercate sul Web, troverete numeri e giudizi esaltanti sulla fiera (come qui), ma li troverete sempre, per chi organizza è sempre e comunque un successo: un grosso limite a livello di credibilità. A me invece interessa approfondire il punto di vista di chi ci va per lavoro, per trovare contatti utili, per annusare l'aria del mercato. Come me la pensa Francesco Tioli, quasi 31 anni, del Sales Department della OLI di Medolla (Modena).

Ciao Francesco, siete andati al SAIE con uno stand e al MADE Expo (organizzato negli stessi, identici giorni ndr) come visitatori: un giudizio?
La mia opinione, e non da oggi, è che siano fiere preistoriche e sorpassate già da qualche anno, oltre ad essere molto costose e, forse, poco credibili. Ho ricevuto due e-mail dove gli organizzatori saltavano la gioia degli espositori e i numeri dei visitatori: mi sono quasi vergognato per loro, non era assolutamente quello che ha visto chiunque ci sia andato. C'è da riflettere su questo.

Hai un approccio sincero e diretto, lo stesso che ho visto in fiera. Un atteggiamento molto diverso da tanti altri, anche nel rapporto coi vari competitor.
Il comportamento da tenere in fiera è lo stesso da tenere in ogni momento della nostra vita da commerciali. Noi abbiamo la fortuna di essere stati “cresciuti e formati” in un’azienda che della parola concorrente ne ha fatto un significato e uno stile diverso. Concorrenti non sono mai stati coloro con cui non si deve parlare e che devono essere“massacrati” al fine di portare a termine la trattativa con i clienti. Al contrario, sono persone con le quali si divide un mercato, con le quali ci si spartisce informazioni e ai quali dobbiamo strappare i clienti con la forza del servizio e del prodotto, e non con la forza della presunzione. Questo ci porta ad avere un sorriso non obbligato e una naturale disponibilità a uno scambio di saluti verso chiunque si presenti e voglia di interagire con noi. C'è sempre molto da imparare.

Condivido quello che dici ma non è un approccio facile. Mi puoi fare un esempio pratico?
Tante volte mi sono fermato in stand di concorrenti per cercare di fare due chiacchiere, educatamente, con i loro ragazzi, ma c’era sempre un piccolo muro tra di noi. Li ho anche invitati a prendere il caffè nel nostro stand e… sto ancora aspettando. Altre volte invece sono andato in altri stand, ci sono stato una mezz’ora abbondante, abbiamo parlato del più e del meno e mi hanno offerto loro il caffè. Poteva essere corretto col cianuro ma sono stati molto gentili… ed io sono ancora vivo! Una differenza sostanziale. E non è così difficile.

Siete tutti giovani in azienda, forse essere cortesi e spontanei vi viene più naturale di altri. Mi puoi svelare altri segreti per migliorare l'approccio con i visitatori in fiera?
In Germania moltissimi espositori, dalle piccole ditte familiari alle grandi multinazionali, tendono a trasformare lo stand in qualcosa di interattivo con i clienti o potenziali tali. Ruote della fortuna, concorsi a premi o “stime di peso” con cui vincere prodotti Hi-Tech o semplici palloni, tutte iniziative che portavano costantemente gente al loro interno. Cosa importante, il target di età e professionalità non era affatto basso, non erano ragazzini. Tutti sembravano rilassati e sorridenti, pure i tedeschi (Francesco ride). Non credo che il segreto sia fare lotterie ma far capire alla gente la propria elasticità, cosa che serve ad abbattere i primi muri che ostacolano la conversazione.

Torniamo in Italia, al SAIE di Bologna. Cosa ha funzionato e cosa no, secondo te?
Obiettivamente, il nostro stand poteva essere curato meglio, responsabilità che condividiamo con l’ente fiera. Tuttavia, anche in questo caso, i pochi visitatori che sono passati hanno dimostrato di volerci conoscere meglio. Se l'azienda investe tempo e denaro in modo costruttivo, si possono sempre creare e rafforzare relazioni, in modo veloce ed efficace. Prendo ad esempio OLI Germania, la nostra filiale tedesca: i ragazzi hanno lavorato benissimo prima della fiera Powtech di Norimberga, telefonando ai clienti e invitandoli personalmente a visitare lo stand per prendersi anche "un caffè italiano", sfruttando la provenienza del gruppo. Un'idea semplice ma gestita benissimo, i risultati si sono visti già dal primo giorno.

