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venerdì 29 maggio 2015

Mobile first? Forse abbiamo avuto troppa fretta

Negli ultimi mesi, meglio anni, il mantra per chiunque volesse consigliare le aziende nella loro promozione online è stato: mobile first. Riassunto breve: tutti abbiamo uno smartphone, quasi tutti abbiamo un tablet, a breve i PC saranno morti e sepolti, facciamo contenuti e contenitori adatti ai piccoli schermi. Tutto giusto, no? Non esattamente. Stanno nascendo alcune riflessioni, come questa che ritengo molto interessante e che va più in profondità. Oltre al first c'è di più. Mi focalizzo su un punto:
It’s true that for many people their mobile screen is their primary screen most of the time. What’s not true is that this is the only screen that matters.
Non è tanto importante lo schermo che guardo (qui lo smartphone vince facile) ma lo schermo che conta per riflettere e decidere. Guardiamo l'immagine qui sotto: stiamo 8-10 ore al giorno davanti a un PC, contro le 2/3 ore davanti a un tablet o uno smartphone.


Siamo così sicuri che, per decidere su tante cose della nostra vita, lo smartphone o il tablet siano l'unica cosa che consultiamo? Magari sì, ma intanto riflettiamoci su. 

Un dato di fattosi accede molto di più al Web con i device mobili. I dati sono sotto i nostri occhi, come lo sono i nostri smartphone, primi testimoni di questo fatto. Ma quello che non ci dicono è che l'accesso da PC non cala, rimane costante. Mobile Isn’t Killing the Desktop Internet, insomma. La torta cresce, smartphone e PC non si rubano le fette tra loro. 

Per questo, per comunicare online, la cosa fondamentale è il progetto che ci sta dietro, non il dispositivo che usano le persone per accedere ai nostri contenuti. Un progetto che ci fa capire chi ci guarda e cosa interessa a chi ci legge. Un obiettivo molto più difficile da realizzare rispetto a un sito "mobile first". E qui sta il punto.

mercoledì 25 marzo 2015

Dalla carta al digitale, un'evoluzione con qualche sorpresa

La "carta digitale" (qui immagine originale)

La rivoluzione digitale si sta compiendo sotto i nostri occhi: la carta sembra ormai obsoleta, a rischio estinzione, con l'affermazione di ebook e testate online adatte anche a tablet e smartphone. Per non parlare degli onnipresenti social network, nuova grande passione anche dei giornalisti della vecchia scuola. La realtà, come sempre accade, riserva sempre qualche sorpresa e rende meno nette queste vittorie annunciate. Perché le persone, ossia le variabili più complesse e imprevedibili di tutto questo discorso, non sempre seguono quello che preannunciano tanti esperti nelle loro bellissime presentazioni. A proposito, sapevate che pure Internet scomparirà?

Sono uscite alcune ricerche che sottolineano risultati in parte sorprendenti visto che siamo abituati a leggere che il digitale vince sempre e comunque sul quel "materiale igroscopico, costituito da materie prime prevalentemente vegetali, unite per feltrazione ed essiccate" che è la carta. Ad esempio, pare che leggendo un libro cartaceo le informazioni restino più impresse che usando un PC, un tablet o un ebook reader (punto di vista personale: non ho avuto questa percezione ma può essere). Inoltre, se si devono prendere appunti, la carta è migliore perché si ha più comprensione dei contenuti. Sul secondo risultato devo dire che sono piuttosto d'accordo, per esperienza personale: su carta i concetti sono più creativi, più miei, seguono la mia logica e le relative connessioni, non quelle di un software per testi fatto da altri. Certo, gli ibridi sono già tra noi ma non divaghiamo.

Parlando di rivoluzione digitale e di "scomparsa della carta", non si può non citare le previsioni e le analisi legate al mondo dei media. Il problema è che se si deve pensare a un nuovo modello di giornale che vada oltre il cartaceo, specialmente se si vogliono ottenere ricavi, è bene prefigurarsi bene la strada da seguire e i concetti da capire. Ad esempio, è vero che Facebook è una piattaforma molto diversa da un sito Web o un quotidiano cartaceo ma il giornale è sempre quello e deve essere coerente con sé stesso. Sta qui il difficile. Pare che al New York Times lo sappiano bene mentre al Messaggero abbiano opinioni diverse. Non è una strada facile, solo ora, dopo anni di parole (vedi qui, anno 2013) sta emergendo qualcosa di davvero concreto e sostenibile.

Stiamo a vedere come evolve tutto il discorso, al di là di presentazioni, eventi e ricerche. Perché vedere cose come la carta digitale dell'immagine sopra fa restare a bocca aperta, ma bisogna usarle quelle cose e qui è tutta un'altra storia. Da sempre ritengo che la carta abbia grandi qualità (semplice, concreta, durevole) e che non sia alternativa al digitale, almeno non nel medio periodo. Perché è dura a morire.

mercoledì 15 gennaio 2014

Redazioni "aperte": è La Stampa, bellezza


Quasi due anni fa scrivevo che i due quotidiani italiani sui quali scommettevo a livello di intraprendenza verso il futuro del mondo del giornalismo erano La Stampa e Il Sole 24 Ore. Del quotidiano piemontese mi aveva molto colpito l'editoriale del direttore che parlava di tre figure nuove per il suo giornale e non solo: Digital Editor (Marco Bardazzi), Web Editor (Dario Corradino) e Social Media Editor (Anna Masera). "Un giornale è un corpo vivo, che deve sapersi sempre adattare all’ambiente in cui si muove" si scriveva testualmente. Poteva sembrare un annuncio fatto sull'entusiasmo del momento, per cogliere al volo le nuove mode legate a Social Media e redazioni liquide per rendersi protagonisti, con obiettivi di breve periodo. Poteva sembrare.

