mercoledì 28 novembre 2012

Aziende e comunicatori: ci conosciamo meglio?


Ieri ho partecipato a un evento su social media e dintorni presso la CNA di Modena. Grande protagonista della serata il professore, e amico, Stefano Epifani, una garanzia in questo senso. Al di là dei temi trattati, dei casi di successo e dei consigli, è emerso in modo netto e chiaro il divario culturale esistente tra i responsabili delle aziende e i comunicatori. Si parlano lingue differenti, non ci sono punti di contatto continuativi per aumentare la qualità della relazione e la conoscenza specifica. Se un responsabile di una PMI chiede "ma quanti tweet si dovrebbero fare al giorno?", non ci si può soffermare sull'apparente banalità della domanda perché banale non è. Se un addetto ai lavori ha difficoltà a capire quanto 3.500 euro (il valore ipotetico di un progetto per realizzare una strategia di content management, ad esempio) impattino sulle  risorse di una piccola impresa, la questione si fa difficile. Ma non è solo questione di soldi. Si tratta di cultura.

Gli eventi come quello di ieri sono molto utili da questo punto di vista perché il problema si vede a occhio nudo. Non servono statistiche, survey o interviste. Da una parte ci sono sguardi perplessi nel sentire parole come "bounce rate" o "klout". Dall'altra occhi allibiti perché non risulta universalmente chiaro che il progetto per realizzare un sito Web o per migliorare il posizionamento di un'impresa su Google (in ottica SEO/SEM) non può costare 300 Euro. Bene che queste cose si vedano chiare perché è la realtà. Non esiste una cultura comune e condivisa su quello che vuol dire fare comunicazione d'impresa perché non ci sono spazi di incontro comuni e condivisi. In parte, il mio libro è nato anche per quello: per spiegare che prima di tutto ci si deve ascoltare a vicenda, ci si deve fidare.

I Social Network potrebbero avere un ruolo importante nel creare questi collegamenti ma, ad oggi, non lo fanno. E non è solo un problema di relazioni sociali, il "cultural divide" (vedi qui e qui) esiste da molto più tempo. Ci sono aziende che aprono i profili Facebook senza avere un company profile o un sito decente, senza avere persone specializzate per "essere" in Rete, senza avere chiaro il perché si sta su Facebook (altro punto emerso chiarissimo ieri sera). Per questo, ieri, ho fatto una domanda a Stefano Epifani: c'è lo spazio per creare degli spazi, una sorta di marketplace ripensati e riprogettati alla luce delle potenzialità di oggi nei quali le aziende e i comunicatori possano iniziare a conoscersi meglio, per creare una cultura tecnica e comunicativa condivisa? Perché non si può andare oltre al tavolo di una riunione o alle due ore di un convegno?

Secondo Stefano Epifani, c'è troppa competizione antropologica, specialmente in Italia, e non funzionerebbe. Ci si farebbe solo una guerra tra poveri più spietata di prima: comunicatori vs comunicatori, aziende vs aziende. Se questo lo dice uno che nel 2003 scrisse un libro intitolato "Business community", c'è poco da stare allegri. Io invece sono più ottimista. Perché ora "fare rete" diventa una strada obbligata per sopravvivere alla crisi economica. Forse quei marketplace che non andavano bene prima possono funzionare oggi. Erano la soluzione giusta al momento sbagliato. "United we stand, divided we fall" lo diceva già Esopo, ben prima di John Dickinson. Davanti a una minaccia comune, si devono mettere via gli antichi rancori e le piccole rivalità. L'obiettivo è conoscersi meglio, dopotutto. Nessuna controindicazione, se non nella nostra insicurezza.

P.S.
Appena finito di scrivere il post, leggo questo. Nonostante tutto, resto ottimista. Un pochino meno, però.

5 commenti:

  1. Rispondo alla domanda sui marketplace. I tempi sono maturi? Certo! Ci credo talmente tanto da aver creato una struttura sociale per aziende. http://www.coobiz.it/social/1

    A giorni saranno pronti i gruppi e, subito dopo, il marketplace.