Chi viene da voi in fiera percepisce che siete una PMI italiana in costante crescita e con sedici filiali nel mondo?
Questo è un punto a nostro sfavore, non riusciamo a far capire quanto siamo grandi e che potenzialità abbiamo. Facendo parte di un grande gruppo italiano, WAM Group, un assoluto leader nei suoi settori di riferimento, spesso veniamo percepiti come un semplice satellite di WAM e non per quello che siamo realmente, ossia una delle sue punte di diamante. Sta a noi far cambiare questa idea. Ad esempio, la fase post fiera è sempre stata fatta con massimo impegno ma senza utilizzare regole precise e condivise, dall'invio di documentazione alle telefonate di follow-up. Probabilmente, già una semplice lettera di ringraziamento a chi è passato per lo stand farebbe capire quanto ci teniamo davvero a loro. Oggi non glielo comunichiamo, questo è un limite che dobbiamo superare.

Concludendo, qual'è il vostro vero segreto, il punto di forza principale, in fiera e fuori?
Sono due, l'elasticità e un servizio a 360 gradi, due vantaggi reali per il cliente. Ma, come dicevo prima, glielo comunichiamo troppo poco. Dovremmo metterli in mostra in fiera, sul sito, sui cataloghi, ovunque. Dobbiamo migliorare e lo sappiamo, ci stiamo già lavorando su.

Le opinioni di Francesco sono molto importanti. Perché vengono da un ragazzo di 31 anni (non ancora compiuti) che è uno dei punti di forza di una società italiana che opera a livello mondiale. In OLI non è affatto un caso raro: Luca Paltrinieri, che si occupa del marketing, non ha neanche 28 anni. Speriamo ce ne siano tanti in giro di trentenni con le idee chiare e che, soprattutto, abbiano l'opportunità di metterle in pratica. Le nostre imprese ne hanno un disperato bisogno.

lunedì 10 ottobre 2011

Cronache da un KnowCamp perfetto

Sabato scorso ho fatto un intervento al KnowCamp di Modena, parlando del rapporto tra Internet ed energie rinnovabili. Il video integrale lo trovate qui: ci sono tre filmati, cercando con le freccette mi trovate al minuto 42 di uno dei tre. Se volete, potete fare considerazioni, critiche e valutazioni dove volete, da qui ai Social Network: a me interessano molto. Qui sotto c'è un'immagine di me e di Gianluca Diegoli, che moderava, così forse è più semplice cercare dove sono e dove parlo.


Inutile dilungarsi troppo, vado subito al sodo. #kc2011, l'hashtag dell'evento, è stato Trend Topic di Twitter per tutta la giornata. Perché? Organizzazione favolosa: sale, computer, video, buffet, logistica, tutto perfetto. In più, c'era quella bellissima atmosfera che è impossibile creare a tavolino, nasce solo se persone valide si trovano insieme per parlare di argomenti validi. Per tutto questo c'è solo da ringraziare Nicola Ballotta e Matteo Fantuzzi di Saidmade per l'ottimo lavoro. In più, ho avuto modo di rivedere molte persone che avevo già conosciuto in altri Camp, conoscere dal vivo contatti abituali in rete (uno su tutti, il "giornalaio" Pier Luca Santoro) e fare quattro chiacchiere con ragazzi (e ragazze, come Biljana che mi ha pure intervistato per il sito Sottobosco) mai visti prima come fossimo vecchi amici. Un risultato notevole per un semplice sabato soleggiato di inizio ottobre. Vi consiglio assolutamente di vedere tutti gli interventi, ne vale assolutamente la pena. Ripeto, assolutamente. Due su tutti:
  • Nicola Bonora (Mentine) che analizza e distrugge il sito di Trenitalia, con una dose di ironia unica e (parla prima di me, minuto 20).
  • Nicola Iarocci che spiega nel suo ignite (5 minuti, ogni 15 secondi le slide cambiano da sole) come uscire dalla Comfort Zone, concetto illuminante sul quale sto ancora riflettendo (nel mio stesso video, dopo 2 ore e 55 minuti).
Ah, quasi dimenticavo. Qui sotto c'è la mia presentazione, qui le trovate tutte (Sean Carlos, Luca Panzanella e tante altre persone che dovete conoscere, prima o poi). Se avete ancora bisogno di un motivo per andare a un Barcamp come questo, mi sa che dovete rileggere il post dall'inizio, per penitenza.

