Il "fact checking" è un argomento che mi sta a cuore da un po' (vedi qui, qui e, soprattutto, qui le puntate precedenti): ritengo che sia uno dei fattori imprescindibili per costruire un nuovo modo di fare giornalismo. In un epoca di bombardamento di news, abbiamo bisogno di verifiche e professionalità per avere un'informazione affidabile e migliore. Tante molte mi viene chiesto cosa significa farlo bene, detto in poche parole, e non è sempre facile. Oggi invece riesco a spiegarlo in un'immagine, tratta dal sito del Washington Post. Parliamo del più antico giornale della capitale statunitense, quello che fece venire fuori il Watergate, unanimemente considerato il più autorevole quotidiano d'America dopo il New York Times (per il resto, basta Wikipedia). Tanto per sottolineare bene di chi stiamo parlando.
Partiamo dalle news di oggi: Romney ha fatto l'ennesima gaffe. Non è una notizia così clamorosa, ne fa numerose e puntuali. Andando a cercare sul Web, ho trovato una notizia di qualche mese fa, relativa al fatto che l'attuale candidato alla Casa Bianca per il partito Repubblicano avrebbe usato in una pubblicità uno slogan reso famoso dal Ku Klux Klan. Una news di un certo peso, insomma, legata a quello che all'epoca era il favorito delle primarie del GOP. E l'ho trovata sul Blogpost, il luogo delle "breaking news" del portale del Washington Post (che ha anche il Pinocchio Test sull'ultima gaffe di Romney).
Al giornale arrivano varie puntualizzazioni, che accusano il Post di aver sbagliato a intendere la frase ("Keep America American" invece del corretto "Keep America America"), di non aver capito che la pubblicità non era prodotta dallo staff di Romney ma da un gruppo indipendente e di non aver consultato il candidato né i suoi collaboratori per avere una conferma in merito. Come so tutto questo? Ricerche su Google? No, lo scrive l'editor del quotidiano stesso, non con un trafiletto in fondo ma sottolineandolo per bene la cosa sotto il titolo. Sbugiardano loro stessi pubblicando una frase molto forte e inequivocabile: this posting contains multiple, serious factual errors.
Non si fermano a questo, fanno una solenne autocritica con un'autoironia talmente graffiante da apparire davvero sincera. L'articolo originale iniziava con la frase "qualcuno non ha fatto le ricerche che avrebbe dovuto fare", accusando Romney e il suo staff. La rettifica sottolinea come sono loro stessi a non aver fatto le ricerche necessarie, molto più colpevolmente. Tutte queste informazioni pubblicate, inimmaginabili per un quotidiano nostrano, sono verificabili qui. Cosa significa questo? Che il Washington Post ammette i propri errori, ne informa direttamente il lettore con chiarezza e trasparenza, dimostrando così la propria credibilità. Non toglie i contenuti incriminati, anzi ne aggiunge.
Una lezione di giornalismo in un'immagine. Vuol dire che tutti i giornali anglosassoni sono bravi? No, io ne ho avuto testimonianza diretta. Quel che è certo è che qui viviamo ad anni luce di distanza dal Washington Post. Purtroppo.
martedì 18 settembre 2012
Il fact checking in un'immagine
Etichette:
comunicare,
fact checking,
giornalismo,
Media,
news,
non notizie,
notizie
martedì 11 settembre 2012
Scrivere un libro, parte terza: dopo la pubblicazione
Ormai è un dato di fatto: i miei due post sulla scrittura del libro "Promuoversi mediante Internet" (qui il primo e qui il secondo) sono i più letti, di gran lunga. Per carità, numeri piccoli ma comunque molto significativi per me. Dimostra che, al di là di strategie, marketing e social media, la mia testimonianza di autore (improvvisato) è la cosa che interessa di più a chi mi legge, almeno in termini quantitativi. Ora aggiungo una terza parte, in divenire: il post pubblicazione. Ma niente consigli, solo sensazioni ed esperienze che sto vivendo in queste settimane.