A due anni di distanza, quell'annuncio è stato seguito da tante iniziative e una recentissima conferma della voglia di adattarsi al mondo che cambia. Nel momento in cui Anna Masera ha deciso di cogliere un'occasione importante (temporanea e non priva di rischi, dato che mettere insieme giornalismo, comunicazione e politica è difficile a livello di credibilità), il giornale ha preso una decisione nuova, fuori dagli schemi: ha nominato come Social Media Editor un non giornalista, Pier Luca Santoro (@pedroelrey su Twitter). Un grande professionista, competente ed esperto, oltre che un amico, ma di fatto privo di tesserino (come ha notato per primo Carlo Felice Dalla Pasqua, altro amico e, lui sì, giornalista). Particolare per nulla trascurabile, se si conosce un attimo il conservatorismo del mondo del giornalismo italiano (io sono giornalista iscritto all'Albo, sottolineo).

Non ci si ferma qui. I responsabili del quotidiano hanno deciso che Pier Luca sarà solo il primo esperto a essere coinvolto, ne sceglieranno uno ogni due mesi per portare idee, progetti, entusiasmo e competenze all'interno della redazione fino al ritorno di Anna Masera. Un passo importante, nuovo, da evidenziare. Che porterà giornalisti ed esperti della rete a conoscersi meglio, reciprocamente. Una prova? Leggete qui sotto. Mica facile il compito del Social Media Editor.

(Photo credits: www.notcot.com)

giovedì 12 dicembre 2013

La verità attraverso lo schermo


Alla fine, cercare le informazioni su Internet è sempre un'esperienza molto personale e soggettiva e il giudizio di cosa si trova dipende da tanti fattori. Tuttavia, c'è un elemento semplice e chiaro che in molti casi è oggettivo: lo scostamento tra la realtà e la sua percezione attraverso lo schermo. Cosa voglio dire lo spiego subito, un esempio di vita vissuta. La seconda volta che sono andato a New York, anni fa, ho prenotato una camera in un alberghetto al centro del Greenwich Village: camere non enormi ma parevano belle e nuove. Arrivato lì, ho scoperto che le immagini appartenevano alle uniche due camere ristrutturate, il resto erano stanze pessime. Dormito lì, cambiato hotel e allo stesso prezzo ne ho trovato uno molto bello, consigliato da un amica. Risultato: passaparola batte sito Internet 4-0.

La cosa si è ripetuta altre volte, anche se non con lo stesso, drammatico scostamento tra percezione e realtà. Mi sono sempre chiesto il perché. Ok, mi freghi una volta poi io non torno più e non ne parlo benissimo. Ti conviene? Sicuro sicuro? Il problema comunque non è il sito Internet ma chi lo fa, lo riempie, gli da vita. Altro caso di vita vissuta. Ho cercato su Google un bed & breakfast per una notte fuori, ne ho trovato uno nel quale le camere sembravano davvero belle in rapporto al prezzo. Il dubbio c'era: saranno davvero così? Tuttavia ho prenotato, sono andato là e il sito rispecchiava esattamente quello che era la realtà. Anzi, forse la camera vera era ancora meglio. Belle stanze avevano prodotto belle foto ma assolutamente realistiche e reali. Risultato? Cliente contento che ne parla molto in giro e che ci tornerà.

Quello che penso è che quello che trasmettiamo su Internet deve avere un fondo, e bello importante, di verità (vedi anche qui). Puoi abbellire, smussare, ordinare, illuminare quello che vuoi ma, alla fine, devi far trovare quello che le persone si aspettano di trovare. Lo stesso discorso vale per l'immagine di una persona, di un prodotto e, anche, di un servizio. Quante immagini di modelle/i vediamo in un sito aziendale, con finte riunioni, finti call center, finti dipendenti? Quello che mi chiedo è: perché tu, impresa, vuoi nascondermi quello che sei davvero? Preferisco vedere il tuo operaio o la tua addetta stampa al lavoro, anche se non sono biondi, magri e perfetti rappresentanti di una perfetta società multiculturale. Ci dobbiamo fidare di te e di quello che vendi, no?

Ah, volete sapere quali erano i due posti citati? Vi dico solo il bed & breakfast: se volete fare un weekend sulla Riviera del Brenta, tra Padova e Venezia, il posto vale la pena. E rispondono alle mail in 10 minuti. Tutto torna.

mercoledì 20 novembre 2013

Cinquantatré idee per un sito web



Tante volte mi chiedono "ma come è fatto un bel sito?" e io rispondo con vari esempi illustri, come Apple ad esempio. Però Apple e gli altri esempi illustri hanno budget stellari per la comunicazione, essendo aziende molto grandi. Allora ne propongo altri (vedi qui). Se siete un'azienda con meno di 50 dipendenti e due prodotti di punta, oggi ne ho uno nuovo da far vedere: http://www.fiftythree.com/

L'ho navigato per 10 minuti, in modo semplicissimo ma quasi trattenendo il fiato. I prodotti (due, Paper e Pencil) sono descritti in modo affascinante, con un'integrazione tra testi, immagini e video praticamente perfetta. Tutto è semplice. Volete saperne di più dei prodotti? Pagine con scroll lungo ma non infinito che vi fanno vedere tutto. Volete sapere quanto costano? Scritto tutto, nero su bianco. Volete comprarli? Mettete nel carrello e via. Certo, è un'azienda di cui parla Chris Dixon e che ha vinto barcate di premi compreso quello di "app of the year", non sono certo gli ultimi arrivati. Ma se volete spunti e idee su come promuovere i vostri prodotti, guardate loro come fanno rendere "carta" e "matita". Incantevole.