giovedì 15 settembre 2011

Romagnacamp: tu chiamale, se vuoi, relazioni


Come spesso accade, quando ci sono eventi troppo interessanti, la coincidenza con matrimoni e appuntamenti simili è più che probabile. Il Romagnacamp 2011 non ha fatto eccezione, purtroppo. Ma per non perdermi la possibilità di unire lavoro e spiaggia, facendo chiacchiere interessanti in totale tranquillità, ho deciso di farmi 4 ore di macchina per due ore di coworking il giorno prima, ossia venerdì scorso. In sintesi, mi sono perso tutti gli interventi del sabato, il main event, quello con le presentazioni, gli ignite e tutto il resto. Ripartirei oggi e spiego brevemente il perché. Premettendo che va oltre "la vista dal mio portatile", rappresentata qui sotto.


Descrivere come si creano e si rafforzano le relazioni non è affatto facile, io ho un esempio concreto.
Ho avuto la possibilità di parlare con persone con competenze ed esperienza notevoli in una cornice del tutto speciale, un bellissimo bar in spiaggia, il Boca Barranca. Atmosfera rilassata, temi interessanti e la possibilità di lavorare (davvero) su un tavolo tutto mio, assaporando la brezza marina e un cocktail analcolico. Un mix di cose positive difficilmente replicabili in altri posti. Per chi lavora da solo, come me, sa quanto si desideri ogni tanto fare quattro chiacchiere per ricaricare le batterie e "caricare" nuove idee nella testa. Questa è stata, in questo senso, un'occasione davvero speciale.

Oltre a fare i complimenti ad Alessandra Farabegoli e Luca Sartoni per l'organizzazione, ho avuto modo di scambiare opinioni con Gianluca Diegoli (per una volta, fuori dalla bassa modenese), di conoscere Rita Bonucchi, Nicola Mattina e Nicola Iarocci, di fare un paio di battute con Lidia Marongiu, di mangiare qualche patatina fritta con Domitilla Ferrari e famiglia, di assistere alla presentazione del libro "Viaggi in rete" fatta da Roberta Milano via Skype. Oltre a farmi quattro risate con vecchi amici, come Michele D'Alena. Il tutto, ripeto, perdendomi l'evento principale, la cui descrizione perfetta, e spassosa, l'ha fatta Nicola Bonora di Mentine. La prossima volta che non saprete definire come si creano le relazioni, prendete la macchina e andate a un barcamp del genere.

A proposito, come molti di quelli elencati sopra, l'8 e il 9 ottobre sarò al Knowcamp di Modena. Conosco bene chi lo organizza, è un evento da non perdere. Ci vediamo là?

(Photo credits: "io e Gluca ringraziamo gli sponsor" di Alessandra Farabegoli con Instagram)

lunedì 20 giugno 2011

Uno spazio pubblico dove "socializzare" meglio

I social media allontanano lo spazio di discussione dagli ambienti classici, ossia quelli delle aziende e degli enti pubblici, verso le persone, verso i cittadini. Questa è sicuramente una rivoluzione epocale a livello di comunicazione e, obiettivamente, è molto positiva. Ma se tu sei un'azienda o un ente pubblico, questo allontanamento non è troppo sbilanciato? Passare dal ricevere il singolo cittadino o cliente dentro le sicure mura dei tuoi uffici all'andare a discutere, in netta minoranza, in una piazza virtuale di qualcun altro è sicuramente un bel salto. E come si sceglie cosa o chi ascoltare? Questi sono alcuni temi, molto interessanti, sottolineati dal moderatore Claudio Forghieri e discussi all'interno dell'evento “Idee in circolo”, organizzato venerdì scorso a Bologna da TagBoLab.

Noi utenti siamo molto contenti di poter dialogare con un'azienda o un ente direttamente online, in uno spazio neutro (in realtà, di un terzo soggetto). Ed è cosa buona e giusta, ci mancherebbe altro. Però, al tempo stesso, mettiamoci nei panni di un sindaco: le fonti di preoccupazione possono essere molte e condivisibili. Come ha detto il professor Roberto Grandi, i Social Media fanno parte integrante della sfera pubblica, uno spazio dove c'è dibattito e in cui ognuno può contribuire ad arricchire la discussione. Tuttavia, oltre a mancare un sistema di moderazione, devono anche realizzarsi dei meccanismi precisi che portino alle decisioni effettive. E qui sta una delle questioni principali: come si possono analizzare le proposte che vengono dalla rete, dove spesso la critica è tutt'altro che costruttiva, in vista del processo decisionale?