Il libro sta vendendo bene, dice l'editore. Ovviamente ne sono contento. Ma la cosa che mi da più soddisfazione sono i commenti, le mail e i complimenti fatti dalle persone. Tanta gente con cui ho lavorato o che ho conosciuto negli ultimi 15 anni ha comprato il libro, l'ha letto (o lo sta per fare) e me l'ha comunicato con grande entusiasmo. Io non ho praticamente fatto promozione al libro: mandato qualche mail, qualche news messa su Facebook e Twitter, ma niente di serio o ragionato. Niente incontri in libreria, niente "product placement" in eventi di rilievo. Lavoro per un'azienda, ho una famiglia con due figli e una casa inagibile causa terremoto: semplicemente, non c'era tempo per farlo, semplicemente. Tuttavia, in una giornata normale, mi arrivano mail come questa.
Antonio non lo conosco. Ha comprato il mio libro, l'ha letto, ha cercato la mia mail su Internet e abbiamo iniziato a sentirci, a parlare di idee e consigli (lui si è quasi stupito che la nostra corrispondenza fosse del tutto gratuita). Altri mi hanno chiamato per tenere incontri con gli imprenditori, in azienda molti colleghi lo vogliono leggere. Tutte cose che mi hanno reso orgoglioso di quello che ho fatto. Il complimento più bello me l'hanno fatto due ex clienti: quello che si legge sei proprio tu, con il tuo modo di pensare e di lavorare trasferito sulla carta di un libro. L'obiettivo era proprio questo, mi piace pensare di averlo centrato.
Tanti, come prima cosa, mi chiedono quanto mi pagano. Gli rispondo sempre: non è importante (anche perché conosco molti autori di libri tecnici e sapevo come funziona, ossia che non si diventa ricchi). Quello che mi importava davvero era provare un'esperienza nuova, che ho scoperto essere molto faticosa e impegnativa, e prendermi una soddisfazione personale. Me ne stanno arrivando molte di soddisfazioni. Tutto grazie a persone come Antonio da Verona.
Etichette:
#pmilibro,
cliente,
comunicare,
credibilità,
essere in rete,
libro,
Promuoversi Mediante Internet
giovedì 6 settembre 2012
L'informazione sulle rinnovabili? In alto mare
Le rinnovabili non vanno più così di moda. Leggete giornali, guardate tv, navigate online: ormai il settore della produzione di energia pulita si sta associando sempre più al concetto di bolla, analoga a quella vissuta dal mondo ICT qualche lustro fa (un esempio qui, ce ne sono molti altri). Prima era il futuro radioso e incontestabile, ora è un comparto dominato da lobby e oscure logiche di mercato. Si sa, nella comunicazione le mode contano molto e la verità sta sempre nel mezzo ma cerchiamo di fare un po’ di chiarezza e di “fact checking”.
Il settore delle rinnovabili rischia di essere una bolla? Certo. Come tutti i settori che nascono e crescono velocemente, forse troppo, i Governi non riescono a fare piani industriali per gestirli e si rischia di perdere il controllo. La Germania, esempio virtuoso in questo senso, è stata la prima a provarci, riuscendo a diventare la “locomotiva d’Europa” nel solare (vedi qui) pur avendo condizioni meno favorevoli dei Paesi mediterranei. Allo stesso tempo, è la prima a subire i contraccolpi negativi della velocità di sviluppo di un settore condizionato dagli incentivi (che hanno portato a una sovrabbondanza di produzione e un conseguente problema di gestione dei costi) e che ha visto apparire sulla scena i competitor asiatici, aggressivi come lo sono in altri settori maturi. Anche l'Italia sta subendo l'impatto di questo fattore (vedi qui, ad esempio).