Ah, un particolare: l'applicazione non c'è per Android, solo per iPad. Lascio a voi le riflessioni.

venerdì 13 settembre 2013

La sicurezza delle informazioni? Non solo tecnologia, c'è il fattore umano

Come sapete, sono da sempre un grande sostenitore delle policy aziendali, ossia quelle regole "di buon senso" per la gestione della vita di ogni impresa che sembrano scontate ma che molto spesso non lo sono. Tempo fa avevo citato le linee guida di TNT, organizzate in un'infografica molto carina anche nel design, e anche la policy del Governo inglese sulla creazione dei contenuti. Tutte cose che ho visto essere interessanti per molti, non solo per me.

Oggi voglio dare visibilità a un bel documento (lo trovate qui sotto e su Slideshare) che approfondisce la delicatezza del fattore umano per la tutela della sicurezza delle informazioni aziendali, alla luce dell'apertura portata dai Social Media. Un tema che, come si capisce, è molto delicato. L'ha segnalato Piero Tagliapietra, uno degli autori del testo e persona che vi consiglio vivamente di seguire su Twitter. Un documento semplice da leggere e utile per tutti, senza troppi tecnicismi. Buona lettura.


giovedì 18 luglio 2013

Che siate minimal o realisti, l'importante è badare ai contenuti


Un articolo di UX Magazine, la cui lettura online consiglio a tutti per l'elevata qualità dei contenuti, ripropone la questione di come strutturare il design del sito Internet e, in particolare, come strutturarlo al meglio per aumentare la facilità di navigazione per gli utenti. Nella sostanza, si pone una questione tradizionale: meglio cercare di simulare la realtà conosciuta "disegnando" una cosa digitale in modo simile a una fisica (il cosiddetto scheumorfismo, parola orribile, lo so) oppure creare degli oggetti nuovi, bidimensionali e minimalisti che superino i limiti del realismo delle cose (insomma, il minimalismo)? Sembrano questioni più filosofiche che pratiche per cui facciamo un esempio chiaro: meglio questo o questo?

L'articolo esplora benissimo i vantaggi e gli svantaggi dei due approcci, quello che sottolineo io è che è bene porsi delle questioni molto pratiche, personali e concrete. Partiamo da noi, sempre. Il minimal va di moda e sembra più figo, ma sembrare più semplice non significa essere più semplice. Allo stesso tempo, infatti, è più freddo e più conformista dell'approccio realistico. Ma la vera questione è che non bisogna scegliere tra i due. L'ottimale, e il difficile, è cercare di prendere il meglio dei due approcci e sintetizzarlo per adattarlo al nostro caso. Si rischiano tante bozze e tanto tempo da impiegare ma il risultato può essere favoloso. Il flat design prova proprio a fare questo, a combinare i vantaggi dei due approcci per ottenere risultati ottimale. Combinare immagini reali e realistiche con oggetti grafici piatti e colorati può essere l'arma vincente. Guardate qui: immagini reali, immagini minimal e icone flat si integrano alla perfezione.

Ricordate però una cosa: sia nel regno del realistico che in quello del minimal, c'è una cosa che decide se le cose possono davvero funzionare o meno. Si chiamano contenuti. Sono il motore della vostra macchina, ossia l'unica cosa che vi fa veramente muovere.

venerdì 12 luglio 2013

I siti Web vanno coltivati per portare dei frutti


Ogni tanto, per diletto e per lavoro, vado a cercare alcuni siti che mi diano spunti a livello di design, di contenuti e di idee creative. Ho alcuni portali di riferimento, che consulto di tanto in tanto, e rimango sempre sorpreso dalla qualità che trasuda da un semplice sito Web, che non deve seguire regole auree e limiti molto evidenti (pensiamo alle page dei Social Network) ma può dar sfogo alla creatività, nel bene e, talvolta, nel male. Quello che voglio sottolineare è che spesso questi siti sono sbilanciati verso una o l'altra caratteristica (molto design e pochi contenuti chiari o viceversa). Facciamo qualche esempio, fissando tre parametri: design, contenuti e idee creative.