Noi spesso critichiamo aprioristicamente gli enti pubblici. Sono inefficienti, non ascoltano i cittadini, hanno procedure rimaste a 15-20 anni fa. Tutto vero. Nella città dove vivo, ci hanno messo un mese per protocollare una segnalazione di un marciapiede molto ghiacciato vicino alla stazione (pericoloso per le persone), terminando la risposta con un “mi dispiace ma abbiamo altre priorità”. Esperienza personale, mica sentito dire. Detto questo, è evidente che “non si può pensare di dialogare con un'istituzione” (Fleur Cowan), non è una persona e i meccanismi sono molto più complessi. L'unica cosa certa è che cittadini ed enti hanno molto da imparare l'uno dall'altro. Sicuramente, il mondo pubblico e quello politico devono ancora capire molto su come “funziona” la rete e i Social Media (un grottesco esempio). Il massacro della Moratti a Milano è un esempio lampante su “cosa non fare”, per quanto riguarda il “cosa fare” non c'è una risposta univoca, valida per tutti.

Intanto, porrò al mio Comune un ennesimo tema di riflessione: Rimini ha “aperto” la bacheca della propria pagina su Facebook alle segnalazioni dirette dei cittadini/utenti, dando poi conferma sulle attività realizzate in seguito a queste (citando eventuali numeri di protocollo). Un esempio pratico, reale e semplice su come i Social Network possano essere usati per avere una miniera d'oro di informazioni su cosa pensano i propri cittadini, e del tutto gratuita. Certo, non è tutto oro quel che luccica, ci vuole un team dedicato e formato per la sua gestione, per garantire risposte veloci e competenti. Ma iniziate a pensarci. Noi cittadini possiamo essere molto propositivi (io qualche idea l'ho già espressa e qualche esempio di enti virtuosi l'ho già citato) così come i Comuni possono essere molto più ricettivi. L'obiettivo è trovare uno spazio pubblico più adeguato alle esigenze di entrambi. Questo sì che sarebbe rivoluzionario.

venerdì 29 aprile 2011

Relazioni reali e relazioni virtuali: una convivenza più che possibile

Domani mattina sarò qui, a parlare di Internet, di Social Network e di relazioni virtuali/reali di fronte a più di 150 ragazzi delle superiori. Una cosa che mi ha appassionato da subito e in cui sono stato coinvolto in corsa. Soprattutto perché, molto spesso, noi crediamo di sapere tante cose dei ragazzi di oggi, del loro modo di vivere la rete, del loro modo di comunicare senza spendere neanche 5 minuti nel parlare direttamente con loro. Verissimo, abbiamo dati e ricerche, non possiamo parlare con migliaia di ragazzi. Io mi limiterò a prendere gli spunti che arriveranno da loro, un piccolo ma significativo campione, per trarre idee, spunti e, chissà, progetti.

In più, ci sono tanti relatori molto interessanti, in primis il vulcanico Guido Zaccarelli (organizzatore del convegno) e poi Daniele Barca, di cui ho letto cose molto interessanti (per esempio, questo documento sull'utilizzo della lavagna digitale). Nei prossimi post approfondirò più la questione, intanto qui sotto potete trovare le mie 6 slide che hanno l'obiettivo di "accendere" la discussione tra i ragazzi. Sono io che devo imparare da loro, non loro da me.

lunedì 14 marzo 2011

I dipendenti pubblici che fecero l'impresa*

La pubblica amministrazione è piena di persone di grande talento. No, non si tratta di un lapsus e non mi sono nemmeno bevuto qualche birra prima di scrivere questo. Ho lavorato dentro a un ente pubblico, ho collaborato con comuni e provincie da fuori come consulente, ho un'ampia esperienza sul campo. E persone validissime per competenza ed esperienza ne ho trovate parecchie. Il problema più grosso è che, riflettendo perfettamente le caratteristiche del Paese dove viviamo, gli enti pubblici non sono per nulla meritocratici. Non c'è alcun incentivo pratico nel fare qualcosa in più perché non si ha alcun vantaggio pratico. Anzi, spesso sono proprio i colleghi che mettono i bastoni tra le ruote chiedendoti "ma chi te lo fa fare?" e facendo pressioni per mantenere uno status quo di inazione di cui poi si possono lamentare alla macchinetta del caffè. Ma ci sono eccezioni, grazie a Dio.