Ma le rinnovabili non sono più il futuro? Certo che lo sono ma bisogna essere realistici. La crisi economica non poteva non colpire duramente un settore che ha bisogno non solo di pannelli solari ma anche di infrastrutture nuove e molto costose per la produzione di energia: pensiamo ai parchi eolici, specialmente quelli più efficaci e redditizi, ossia gli offshore. In più, non bisogna solo produrre ma anche distribuire l'elettricità prodotta e necessitano reti e infrastrutture nuove per la gestione dell’energia pulita. In Germania servono 2.100 km di linee in corrente continua e 1.700 km di linee in corrente alternata, mentre almeno 4.000 km di linee esistenti dovranno essere rinnovate. Ossia, investimenti per decine di miliardi di Euro. Da noi se ne parla ancora pochissimo.
Il mio compito non è quello di analizzare lo scenario economico o industriale (non ne ho le competenze), ma quello della comunicazione, che è ondivago e, talvolta, poco chiaro per chi legge. L’obiettivo deve essere quello di analizzare più fonti e di farsi un’idea più chiara del tutto. Restando ai fatti, il settore delle rinnovabili paga problemi intrinsechi (si è corso, paradossalmente, troppo velocemente in quanto “dopati” dagli incentivi) ed esterni (crisi economica mondiale). Però ha superato di gran lunga tutti gli obiettivi previsti solo 10 anni fa, in tanti casi in modo clamoroso. In più, ci sono altri settori oltre il solare fotovoltaico: eolico e mini-eolico, biomasse, cogenerazione e trigenerazione, geotermico, tutte cose che leggiamo raramente sui giornali e che devono essere conosciute e valutate.
Quel che è certo è che, volente o nolente, la sostenibilità è un processo irreversibile. Non è il bene assoluto né una bolla speculativa, è un settore di primaria importanza che va analizzato, compreso e capito. Per questo, anche noi addetti ai lavori abbiamo un compito importante: fare informazione e farla bene. Ne abbiamo bisogno e può essere fatta dal basso. Quel che conta è non cercare il titolone, del giornale o del blog, a tutti i costi. A far quello sono capaci quasi tutti.
(Photo credits: www.riqualificazioneenergetica.info)
lunedì 3 settembre 2012
Il potere delle parole giuste
Il potere delle parole è grande. Per chiunque operi nel mondo del marketing e della comunicazione, questo è un mantra imprescindibile: sulle parole si plasmano i claim delle pubblicità, le vision aziendali, le relazioni online e tante, mille altre cose. Spesso, tuttavia, i responsabili aziendali o tanti ottimi professionisti che lavorano nelle imprese tendono a non rendersi conto di questo nel dovuto modo: usano le stesse parole all'interno e all'esterno dell'impresa. A risolvere questo problema servono le linee guida, ossia brevi ma utilissimi riassunti di "cosa dire e come farlo bene" per raccontare un'impresa a chiunque non ne faccia parte, che sia un cliente, un partner, un fornitore o il postino. Un esempio recente è la scoperta del "manuale segreto di Apple", dove l'azienda della mela spiega nel dettaglio ai suoi dipendenti come devono rivolgersi verso l'esterno. A una prima occhiata, non sembra che vi siano regole magiche. Invece, è illuminante.
Io lavoro in un'azienda che fa software e scopro ogni giorno di come i programmatori tendano a parlare con chiunque come fosse uno di loro, usando spesso termini gergali e modi di dire quasi incomprensibili al resto dell'umanità. E questo si sa. Talvolta, tuttavia, questo comportamento, perfettamente logico e comprensibile, può portare a situazioni particolari. Tutti gli sviluppatori di software, ad esempio, sanno che non esiste un software senza bachi. Il "bug-free" è un illusione, la loro sfida quotidiana è ridurrli al minimo per rendere un software il più stabile e performante possibile. Logicamente, questo vale per tutti i prodotti, non esistono cose perfette. Tuttavia, talvolta si rischia di comunicare questo assunto anche davanti a un potenziale cliente, dando per scontato che lui lo condivida. Quasi sempre non è così. Guardiamo la comunicazione di grandi case automobilistiche: vediamo motori che non si rompono, gomme che non si bucano, benzine che non inquinano. Sappiamo che non è realistico ma non ce ne preoccupiamo. E le aziende non lo sottolineano, anzi.