  • http://rabbithole.uk.com/ - Sito di creativi (graphic designers, fotografi, etc.) stupendo a livello di immagini e grafica, che permette una navigazione intuitiva e veloce. Questa impostazione però deve, per forza di cose, prevedere contenuti brevi e non sempre da al lettore/utente una percezione adeguata di quello che fanno e delle caratteristiche dei loro progetti.
  • http://dayrise.co/index.html - Sito molto minimale e pulito a livello di grafica di un'agenzia di product design e UX, con immagini un po' troppo omogenee e fredde che non mettono così a proprio agio l'utente/lettore. Ma a livello di contenuti ci sanno fare, eccome. Guardate come danno visibilità a una case history, direi perfetta: problema, progetto, soluzione, parere del cliente.
  • http://www.apple.com/mac-pro/ - Ne ho già parlato qualche giorno fa, lo cito nuovamente perché merita (e non sono un Apple Fan). Tutto perfetto, quasi. La magia, l'applicazione con le immagini dinamiche, con alcuni browser non rende, per esempio Chrome. Però hanno fatto un gran ben lavoro.
  • http://www.bklynsoap.com/ - Un sito di produttori di sapone di New York, prodotto tutto fatto a mano. Cose positive: le immagini reali del "taglio" del sapone (immagini vere battono immagini comprate 10 a zero, se fatte bene), la richiesta aperta di feedback all'utente. Cose negative: quasi nulle le informazioni sull'azienda, non riesco a farmi un'idea (sono in 5 o in 50?).
  • http://www.zennaware.com/cornerstone/index.php - Un portale dedicato a un software di "versioning" che prova a integrare un template allo stato dell'arte con degli screenshot di prodotto (che, generalmente, è un'impresa ai limiti dell'impossibile). Il risultato non sempre è ottimale, va detto. Ma le pagine contengono tutte le informazioni che servono per valutarlo e ci vuole coraggio, in un settore con una concorrenza fortissima.
Il sito perfetto, ovviamente, non esiste ma l'importante è riflettere sempre in base a chi avrò davanti allo schermo, mettersi nei suoi panni, sperimentare ed evolversi. Come ho detto più volte, l'importante non è essere online ma essere in rete. E per esserlo bisogna seminare e coltivare, con pazienza. I frutti arrivano, prima o poi.

martedì 18 giugno 2013

I software non vengono bene in foto

Lavoro in una società che fa software e sto cercando nuovi spunti per la nostra comunicazione di prodotto, come faccio ogni 3 mesi quando il lavoro mi permette di usare quella mezz'ora per provare a essere creativo. O talvolta di copiare bene chi lo è davvero. Ogni volta mi sorprendo di quanto poche siano le idee delle software house a livello di comunicazione visiva. Un sacco di screenshot (dei quali l'80% non hanno senso estetico), un sacco di immagini stereotipate (digitate "ERP" su Google e c'è la fiera del copia e incolla) e pochissime idee. Ok, mi sono detto, cambiamo strategia.

Ho pensato a tre aziende con brand pesanti che facessero i software più "cool" del momento, sia a livello di PC che mobile. Sono sicuro che avete intuito chi sono. Sono andato sui loro siti. Sono molto, molto simili. Impostazione minimale, un sacco di bianco e pochi contenuti, immagini quasi uguali (il device quasi sempre presente a creare una cornice adatta al codice, con il tablet assoluto protagonista). Per carità, tutti molto belli ma, come ho detto, tutti uguali. Di un'eccezione ho parlato qualche giorno fa ma pensavo di trovare più creatività in giro, specialmente nei colossi. Invece no: uno ha tracciato la strada, gli altri dietro. E vendono tutti molto bene. Hanno ragione loro, no?

Nel mio piccolo, vorrei provare a fare qualcosa di diverso. Alcuni spunti su cui voglio lavorare e riflettere:

  • non mi piace il minimal a tutti i costi e neanche lo sfondo bianco (nel mio blog è scuro, uno scuro un po' alleggerito perché alcuni mi accusavano di rovinare loro la vista ma il testo rimane, e rimarrà, bianco); 
  • vado matto per le immagini reali e realistiche (non sempre ce la faccio a metterle nei post e questo spesso non mi piace);
  • i testi di 3/4 righe mi piacciono a vederli, così carini e ordinati, ma spesso li considero quasi un orpello grafico, non li leggo se non c'è qualcosa che mi indica, subito e in modo chiaro, che posso approfondirli, se voglio (basta un link).
  • i video devono essere corti e soprattutto avere un senso per altri che non siamo noi (Vine docet). 
Devo confessare che la cosa che mi ha incuriosito di più, da questo punto di vista, è questa. Non sono troppo originale, ne parlano tutti, no? Mi piace il punto di vista, guardare il mondo attraverso qualcosa che lo interpreta, ti da nuove possibilità, rende tante cose più semplici. E se fosse il software a guardare noi? Ci penso su. Se avete spunti, liberi di commentare o dirmi qualcosa su Twitter.

venerdì 14 giugno 2013

Ci vuole rispetto per gli utenti: Google contro gli advertorial


Condivido tutto quanto detto da Matt Cutts di Google nel video qui sopra (trovato qui) contro gli advertorial (pagine pubblicitarie travestite da contenuti editoriali, insomma il caro vecchio pubbliredazionale), il native advertising e i link a pagamento. E non da oggi. Fa piacere essere d'accordo con loro, mica capita sempre.

Repetita iuvant. E buon weekend.

giovedì 13 giugno 2013

Quali dati lasciamo usando Internet? Lo spiega il Guardian, semplicemente

Il caso della NSA, della "talpa" Eric Snowden e dei dati intercettati è ormai di dominio pubblico da giorni, nelle analisi si passa da cosa spiano gli americani (la Cina, incredibile no?) ai soliti, inutili particolari morbosi sulla fidanzata del protagonista. Ma il centro della questione è un altro: cosa possono controllare, in realtà, le agenzie americane in merito ai nostri dati? Oltre alle foto di torte, gattini e tatuaggi che tanti di noi mettono su Facebook, trovano altro di interessante (sulla nostra "attenzione alla privacy", leggete qui e fatevi una risata)? A chiarire un po' di cose sui metadati, ossia le informazioni che "produciamo", consapevolmente o meno, quando usiamo la tecnologia, ci pensa il Guardian, ossia una delle due testate che hanno scoperchiato il caso. E non per caso.