Sono stato al convegno/camp OpenPA 2011 a Bologna (qui la pagina su Facebook) e ho assistito alla presentazione del progetto realizzato dalla Regione Piemonte: un portale "open data" (tema che mi interessa molto e di cui ho già scritto qui e qui), un sito dove l'amministrazione piemontese mette a disposizione dei cittadini tutti i dati a sua disposizione. "Gli enti pubblici dove lavoriamo hanno quantità mostruose di informazioni. In più, noi siamo già pagati per condividerle coi cittadini. E abbiamo deciso di farlo" ha detto Anna Cavallo, una delle responsabili di CSI Piemonte nonché brillantissima oratrice. L'aspetto innovativo non finisce qui. Le informazioni sono tutte "open by default" (accesso senza restrizioni, ossia una policy che ribalta il concetto di accesso ai dati, il quale deve essere sempre libero tranne quando riguarda aspetti legati alla privacy e alla sicurezza) e hanno una licenza Creative Commons (come il blog dove sto scrivendo) ma di tipo "CC0", cioè si possono utilizzare liberamente per qualsiasi finalità (compresa quella commerciale!). Rivoluzionario. Qui c'è il portale e qui sotto c'è la presentazione integrale (senza la voce e la verve di Anna Cavallo, purtroppo).
Dati liberi, disponibili, per qualsiasi utilizzo. Non stupisce che la Regione Piemonte sia stata la prima e unica in Italia ad aver fatto un progetto del genere fino ad ora. Hanno capito quanto possa essere importante il riutilizzo delle informazioni (dati non strutturati, generati spesso per altri scopi) per lo sviluppo economico e sociale di un territorio, principio promosso anche dall'Unione Europea e già sviluppato dall'Amministrazione Obama negli Stati Uniti con il portale Data.gov. I dati ci sono già, bisogna trovare un modo per mandarle fuori dagli uffici degli enti pubblici e utilizzarli nuovamente per promuovere dei progetti, ossia "l'informazione come infrastruttura" citata dal Manifesto per l'Open Government (a cui ho dato il mio, piccolissimo, contributo). In Piemonte ci sono riusciti e questa è già una bella lezione per le altre 19 regioni italiane. In più, faccio notare che la presentazione di questo progetto, brillante e molto efficace, è stata fatta da due donne. Un'altra lezione, altro che "quote rosa".


(l'immagine iniziale è stata creata da Wordle con l'URL del portale piemontese) 

martedì 22 febbraio 2011

Professionisti e aziende, prove di avvicinamento

Creare un momento di incontro efficace tra consulenti, come me, e imprese è sempre una cosa complessa da gestire. Perché quelli che nascono spontaneamente (a una fiera o a un convegno) spesso sono caratterizzati da una certa mancanza di tempo e di possibilità di approfondire certi discorsi, perché, di fatto, si deve fare altro. Quelli che vengono organizzati volontariamente, le riunioni e gli incontri, hanno spesso il difetto di essere incentrati sulle specifiche necessità del momento, senza prevedere quelle riflessioni ad ampio raggio che generano idee molto interessanti. Ieri sera ho voluto sperimentare un nuovo modo di "vivere" questi momenti di incontro. Il Corriere della sera, CNA Modena e il sito Trovolavoro.it hanno infatti organizzato una serata che offriva a un limitato numero di aziende l’occasione di incontrarsi con professionisti esperti in ambito commerciale e di marketing. Una cena, anticipata da una presentazione di Dario Di Vico e di Cristina Mariani (un'amica, oltre che una collega), con tavoli che vedevano, fianco a fianco, imprenditori e consulenti. Qualcuno la definirebbe "uno scambio di curriculum" ma a me l'idea incuriosiva. Come è andata?