La sincerità nella comunicazione aziendale paga, lo dico da sempre. Ma la verità va comunicata in modo intelligente. Apple dice ai suoi dipendenti: non dite mai che il software "è andato in crash" ma che "non risponde", non affermate mai che c'è un bug o un problema ma che c'è "una situazione che non va". Una persona normale dice: non c'è differenza. Invece, nelle orecchie di chi ascolta, e vuole comprare, la differenza è sostanziale e, probabilmente, decisiva. Perché certe parole fanno accendere lampadine, altre le spengono. Il potenziale cliente va rassicurato, capito, sollevato. Mentire non è mai la soluzione, trovare le parole giuste per creare empatia lo è. Per questo, è importante realizzare delle linee guida aziendali: io ci sto lavorando. Meglio che gli sguardi sorpresi siano dei programmatori prima, che dei possibili clienti poi.
(photo credits: dilbert.com)
Etichette:
comunicare,
Internet,
marketing,
PMI,
software
giovedì 30 agosto 2012
Google+ può diventare il primo Enterprise Business Network?
Da un po' di tempo rifletto sul fatto che non esista ancora un vero e proprio Business Social Network, ne ho già parlato qui e qui. Ossia non esiste un luogo sociale pensato e progettato per le aziende e per il loro business. Il focus è sempre stato la persona, l'utente, con i suoi interessi e le sue peculiarità, anche LinkedIn rientra perfettamente in questa logica. Le aziende hanno sempre "giocato fuori casa", entrando in posti pensati per le persone e dovendo adattarsi a regole troppo sbilanciate a loro sfavore. Ma i vantaggi offerti dai Social Network possono essere molto utili nell'ottica di un'impresa: comunicazioni in tempo reale, facilità nel creare relazioni, ampia disponibilità di strumenti a basso costo per supportare i vari progetti. Invece, ad esempio, vedo ancora tanti responsabili aziendali prendere auto, aerei e treni per fare riunioni dal vivo, con un rapporto tra costi/benefici nettamente sfavorevole. Forse, ora, qualcosa sta cambiando.
Notizia recente: Google aggiunge delle funzionalità Enterprise a Google+, un'esigenza che si stava facendo sempre più sentire nel mondo business. Chiariamoci, si tratta solo dei primi passi seri in questa direzione ma, a mio parere, non è un caso che proprio Big G sia la prima, anche se non la sola, a muoversi in grande stile. Google porta già oggi le proprie applicazioni nelle aziende, da Gmail a Google Docs, solo che non le integrava in un'unico luogo. Lo sviluppo degli Hangout dimostra come la società voglia venire incontro a una delle primarie esigenze di qualsiasi impresa: vedersi, parlarsi, discutere, fare progetti. Ma non solo (vedi qui e qui). Ora si può, con un semplice PC e una connessione, fare videoconferenze, tavole rotonde, conferenze stampa virtuali e altre cose.
Il principale vantaggio competitivo che può avere Google in quest'ottica è che le imprese non hanno la necessità di utilizzare strumenti sempre nuovi e "di moda", sono molto più conservative delle persone. Gli strumenti di base li ha già, molto potenti e affidabili, ora deve integrare tutto in un luogo sociale che sia anche proficuo per fare business: non solo il suo, anche quello dei milioni di aziende a cui fornisce i propri servizi. Un posto dove trovare clienti sia nel B2C che nel B2B, dove le aziende possano parlare con potenziali fornitori in tempo reale. Spesso in azienda si seguono ancora logiche molto, troppo arretrate, anche solo per trovare uno stampatore o un grafico: "un amico di...", "guarda su Google...", "ne avevamo uno tre anni fa...". Google non è esente da fallimenti nella sua volontà di integrare i suoi strumenti in salsa sociale (pensiamo solo a Google Wave) ma forse queste lezioni sono servite. Stiamo a vedere. Voi che ne pensate?