Cosa ha fatto il quotidiano inglese di così innovativo? Una semplicissima e utilissima guida pubblicata online. Spiega cosa sono i metadati, quali informazioni possono essere verificate da agenzie come la NSA mentre noi usiamo una e-mail, Facebook, Twitter o Google Search. Descrive anche a cosa assomigliano questi metadati, per noi profani. Tutto spiegato in modo semplice, conciso e chiaro, senza fronzoli. C'è pure un ottimo esempio, legato al caso di Petraeus di qualche mese fa (bell'approfondimento di Repubblica, giusto citarlo, mica siamo sempre esterofili). Mi sono chiarito più le idee in 5 minuti che in giorni di articoli e articoletti sul caso. Questo deve fare il giornalismo: darmi le notizie, spiegarmele, chiarirmi le idee e rendermi un cittadino più consapevole. Non è la prima volta che cito il Guardian (un esempio qui), sono sufficientemente sicuro che non sarà l'ultima.

Ennesima conferma che spesso less is more, anche nel giornalismo.

giovedì 6 giugno 2013

Verso il digital marketing: qualche consiglio per le aziende italiane

Non è più tempo di mura tra azienda e clienti.

Generalmente i post che contengono un numero predefinito di cose da fare per arrivare a qualcos'altro non mi piacciono molto. Da "i dieci modi per ottenere un blog di successo" a "i 25 trucchi per farla impazzire a letto", la letteratura è piena di titoli così. Al 99% sono del tutto inutili, anche perché le singole idee o consigli buoni, che talvolta ci sono, si perdono in una marea di ovvietà di bassa lega. Meno male che le eccezioni ci sono, ogni tanto. Questa è una e parla di come il marketing debba affrontare la sfida/opportunità offerta dal digitale seguendo strade precise, che riassumo qui sotto, velocemente, con commenti miei.

Adattarsi - Tutto cambia molto velocemente, dai singoli mercati agli algoritmi di Google, per cui le aziende, specialmente quelle italiane, devono mettersi in testa di essere flessibili nel loro rapporto verso l'esterno. Quello che va bene comunicare oggi può non andare bene tra 6 mesi. E non c'è nulla di male: è la realtà delle cose, bellezza. Parafrasando Darwin, l'azienda che sopravvive in un momento di crisi non è la più forte né la più intelligente ma quella che si adatta meglio ai cambiamenti.

Creare - Produrre contenuti unici, di qualità, non copia-e-incollati da qualche parte è una necessità. E, al giorno d'oggi li possono realizzare solo le persone, le tecnologie servono solo a diffonderli. Gli individui saranno i protagonisti del futuro a livello di content marketing. Una prova? Google inizierà a porre tutta la sua attenzione sulle persone e non più sui link (leggete qui a proposito di Author Rank). Questo vuol dire molto lavoro in più per gli uomini di marketing, anche a livello di formazione. 

Ristrutturarsi - Le barriere verso l'esterno tendono ad abbassarsi, volente o nolente. L'evoluzione digitale porta a una caduta dei muri dei castelli medioevali aziendali verso difese più agili e flessibili ai contenuti legati al brand (Content is king, no?). Per questo, non ha proprio senso mantenere barriere elevate all'interno, con uffici a tenuta stagna che collaborano poco tra loro e manager interessati solo alla definizione scritta sul proprio biglietto da visita (la fotografia di tante PMI, inutile nasconderlo). La collaborazione interna è necessaria per sopravvivere, prima, e crescere, poi. Per questo bisogna creare team integrati, flessibili ed efficienti che riuniscano professionalità diverse, con coordinatori bravi a "fare gruppo".

Ottimizzare - Nell'evoluzione digitale, il baricentro della relazione azienda/clienti si sposta sempre più verso i secondi. Un dato di fatto. Il terreno dove si decide la partita avvantaggia spesso l'utente e non l'impresa (pensiamo ai Social Media ma non solo) per cui è bene porsi nei panni di colui con cui dobbiamo parlare per capire cosa vuole. Niente di nuovo? Provate a leggere i contenuti di 5 aziende che vi piacciono sul loro sito: li avreste voluti scritti così? Sono chiari? Hanno un significato preciso per voi? Mi sbilancio: in 4 casi su 5 la vostra risposta è no.

Concludendo, forse avrete notato una cosa. L'articolo che ho citato all'inizio titolava "five ways" e le strade sono solo quattro. No, non l'ho dimenticata, due sono confluite in una (la terza) perché l'esempio non calzava bene per le aziende italiane, le protagoniste dei miei post. Mi sono permesso di modificare i contenuti, di personalizzarli, di capire cosa può interessare chi mi legge. E poi l'ho detto subito: gli articoli "gli x modi per fare y" non mi piacciono tanto. Non mi sento per nulla in colpa.

martedì 4 giugno 2013

Chi ha bisogno dei giornalisti?


Il titolo è derivato da un bell'articolo del New York Times, testata che cito spesso ultimamente e non per caso. Si parte dal caso di Michele Bachmann, elemento di punta del movimento Tea Party americano e potenziale cavallo di razza repubblicano per la corsa alla prossima Presidenza, che ha deciso di comunicare la sua rinuncia alla candidatura al Congresso nel 2014. Dov'è la novità? Ha utilizzato solo un video su YouTube, non una tradizionale conferenza stampa. Tralasciando le motivazioni reali del suo ritiro, che lei non spiega nel dettaglio mentre altri ci provano, quello che è interessante è la scelta di ignorare i media tradizionali per parlare direttamente verso il proprio pubblico/elettorato (disintermediazione direbbero quelli bravi ma a me questo termine piace davvero poco). Dopo aver guardato il video, ecco alcuni consigli che, umilmente ma non troppo, darei sia al comunicante solitario che al giornalista non invitato alla festa.