L'iniziativa in sé ha avuto, a mio parere, un buon equilibrio tra pregi e cose da migliorare. Iniziamo coi pro. Quaranta aziende e sessanta professionisti, tutti riuniti per un semplice motivo, ossia conoscersi reciprocamente. Non è una cosa banale. Non capita spesso di avere la possibilità di parlare, confrontarsi e discutere con tanti colleghi e responsabili aziendali, ognuno con le rispettive esperienze e competenze. In più, si è avuto modo di parlare di marketing con chi non è un "addetto ai lavori". Mi capita spesso di partecipare a eventi e conferenze con esperti con cui condivido, oltre a idee e progetti, anche lo stesso gergo, lo stesso modo di pensare, gli stessi obiettivi. Ma il mondo, là fuori, non comunica così e spesso ce ne dimentichiamo. Per questo, avere di fronte un responsabile di un'azienda di elettronica o di meccanica a una cena ti offre l'opportunità di capire il suo punto di vista in modo professionale ma con la sufficiente tranquillità, generando spesso riflessioni molto interessanti.

Ora veniamo alle cose da migliorare. Il "chi siede dove" è stato deciso dagli organizzatori: a me è toccato un tavolo con cinque consulenti e un solo responsabile aziendale. Una situazione certamente molto favorevole per l'impresa (al di là del rischio concreto di essere il trofeo del "tiro della giacchetta"), molto meno per noi. La discussione è stata molto piacevole ma esclusivamente per il fatto che le persone l'hanno fatta diventare tale. Perché non prevedere un cambiamento delle disposizioni in base ai presenti effettivi? O perché non organizzare un buffet e prevedere un "giro dei tavoli" dei consulenti? I tavoli erano, di fatto, aree isolate le une dalle altre, ognuno con le sue specifiche battute di caccia. Un altro punto "migliorabile" è la partecipazione attiva dei responsabili delle aziende. Durante le presentazioni iniziali, è stato chiesto ai presenti di esprimere i propri punti di vista sui temi toccati: sono intervenuti esclusivamente i professionisti, mai i responsabili aziendali (con un'unica eccezione). Come mai? Sono venuti a un evento con finalità chiare ed evidenti, avendo la possibilità di esprimere giudizi, pareri, critiche o altro. Poteva essere un momento molto interessante, non lo hanno fatto diventare tale.

Comunque, tornerei a un evento del genere. Perché qualcosa ti lascia, di positivo o di negativo, di contatti e di conoscenze. Sono sempre cose utili. In più, si vedono all'opera molte persone che fanno, più o meno, il tuo lavoro, non capita spesso. Sicuramente, il "tuttologo" è una categoria sempre molto rappresentata. E questo fatto ci penalizza molto. Abbiamo tutti diverse competenze, esperienze, specificità: perché non valorizzarle invece di metterci a disquisire di massimi sistemi che dimostriamo, dopo cinque secondi, di non conoscere (iniziando spericolate arrampicate sui vetri)? Non potremo mai essere bravi in tutto ma, così facendo, dimostriamo di essere bravi in nulla. Ci conviene davvero? Sì, lo so, tutti teniamo famiglia ma vendere fumo non ci darà alcuna garanzia in merito. Per avere prospettive, ci sono altre filosofie molto più efficaci. Come diceva qualcuno, a ciascuno il suo mestiere. 

giovedì 13 gennaio 2011

Andiamo in scena!

Ci sono certe piccole grandi cose che ti iniettano un entusiasmo incredibile e inaspettato. L'evento fatto da ACTA ieri alla Triennale di Milano è, senza dubbio, una di queste. Un vero e proprio show teatrale in cui liberi professionisti hanno fatto, per un giorno, gli attori non professionisti. E sono stati bravissimi. Hanno fatto capire alle tantissime persone, tutte fianco a fianco nella sala Agorà, la nostra vita e il nostro mondo in un modo del tutto particolare, ironico ed efficace, teatrale e realistico. Va bene, un bell'evento, una bella idea, e poi? Poi hanno creato un dibattito tra pari all'interno della sala, facendo parlare chi era venuto a vedere e poi spiegando direttamente le ragioni dell'Associazione, le sue esigenze, i suoi obiettivi. Un successo, ma c'è di più. E qui porto la mia personale esperienza dell'evento.

Sono arrivato là presto, perché volevo conoscere dal vivo alcune persone di ACTA che sento spesso in rete. La regista argentina Marcela Cerli, un concentrato di energia pazzesca, mi ha guardato e mi ha subito arruolato nello spettacolo. Ho fatto la nuvola. Quando saranno disponibili più video e foto dell'evento si capirà meglio. Non ho fatto a tempo ad arrivare là che ero diventato subito uno di loro. Senza moduli né form, solo pacche sulle spalle, sorrisi, battute, discussioni. Il tutto in cinque minuti e con persone che non avevo mai visto di persona in vita mia. Un entusiasmo che raramente si trova concentrato in un unico posto. Persone diverse, tutti serissimi nelle prove, tutti simpaticissimi nelle pause. E siamo andati in scena. Il mio ruolo è durato 10 secondi ma fare il rito teatrale del "merda, merda, merda" tutti insieme, all'inizio, è stato bellissimo.