(Photo credits: "io e MS Paint")
Etichette:
aziende,
business,
Enterprise Social Network,
ESN,
Google+,
PMI,
social business network,
Social Network
lunedì 27 agosto 2012
La lezione di Carmencita
Come papà, oltre alle cose legate a educazione, protezione e sicurezza dei miei figli, sono molto attento e curioso nel vedere come guardano il mondo. I loro ragionamenti rigidamente logici e senza pregiudizi, il loro modo di giudicare obiettivamente le cose, il loro incontenibile desiderio di conoscere tutto ciò che non sanno. Spesso noi grandi abbiamo più da imparare che da insegnare. Ne ho parlato più di una volta qui dentro: della loro bravura a riconoscere i marchi anche quando sono molto piccoli, della fatica di spiegargli il mio lavoro (anche col nonno, in realtà) e della loro rigida logica nel scegliere dove andare a mangiare in spiaggia. Oggi leggo un bel post di Elena Veronesi su questo tema: guardate più i vostri bambini delle ricerche di mercato, è più utile. E mi è venuto in mente un altro caso, recentissimo. Ora spiego.
Io e il piccolo (3 anni e 3/4, parlantina sciolta come tutti in famiglia) siamo al supermercato. Lui vede una scatola di caffé e mi chiede incuriosito il nome del personaggio sulla confezione. "Carmencita" rispondo io, distrattamente. Lui, ovviamente non si accontenta, vuole saperne di più. Provo a spiegargli chi è lei, chi è Caballero ma in realtà ho vaghe reminiscenze anch'io. Beh, c'è YouTube. La sera gli ho fatto vedere i vecchi filmati (no, non quelli nuovi) sul PC. Per una settimana non c'è stato verso di guardare altre cose: guardiamo Carmencita! E mi divertivo pure io, lo ammetto.
Nei giorni successivi gli ho fatto conoscere la Linea della Lagostina (inventata da Osvaldo Cavandoli) e il Merendero della Talmone, oltre ad altri personaggi legati all'epopea del Carosello che neanche io conoscevo ma che YouTube, immancabilmente, mi suggeriva. Tornando al supermercato, pur non essendo ovviamente un bevitore di caffé, lui voleva assolutamente comprare "quello con la Carmencita". Una persona al di fuori da qualsiasi target dell'azienda insisteva per farmelo acquistare, in modo lecito e senza alcun beneficio diretto.
Perché? Non solo per la confezione, per il pupazzo Carmencita. Perché intorno al quel caffé percepiva una storia e un'inventiva che in tutte le altre marche non c'era. "Emotional benefits sell better than rational ones". Ho riscontrato nelle altre confezioni una totale mancanza di fantasia, di attenzione verso il potenziale cliente e anche di inventiva grafica. Quasi tutte avevano una tazzina, una moka o una macchinetta: senza saper leggere, erano del tutto indistinguibili. Lo ammetto, non ho comprato la Carmencita, a casa avevamo già caffé a sufficienza. Ma il piccolo, come spesso accade, mi ha dato una piccola, grande lezione di marketing. E di storytelling.
Tweet
Io e il piccolo (3 anni e 3/4, parlantina sciolta come tutti in famiglia) siamo al supermercato. Lui vede una scatola di caffé e mi chiede incuriosito il nome del personaggio sulla confezione. "Carmencita" rispondo io, distrattamente. Lui, ovviamente non si accontenta, vuole saperne di più. Provo a spiegargli chi è lei, chi è Caballero ma in realtà ho vaghe reminiscenze anch'io. Beh, c'è YouTube. La sera gli ho fatto vedere i vecchi filmati (no, non quelli nuovi) sul PC. Per una settimana non c'è stato verso di guardare altre cose: guardiamo Carmencita! E mi divertivo pure io, lo ammetto.
Nei giorni successivi gli ho fatto conoscere la Linea della Lagostina (inventata da Osvaldo Cavandoli) e il Merendero della Talmone, oltre ad altri personaggi legati all'epopea del Carosello che neanche io conoscevo ma che YouTube, immancabilmente, mi suggeriva. Tornando al supermercato, pur non essendo ovviamente un bevitore di caffé, lui voleva assolutamente comprare "quello con la Carmencita". Una persona al di fuori da qualsiasi target dell'azienda insisteva per farmelo acquistare, in modo lecito e senza alcun beneficio diretto.
