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venerdì 9 gennaio 2015

Non sono solo vignette

Nelle ore successive al vigliacco attentato a Parigi alla redazione di un giornale satirico da parte di due terroristi, tra le mille questioni (vedi qui) se ne è posta una che mi ha fatto riflettere. Nel dare la notizia si doveva o non si doveva pubblicare quelle vignette
Prestigiose redazioni hanno detto la loro, come è giusto che sia: ognuno fa le sue scelte, ha la sua linea editoriale e dei principi che ne regolano il funzionamento. Alcuni hanno deciso di sbatterle in prima pagina, altri no, creando riflessioni serie sul tema della libertà di espressione. Qui però, a mio parere, la questione è diversa. Le vignette sono parte integrante di questa notizia, in quanto esprimono il "perché" un fatto è avvenuto. Il "perché" è un elemento imprescindibile del dare una notizia, come prevede la regola aurea delle 5 W, e uno dei principali valori aggiunti del giornalismo. Ti spiega i fatti. Per questo, seguendo la regola, ogni giornale avrebbe dovuto pubblicare il movente della strage, per spiegare al proprio lettore perché è nata quella azione e dargli una chiave di interpretazione.

Le vignette sono nate insieme al giornalismo e, in particolare, quelle molto dirette fanno parte della tradizione dai tempi della nascita delle Gazette americane. La prima, pare, la fece Benjamin Franklin. Fa specie pensare che tanti mass media, in particolare americani, abbiano deciso di non pubblicarle, adducendo le più varie motivazioni. Una delle più preoccupanti, forse, è quella espressa dalla CNN. Ripeto, ognuno nella sua redazione fa come gli pare ma ricordiamo che il rispetto per il lettore deve venire prima di tutto. Se non è così, aboliamo le 5 W, direttamente.

Personalmente, la prima pagina che avrei fatto io è quella de L'Echo: nero a lutto, frase ad effetto, tante vignette e non solo quelle "incriminate". Niente foto dei killer: troppo facile. E sbagliato.

giovedì 17 aprile 2014

Piccole, grandi lezioni di giornalismo

Sono a pranzo e leggo su Twitter che il Guardian ha cancellato un articolo che aveva pubblicato su un falco "assunto" dal Vaticano per proteggere le colombe del Papa. Era un pesce d'Aprile.
Va bene, direte voi, mica è la prima volta, cosa c'è da commentare? C'è tanto da dire, invece. E sta tutto in quelle tre righe: il Guardian ammette di averlo cancellato, non lo cancella e basta. Comunica al suo lettore tre cose, in modo semplice, diretto, chiaro:
  • Anche noi dell'illustre The Guardian, freschi vincitori del premio Pulitzer, cadiamo nella trappola dei pesci d'aprile;
  • Ammettiamo serenamente per iscritto, sul nostro stesso sito, di aver preso una bufala e di non aver controllato bene le fonti, ossia di non aver fatto bene il nostro lavoro;
  • Te lo diciamo apertamente, caro lettore.
Si chiama sensibilità verso chi ci legge, ossia verso chi paga lo stipendio a tutti quelli della redazione. Ci ho già scritto in passato (vedi qui), lo ribadisco: sono sempre belle lezioni per il giornalismo in generale, specialmente quello italiano. Repetita iuvant.

giovedì 6 febbraio 2014

In un mare di news, contano le relazioni


Dati,sensazioni, riflessioni. Partiamo dai dati: ogni giorno, a quanto pare, siamo bombardati da 5.000 messaggi diversi provenienti da fonti diverse. E, inevitabilmente, tendiamo a ignorarne sempre di più, molto spesso in modo inconscio. Questo non contribuisce a selezionare le notizie che ci interessano maggiormente, specialmente quelle provenienti da brand che, in realtà, potrebbero e dovrebbero interessarci. La febbre da comunicazione online, spesso causata da poche basi solide a livello di cultura di marketing e comunicazione, prevede l'uso di potenti mezzi a basso costo per bombardare a tappeto. I dati dicono che oggi serve a poco, domani servirà ancora meno.

Le sensazioni. Lavorando sul campo tutti i giorni mi accorgo di come, alla fine, gli strumenti tradizionali come gli incontri faccia a faccia, le mail e le telefonate, ossia le modalità di comunicazione one-to-one, permettano di ottenere più risultati di decine di altre attività più innovative ma delle quali, inevitabilmente, perdiamo il controllo. Le persone vedono che dall'altra parte c'è una singola persona che dedica il suo tempo a loro, solo a loro, in quell'istante. Tempo che spesso non porta a risultati concreti ma che crea opportunità che, si sente, sono più solide, più possibili, più realistiche.