Ieri mi sono sentito parte di ACTA in modo istintivo, diretto, personale. Tengo a precisare che ieri ero solo una persona interessata a un progetto, non ero né socio né iscritto. Oggi lo sono. Perché ho toccato con mano un'idea e ho conosciuto delle persone che hanno dentro di sé la volontà di raggiungere un obiettivo, diciamocelo, molto ambizioso: dare luce agli invisibili, difenderli, promuovere il loro ruolo nella società e nell'economia italiana. Se da ieri siamo più visibili, c'è da dire grazie a loro. Che hanno speso ore del loro tempo libero per provare uno spettacolo davvero bello. Il miglior modo di capire davvero il manifesto del lavoro autonomo di ACTA era guardare le persone che erano là a recitare. "Io sono libera non professionista, perché non si può essere, al tempo stesso, libero e professionista" è stato detto da una di loro. Anche lì c'era qualcosa di me. E un'altra parte di quello che sono davvero l'ho ritrovata dopo lo spettacolo.

Volete un consiglio? Non c'è da deprimersi, fuori dalla vostra porta c'è un sacco di gente bellissima da conoscere e da rivedere dopo tanti anni. C'è solo da buttarsi. Come cantava Battiato, le nuvole non possono annientare il sole. E di nuvole, grazie ad ACTA, da ieri me ne intendo.

(photo credits: ACTA)

lunedì 25 ottobre 2010

Ecoballe utili ed eco-balle inutili

Ho partecipato all'inaugurazione di un nuovo impianto per la realizzazione di combustibile da rifiuto a Marghera, vicino a Venezia. Senza voler entrare nel merito, dato che del Waste Marketing ne ho già parlato qualche post fa, mentre ascoltavo le presentazioni dei relatori ho fatto una veloce analogia col fenomeno del greenwashing. Il tema è attuale: l'ecologia è un tema "caldo", che fa breccia nella sensibilità delle persone e allora i miei prodotti devono essere "green". Non lo sono? Prendi una specifica caratteristica, ne esalti le doti di sostenibilità ambientale e trasformi il tuo prodotto dandogli una bella verniciata di verde. Caso raro? Recenti ricerche dicono che non è affatto così, anzi è un fenomeno in crescita.

Bene, torniamo al mio evento. Avendo letto articoli sul greenwashing, stavo riflettendo su come comunicare efficacemente le caratteristiche sostenibili di un'attività, di un prodotto, di un'iniziativa. Assistendo alle varie relazioni, mi sono venute in mente le regole citate nell'articolo e ho fatto un veloce confronto:
  • Distrarre l'attenzione comunicando la propria generosità nel finanziare progetti, anche di dubbia rilevanza: durante l'inaugurazione, è stato detto in modo chiaro e ufficiale che "il sistema che abbiamo cominciato a costruire 15 anni fa vale circa cento milioni di euro". Informazioni chiare e dirette che spesso le aziende italiane non comunicano per un milione di motivi, di cui nessuno valido.
  • Negare le informazioni a supporto di quanto dichiarato (basarsi solo sull'annuncio): 250.000 tonnellate all'anno di rifiuti urbani in ingresso, di cui il 55-60% viene trasformato in combustibile da rifiuto da bruciare in una centrale termoelettrica, controllando le emissioni (dati messi online sul sito). Processo semplice e comprensibile, tecnicismi ridotti al minimo. 
  • Certificare da soli la propria sostenibilità (senza parti terze coinvolte): un rappresentante del Politecnico di Milano ha presentato una ricerca sul ciclo di vita del CDR. Un risultato su tutti: una tonnellata di combustibile da rifiuto permette un risparmio di 860 chilogrammi di CO2 fossile. Dato di ente terzo che spiega più di mille parole.
  • Utilizzare visual ("immaginate che ...") per comunicare un interesse che non c'è: all'evento la comunicazione era focalizzata solo sul "prodotto", ossia il combustibile da rifiuto. Niente evocazioni, niente campagne, niente parole in più. Semplicemente, "una visione di futuro che ha preso corpo" (citazione di Walter Ganapini, esperto del settore esterno alla società). Ora, non domani.
  • Non avere una visione sistemica della sostenibilità (farlo perché è la moda del momento): è stato ribadito che il progetto è iniziato oltre 15 anni fa e che ha visto numerosi Ministri coinvolti. "Senza questo impianto oggi saremmo in emergenza rifiuti come altre regioni" è stato detto. Impossibile dare torto a questa affermazione.
  • Sottolineare una singola caratteristica "green", quella che fa più comodo: durante il workshop che ha preceduto il taglio del nastro, si è spiegato nel dettaglio come funziona l'impianto, perché è stato scelto il modello di "cogenerazione all'italiana" (niente accezioni negative, solo un interesse prioritario alla produzione di elettricità invece di calore) invece di quello "alla danese" (priorità al calore e meno all'elettricità), quali risparmi di emissioni sono stati ottenuti (in termini di cifre su polveri totali, ossidi di zolfo, anidride carbonica fossile, etc.). Dati chiari, autorevolezza ampia.
Un'inaugurazione semplice e coerente, informazioni chiare e dirette per i cittadini senza utilizzare una parola in più ma senza neanche una parola in meno. Di questo abbiamo bisogno. Non esistono solo prodotti "green" e lo sappiamo bene, li compriamo da decenni. Non esistono impianti che non fanno emissioni ma ce ne sono che le monitorano e le rendono minime. Dare una pennellata di verde a qualsiasi cosa non serve a niente. Dicendo balle, anche se sono ecoballe, non si va verso un futuro migliore. Anzi, si mette a rischio il proprio presente.