Perché? Non solo per la confezione, per il pupazzo Carmencita. Perché intorno al quel caffé percepiva una storia e un'inventiva che in tutte le altre marche non c'era. "Emotional benefits sell better than rational ones". Ho riscontrato nelle altre confezioni una totale mancanza di fantasia, di attenzione verso il potenziale cliente e anche di inventiva grafica. Quasi tutte avevano una tazzina, una moka o una macchinetta: senza saper leggere, erano del tutto indistinguibili. Lo ammetto, non ho comprato la Carmencita, a casa avevamo già caffé a sufficienza. Ma il piccolo, come spesso accade, mi ha dato una piccola, grande lezione di marketing. E di storytelling.
Etichette:
bambini,
comunicare,
marketing,
mercato,
prodotto,
storytelling
giovedì 23 agosto 2012
Viaggi sociali
Sono rientrato dalle ferie con una chiara sensazione: noi addetti ai lavori ci stiamo facendo un po’ troppi viaggi. Mentali, non vacanzieri. Ritornato alla connessione costante, ai Social Network e a tutto il resto del mondo online, ho ritrovato quello che conoscevo (anche altri hanno fatto esperimenti di sconnessione sociale). Ma non era la realtà che avevo visto fino a poche ore fa. Che non è fatta di Wi-Fi potenti e gratuiti, di Social Media dominanti, di riviste e libri digitali su tablet. Quello che ho visto sono iPad lasciati senza appello ai bambini, reti wireless presenti solo nei cartelli degli stabilimenti e un sacco di foto di tramonti messe online invece che fatte vedere alla fine della vacanza. Nulla di male, per carità. Internet ci ha sicuramente cambiati ma non così tanto come noi, addetti ai lavori, forse ci illudiamo.
Altro input da vita reale. Alcune persone mi hanno dato giudizi sul mio libro, tra cui alcuni responsabili aziendali ed ex clienti. La cosa che mi ha sorpreso sono le idee che li hanno colpiti: “per comunicare su Internet saper scrivere è necessario ma non sufficiente” e “intervistare un responsabile aziendale spesso offre un compromesso ottimale tra qualità e quantità delle informazioni, risultato ben più significativo rispetto al rifare o al riscrivere il materiale già fatto”. Certamente non concetti rivoluzionari. E, soprattutto, li ha colpiti il fatto che non considero affatto i Social Network obbligatori e che ogni azienda fa storia a sé. Mi dicevano che tanti professionisti e agenzie proponevano esclusivamente progetti legati al mondo social, ignorando o quasi il fatto che la loro azienda avesse un sito di 6 anni fa, che non avesse documentazione aziendale aggiornata, che operasse in un settore dove i potenziali clienti, di fatto, non stanno sui Social Network.
Spesso noi addetti ai lavori ci facciamo contagiare, anche in buona fede, dalle passioni del momento. Non necessariamente sono la cosa migliore da proporre ai nostri potenziali clienti. Ho letto un post titolato “Facebook non funziona come modello di business”: non è vero, ci sono settori in cui le pagine aziendali funzionano più che bene (un esempio), sempre che si sappiano gli obiettivi da raggiungere e i risultati che si possono ottenere. Tuttavia le opinioni espresse nel post e soprattutto nei commenti sono più che condivisibili. Altro esempio di logica un po’ distorta del mondo online: la dicotomia tra #epicfail ed #epicwin, dove pare non esistere una via di mezzo. Nel mondo reale non va così, le aziende possono ottenere frutti diversi da ogni progetto che attuano, non solo ottimo o pessimo. Il vero problema è che spesso non sanno come analizzare i risultati e lì tanti di noi possono davvero dare di più. Anche se è meno divertente.
(Photo Credits: www.laurentchehere.com)
Etichette:
comunicare,
Facebook,
libro,
PMI,
Promuoversi Mediante Internet,
social media,
Social Network
Iscriviti a:
Post (Atom)