Comunicante solitario: hai a disposizione strumenti molto potenti per comunicare senza avere la necessità, come qualche anno fa, di passare per le forche caudine della stampa con le sue domande scomode. Perché perdi questa opportunità non solo facendo un video autoreferenziale, ovattato, con una musichetta in sottofondo che dopo 10 secondi diventa noiosissima, ma anche senza dare "la" notizia, ossia il perché ti ritiri? La regola base di ogni comunicazione è che devi dare al tuo interlocutore una news che giustifichi il tempo che lui perde a leggere o ad ascoltare quello che dici. Se non la dai, le musichette e la bravura di chi ha ripreso il video non bastano. Guardi me ma parli da solo. Una non notizia non la si comunica, neanche su YouTube.

Giornalista non invitato alla festa: è un mondo molto diverso rispetto a quello di qualche anno fa, non è più il politico o l'azienda che ti deve invitare agli eventi ma sei tu che lo devi seguire, ovunque vada. Comodo era il tempo in cui, tra agenzie, comunicati stampa e inviti, ti arrivava tutto sul PC, in redazione. Ora il giornalista deve nuovamente muoversi, andare a cercare la notizia dove c'è, analizzarla e spiegarmi perché è importante. Il dove non è solo un luogo fisico ma anche virtuale, su Internet, sul profilo Facebook, su Twitter e su YouTube. Il perché è presto detto: volente o nolente, a noi cittadini i giornalisti servono. Non siamo in grado di analizzare tutte le informazioni che ci arrivano, abbiamo bisogno di qualcuno che ci dia una mano a capire, a interpretare, a farci un'opinione. Il problema è che anche il giornalista deve essere consapevole di questo nuovo ruolo, che in realtà è vecchio: deve andare a cercare la notizia, senza aspettare l'invito.

"Dobbiamo essere in grado di entrare nella mischia e spuntare fuori all'improvviso" sottolinea l'autore dell'articolo del New York Times (traduzione mia, non letterale). Sta tutto qui ma non è affatto facile, come spiega bene Giuseppe Granieri. Né per il comunicatore non più solitario né per il giornalista imbucato alla festa. Ma i lettori e gli elettori esigono che ognuno svolga il proprio compito a dovere. Sono loro che pagano i loro stipendi, alla fine. Ricordiamocelo.

lunedì 15 aprile 2013

Puntare sulle persone, non su strumenti o diete


Luca Conti, non proprio l'ultimo tra i professionisti esperti di Rete e comunicazione online, ha fatto un interessante esperimento: una dieta ragionata da Social Media, informazioni in tempo reale e commenti in serie sulle news offerte da Internet. Prima molto drastica, poi più equilibrata. Sgombro subito il campo da ogni equivoco: non voglio fare analisi sociologiche spicciole, analisi di produttività o altre cose che non mi competono, voglio solo sottolineare una personale riflessione sul tema che sto facendo da molto tempo:

  • Abbiamo troppe informazioni che ci arrivano;
  • Gli strumenti che abbiamo per scegliere cosa leggere spesso ci fanno perdere più tempo rispetto a quello che ci fanno guadagnare;
  • Scegliere come o dove essere "social" sembra un comportamento da asociali (lo so che è singolare metterla giù così), da dandy o da gente fuori dalla realtà. Non è così.
Come già dicevo qualche tempo fa, forse ci stiamo facendo troppi viaggi. Il mondo è anche come appare sulle varie timeline ma non è tutto lì. Facciamo un esperimento: proviamo a guardare 50 tweet e vediamo, oggettivamente, quanti ci interessano e quante volte clicchiamo per approfondirne il contenuto. Io, fatto ora, sono a 6 su 50. E seguo gente che ho verificato per bene, molti addetti ai lavori. Significa che ho perso tempo a leggere cose che non mi servivano in 44 casi su 50. Acqua calda o latte versato, direte voi. Ma il problema rimane: il nostro tempo è limitato ed è meglio spenderlo bene.

I Social Network fanno perdere tempo? Come sempre, dipende da noi, da come li usiamo, da come li scegliamo. Il problema è complesso, non esistono risposte giuste o sbagliate. Quello che sembra certo è una cosa: a un anno di distanza ci si chiede spesso come mai spendessimo tanto tempo a far cose che sapevamo già essere inutili. Che l'uomo tenda per natura alla conoscenza lo diceva già Aristotele e anche Platone aveva scritto un bel po' di cose su conoscenza sensibile e conoscenza intellegibile. Ma io non voglio fare filosofia, voglio trovare metodologie che mi aiutino a setacciare la rete per trovare le mie pepite informative in modo più efficace, più veloce e più utile (vedi anche qui). Niente diete, per carità, vanno oltre i miei limiti. L'unico rimedio è quello di puntare sulle persone, come ho sempre fatto, e non sugli strumenti. Per quello ci vuole fiuto e devo affinarlo ancora.