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  2. Concordo: troppa competizione antropologica per potere pensare di porsi un obiettivo comune (per esempio tra comunicatori).
    Lo sto sperimentando su un progetto. Niente nomi e cognomi, non mi piace e poi no sposterebbe di un millimetro il problema.
    Ma chi dice di avere una passione/un obiettivo comune dovrebbe essere d'accordo a remare tutti nella stessa direzione, magari abbandonando in parte a visione prettamente ristretta che si ha guardando solo al proprio orticello. Invece no.
    E se provi a proporre obiettivi comuni, i bastoni tra le ruote sono all'ordine del giorno.

    Tempo fa mi venne in mente un nome: X1/2H (si legge: per mezz'ora). Una mezz'ora che un comunicatore dedicava a uno o più clienti potenziali per cominciare a creare un terreno di discussione e di azione comune. Senza un terreno comunque si hanno le sorprese di cui al tuo post: il comunicatore si stupisce dell'azienda e l'azienda del comunicatore.
    Ma al di là di qualche approvazione del tutto formale, alla fine non riuscii a trovare chi fosse realmente interessato a mettere in piedi il format. Certo, investire tempo ed energie per creare un ponte verso una potenziale nuova utenza non garantisce ritorni immediati, né di soldi né di altro. Ma io lo ritengo un elemento imprescindibile.

    Invece i format - per carità, molto belli! - che vanno per la maggiore sono format in cui ci si ritrova tra colleghi o tra appassionati della stessa materia per autoincensarsi ;)

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  3. Giovanni, è stato un piacere conoscerti ieri e mi dai una bella notizia: tienimi aggiornato sul progetto, può essere molto interessante per confermare (spero) la mia tesi. Vi tengo comunque d'occhio. :-)

    Maurizio, tocchi uno dei problemi principali: creare una cultura comune non ha un ROI chiaro e concreto, non ha un obiettivo da monetizzare direttamente. Nei miei 10 anni di incontri in azienda, esperienza che poi ho messo su carta su "Promuoversi mediante Internet", ho sempre portato avanti questa tesi: comprendere è più importante di vendere. E ti assicuro che dopo mesi o settimane, i riscontri delle aziende erano positivi. Certo, ci vuole tempo. Ma noi addetti ai lavori dobbiamo impiegarlo per questo, non per prendere in giro gli epic fail delle aziende.

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  4. Concordo Riccardo.
    Diciamo che è una battaglia dura da combattere, non tanto - appunto - per la diversità di linguaggio con il cliente potenziale (diversità che si vuole appunto andare a colmare per lavorare finalmente su un terreno comune) ma per i bastoni tra le ruote dei colleghi. O, quando non sono bastoni, la scarsa volgia comunque di mettersi in gioco: è sempre meno impegnativo continuare a mugugnare se il cliente non comprende o cade dal pero. Così ogni volta gli si può addossare parte delle colpe. Perché - e questo è drammaticamente vero - se finalmente si instaurasse un terreno di linguaggio e sentire comune con le aziende, be', allora altro che prese in giro degli epic fail: se parli lo stesso linguaggio del tuo cliente, a quel punto non c'è santo che tenga, negli errori madornali sei corresponsabile e non puoi scusarti dicendo che è il cliente che non aveva capito nulla.
    Una situazione che richiama fortemente alla proprio responsabilità professionale e che - forse, e dico forse - a qualcuno fa comodo non arrivi, per potere continuare a pontificare dall'alto :)

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  5. Maurizio, hai perfettamente ragione. A noi addetti ai lavori fa comodo farci dei viaggi, restare sul vago, sul nostro gergo, per ripararsi da eventuali errori o responsabilità. L'80% delle presentazioni sono un misto di aforismi, dati senza contesto e frasi ad effetto. Se non si trova un terreno comune, la colpa non è solo delle PMI ma anche, e forse, soprattutto nostra. Ci ho scritto un post di getto qualche tempo fa: http://liberononprofessionista.blogspot.it/2012/08/viaggi-sociali.html Che ne dici?

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