P.S. A conferma della buona organizzazione dell'evento, ringrazio Francesca Faraon di Idecom per avermi inviato le slide che le avevo richiesto, al volo, mentre mi consegnava caschetto e pettorine per la visita all'impianto.

mercoledì 5 maggio 2010

"Green Communication": meno parole, più buone idee

Scrivo in diretta dal Solarexpo di Verona. Ho clienti attivi nel settore delle rinnovabili, solare e biomasse in particolare, e per questo è sempre utile informarsi un po'. Soprattutto se, nel convegno inaugurale, parlano alcuni esperti americani. Mi sono chiesto: va bene, tutt i cittadini del mondo hanno (o dovrebbero avere) a cuore la salute del pianeta ma come la vedono loro la Green Economy? La pensano in modo simile a noi italiani (diciamo europei, che fa politically correct)?

Non voglio entrare nel merito dei discorsi trattati né fare inutili generalizzazioni, ma sottolineo le parole chiave utilizzate dai relatori italiani e americani per "comunicare" le varie tematiche:
  • Italiani: normativa, Commissione Europea, stime sui prossimi anni, impegno del Governo, coinvolgimento degli stakeholder, teorie, economia del futuro. 
  • Americani: finanziamenti, Barack Obama, dati della situazione odierna, necessità di infrastrutture, coinvolgimento di scuole e università, casi di successo, lavoro del futuro.
Gli statunitensi si sono focalizzati su tre punti chiave: formazione, investimenti e lavoro. Formazione in senso di coinvolgimento di Università, network di studenti e docenti, aziende e enti pubblici per creare soluzioni congiunte e innovative da sfruttare prima possibile. Investimenti in senso di finanziamenti (federali e statali) e defiscalizzazione per far sì che le aziende e le persone trovino conveniente (e non solo bello) puntare sulle rinnovabili piuttosto che sulle fonti di energia di origine fossile. Lavoro (del futuro) nel senso che, entro il 2020, negli Stati Uniti c'è bisogno di creare 2 milioni di posti di lavoro nelle energie rinnovabili (sugli 11 milioni previsti). Il loro pragmatismo su queste tre questioni mi è sembrata la strada da percorrere per creare una "Green Communication" che si affianchi all'economia verde.

Gli americani, oltre ad aver citato numerose volte Barack Obama (gli italiani una volta a testa per Barroso e la Merkel, mai Berlusconi), hanno sottolineato come il nostro conto energia sia un'ottima idea ma che per loro è difficile da praticare per ragioni di tipo economico. "Conto energia" in italiano l'ho sentita una volta, e quasi di sfuggita. Per creare il lavoro del futuro, dobbiamo sentire più buone idee e meno parole.