lunedì 8 aprile 2013

Gli istituti tecnici e la cultura nazionale

Talvolta, illustri conferme arrivano del tutto inaspettate. Oggi un video del Corriere.it segnala Massimo Banzi,  inventore del processore open source Arduino e assoluta celebrità tecnologica a livello internazionale, e un suo intervento fatto a Desio, sua città di provenienza. Dice cose apparentemente semplici ma che, in realtà, sono pesanti e bellissime allo stesso tempo. Premessa: lui si è diplomato all'Itis negli anni '80.
Mi è sempre piaciuto questo aspetto degli istituti tecnici, quello che studi poi lo fai anche praticamente subito dopo. C'è sempre questo parallelismo tra il pensare e il fare. Questo meccanismo viene riscoperto nel mondo dei maker mentre in realtà in Italia c'è questo tipo di scuola, che funziona, che fornisce un sacco di persone preziosissime all'industria ma quando dici che hai fatto l'ITIS ti trattano un po' da... [sfigato]. Una questione di cultura nazionale, quali sono i nostri eroi. 
Ne ho parlato più volte, per esempio qui e, recentemente, qui. Sono molto orgoglioso di vedere un personaggio del calibro di Banzi spendere queste parole per gli istituti tecnici, che condivido e sottoscrivo in toto. Volete un eroe italiano, ragazzi? Guardatevelo qui e ascoltatelo qui sotto.


giovedì 4 aprile 2013

Notizie bomba, diverso calibro: il caso Corea del Nord

Ieri notte apro il sito del Corriere e vedo in home page una notizia bomba (letteralmente): la Corea del Nord pronta a fare un attacco atomico verso gli Stati Uniti. Oddio. Che è successo?

Mentre mi faccio delle domande, rifletto. Ho fatto la mia tesi universitaria su un programma atomico (quello francese) e le sue ripercussioni nelle relazioni internazionali, un po' me ne intendo di quelle logiche. Pare strano, per me andrà così, prendendola con ironia. Allora vado a vedere i siti dei due principali quotidiani italiani e quelli dei loro omologhi statunitensi. Le notizie sulla Corea sono sotto, evidenziate in rosso. Trovate voi stessi le differenze nei toni, nei contenuti e nel posizionamento. Poi cercate di fare una serena riflessione sul mondo dell'informazione in Italia. Sempre utile.




Aggiornamento del 4 Aprile 2013 
Le news atomiche dalla Corea sono scese giù di parecchio nelle home page nostrane, posizionandosi tra i mal di pancia della Clerici e una Ford "alata". Tanto rumore per nulla (vedi qui). E come volevasi dimostrare.

giovedì 28 marzo 2013

Come fare un buon fact checking


Si parla tanto, troppo, di fact checking ultimamente. In realtà, quasi sempre lo si usa solo per fini molto specifici, spesso per confutare una singola affermazione che non resterà comunque nei libri di storia. Spesso poi il problema è legato al "controllore" che non è evidentemente un soggetto super partes (come dovrebbe essere un giornalista, in teoria) ma che tende a elevarsi a giudice imparziale di una questione che gli interessa da vicino, scegliendo accuratamente cosa verificare e cosa no ("cherry picking" dicono gli anglosassoni). Non è facile fare fact checking.

Un bell'esempio di verifica dei fatti diffusi dai mass media ce lo da oggi Paolo Attivissimo, che tutti conoscete. Una premessa: ieri sentivo alla radio una notizia allarmante sul più grande cyber-attacco della storia, "una specie di attacco nucleare" a Internet. Per quanto riguarda la mia esperienza, e non sono un tecnico, non avevo avuto nessun problema, né rallentamenti né problemi di connessione a Internet coi miei cellulari. Bah, mi sono detto, sarò stato fortunato. Oggi leggo l'articolo di Paolo Attivissimo, che essendo esperto in materia e molto tenace, ha fatto qualcosa che teoricamente potevamo fare quasi tutti: ha preso Google e si è messo a cercare conferme, fatti, numeri. Ovviamente, lui sapeva dove andare, dove trovare le fonti più autorevoli, ha usato un metodo e ha consultato svariate fonti, anche quelle che non andavano a supportare direttamente la sua teoria. Alla fine, viene fuori che l'attacco c'è ma che certi paragoni atomici, ad oggi, è meglio lasciarli stare.

In più, cosa da segnalare, mi fa conoscere il "principio di Belzebù" del giornalismo: mai fidarsi di notizie che provengono da una fonte interessata. Utilizzando questo semplice ma utilissimo principio, possiamo smontare anche molti articoli che controllano i fatti, se la parte che giudica ha un conflitto di interessi con la notizia che controlla. Ho detto più volte che il fact checking non è cosa per tutti, ci vuole metodo, esperienza, professionalità e competenza. E un consiglio, diffidate sempre di chi, in questi articoli, dice di voler "trovare la verità". Il fact checking serve per ottenere la verificabilità di una notizia, non la verità. Una notizia verificabile può essere falsa mentre una notizia non verificabile può essere vera. Questo può essere un buon punto di partenza per diventare un buon fact checker.

martedì 26 marzo 2013

Cinque domande prima di iscriversi alle superiori


Due anni e mezzo fa scrissi un post che parlava di come i ragazzi under 13 scelgano prevalentemente i licei, percorso che li obbliga a fare cinque anni di superiori più altri cinque di università, se tutto va bene. I dati di oggi ci dicono che quasi il 50% di loro continua a scegliere questa strada. E non c'è nulla di male in questo, io stesso ho fatto lo scientifico. Quello che non mi piace per niente è che non si dia una corretta informazione: non viene spiegato loro cosa implichino certe scelte, che saranno importanti per il loro futuro. Per cui, visto che la comunicazione verso i ragazzi è un argomento che mi piace, provo a farmi io certe domande, come se avessi 13 anni.

Non ci sono risposte giuste, in questo caso l'importante è farsi le domande. A 13 anni è difficile, perché si vogliono fare tante altre molto più divertenti rispetto a decidere come sarà la propria vita. Ma è bene fare un piccolo sforzo: c'è Internet per cercare, informarsi, giudicare, sfruttatelo a dovere. E coinvolgete i vostri genitori, fate domande anche a loro.

Nel 2020 enti e aziende cercheranno infermieri, chimici e informatici, almeno così dicono le statistiche. Magari sbagliano (anche i numeri sbagliano) ma se vi piacciono certe cose, provate a pensavi con un camice o mentre programmate un software. Il 31,4% dei vostri coetanei sceglie un istituto tecnico, contro il 49% dei liceali: ogni scelta va bene se vi date delle risposte delle quali siete convinti. Spesso sbaglierete, non sarà la strada che seguirete nella vita. Io volevo fare il pilota e l'astronauta, ora scrivo di marketing e comunicazione. Le risposte cambiano nella vita e va benissimo così.

venerdì 22 marzo 2013

Le policy: soluzioni semplici e preventive per problematiche complesse

Che le aziende, specialmente quelle italiane, abbiano bisogno di policy definite nella comunicazione, online come offline, è un mio pallino da sempre (vedi questo post di quasi 3 anni fa e anche sul libro ho citato spesso questo assunto). Tutti devono sapere, in linea generale, cosa sta facendo l'azienda e dove vuole andare per poi poterne parlare, sempre con cognizione di causa. Però "la policy" rimane qualcosa di astratto, di indefinito, quasi filosofico. Questa volta ci viene in aiuto TNT, che pubblica le sue linee guida in modo chiaro e trasparente. Qui sotto ne vedete un estratto, ossia i cosa fare e i cosa non fare.


Alla fine, si può dire, si tratta di semplici logiche di buon senso. Il primo "don't" è sostanzialmente la semplice regola della nonna, copyright di Catepol (Caterina Policaro, ndr) e citata qui. Però sono linee guida scritte, consultabili, omogenee e chiare per tutti. Non è affatto una cosa scontata. Se un dipendente ha un dubbio, va a vedere se una cosa può farla o meno. Questo può rappresentare una soluzione semplice e preventiva a una miriade di problematiche complesse da dover gestire poi. Perché non farne una anche per la propria azienda? Non hanno controindicazioni, tranne il tempo che si impiega a scriverle. Ed è un investimento assolutamente fruttuoso.

mercoledì 20 marzo 2013

Il passaparola online funziona per vendere? Dipende.


Da Coca Cola, non proprio un'azienda qualunque, arriva forse la notizia del giorno a proposito di comunicazione e marketing: il buzz, il "passaparola online" non porta conseguenze significative a livello di vendita nel breve/medio periodo. La frase, detta da un senior manager del marketing della multinazionale americana come Eric Schmidt (un altro Eric Schmidt, sia chiaro), sembrerebbe porre la parola fine a tanti proclami sulla potenza delle conversazioni tra persone in rete in un'ottica di marketing. In realtà, non è proprio così. Io sono da sempre piuttosto critico sull'onnipotenza della rete, spesso siamo noi addetti ai lavori che per convincere i clienti puntiamo sul "nuovo che avanza" e non su quello che andrebbe meglio all'azienda (magari partendo da una brochure o dal sito).

Mi limito quindi a fare alcune considerazioni (come fanno altri), cercando di essere obiettivo:
  • Nella stessa occasione, lo stesso Schmidt dice una cosa molto importante: non è la fine della storia, è solo uno studio fatto su un'azienda particolare con un business particolare, non può essere un caso valido per tutti. Questo ci deve servire di lezione: ogni azienda fa storia a sé, quello che funziona o meno per Coca Cola può darci spunti ma sta a noi capire quanto ci possa essere utile. Partire con facili premesse o finire con facili analisi successive (win or fail) è uno dei grandi errori da evitare.
  • Sempre il manager di Coca Coca sottolinea come loro stiano cercando nuovi strumenti per analizzare e misurare correttamente il buzz e i suoi effetti. Una bella ammissione da parte di una multinazionale da 11,4 miliardi di dollari di fatturato, con un reparto marketing invidiabile per budget e risorse. Altra lezione per tanti: non ci sono modelli predefiniti, dobbiamo sempre cercare di capire meglio come e perché succedono certe cose.
  • Umani e macchine analizzano il sentiment in rete in modo diverso. Nel caso di Coca Cola, quello che le persone dicono che è "positivo", per le macchine al 21% è "negativo". In particolare, i sistemi di analisi automatiche fanno molta fatica a giudicare testi lunghi, come nel caso di blog e di aggiornamenti di Facebook, mentre con quelli corti, come i tweet, lavorano molto meglio. C'è ancora molta strada da fare per le macchine per comprendere bene i contenuti, che rimangono i re della comunicazione.
Come per l'editoria, anche per la comunicazione online stiamo una fase di passaggio. Non essendoci strade certe, a meno di non farci prendere da posizioni ideologiche, l'unica cosa è sperimentare, analizzare e riflettere. Questo vale per Coca Cola e anche per una PMI da 10 dipendenti.