Le riflessioni. Nell'era della quantità facile e gratuita si deve tornare alla qualità difficile e costosa in termini di tempo per ottenere risultati? Dico di sì. Questo è quello che porta, durante una riunione, una telefonata, uno scambio di opinioni su Skype e altri contesti, a sentire buone sensazioni, a cercare di capire davvero chi c'è dall'altra parte, guardandolo in faccia, sentendo il suo tono di voce, vedendo che parole usa per rispondere. Mi sa che la partita, quella vera, si gioca su cose come empatia, coinvolgimento, fiducia, rispetto e reputazione. Tutte cose che si costruiscono in modo lento in un mondo sempre più veloce. Paradossale? Mica tanto. Il tempo costa e va gestito al meglio.

(Photo credits: http://www.apairofpears.com/2014/01/tgif.html)

lunedì 1 luglio 2013

Sbatti il fact checking in prima pagina


Di rientro da una settimana di ferie in montagna, ritrovo sotto i riflettori la questione del fact checking, di cui mi occupo da un po'. Il riassunto di tutto l'ha già fatto Pier Luca Santoro, con il quale avevo fatto un intervento proprio su questo tema al VeneziaCamp di un anno fa (oltre a svariate, piacevolissime discussioni a riguardo). Una presentazione ancora attualissima, cosa che mi fa piacere dopotutto. Altro bel sunto sulla cronaca dei giorni scorsi lo fa Valigia blu, iniziando un dibattito bello e utile sul tema sempre più importante del controllo delle notizie. Che non è cosa facile, come dico spesso. Infine, consiglio di leggere il post di Mantellini, particolarmente ispirato da un acceso e corretto confronto dialettico con alcuni giornalisti della Stampa.

Dato che il riassunto delle notizie è già stato fatto qui sopra, voglio solo sottolineare qualche punto al fine di stimolare, ancora, un dibattito serio e ragionato sul fondamentale ruolo del giornalista "fact checker" che consegna a noi cittadini notizie affidabili e controllate. Una figura di cui abbiamo un disperato bisogno (vedi anche qui) per trovare appigli informativi stabili nel torrente di informazioni che affrontiamo ogni giorno grazie a Internet e ai nostri smartphone. E, va detto in modo chiaro, un professionista che può sbagliare, nonostante tutto, come tutte le altre categorie professionali del mondo. Lui però ha un obbligo in più, quello di doverlo ammettere pubblicamente, per rispetto nei confronti di chi gli paga lo stipendio, ossia i lettori. Se lo fanno il New York Times e il Washington Post, lo possono fare tutti. Allora, ricapitoliamo i punti focali:
  • Tutti possono sbagliare, Ansa inclusa. La differenza la fa come gestisci l'errore. 
  • Dare la colpa a Twitter o a Internet non è un'opzione ragionevole. Si ammette di non aver fatto i dovuti controlli, si ringrazia chi ha segnalato l'errore (fonte interna o esterna) e lo si comunica sulla pagina dove è la news, non basta chiedere scusa sui Social Network ("troppo comodo", direbbe mia nonna).
  • La velocità è importante ma non è un fattore così prioritario, la ricerca di scoop a tutti i costi genera mostri informativi.
  • Il fact checking è cosa da professionisti, non da utenti di buona volontà: ci vuole esperienza, metodo, fonti sicure e controlli incrociati, cose che non si improvvisano. Ripeto, sbaglia pure l'Ansa, che una certa reputazione se l'è costruita a livello di professionalità.
Se avete riflessioni in merito, ci sono i commenti qui sotto o Twitter. Il giovedì nero della stampa italiana non sarà l'ultimo. Questo, volente o nolente, è sicuro.

giovedì 13 giugno 2013

Quali dati lasciamo usando Internet? Lo spiega il Guardian, semplicemente

Il caso della NSA, della "talpa" Eric Snowden e dei dati intercettati è ormai di dominio pubblico da giorni, nelle analisi si passa da cosa spiano gli americani (la Cina, incredibile no?) ai soliti, inutili particolari morbosi sulla fidanzata del protagonista. Ma il centro della questione è un altro: cosa possono controllare, in realtà, le agenzie americane in merito ai nostri dati? Oltre alle foto di torte, gattini e tatuaggi che tanti di noi mettono su Facebook, trovano altro di interessante (sulla nostra "attenzione alla privacy", leggete qui e fatevi una risata)? A chiarire un po' di cose sui metadati, ossia le informazioni che "produciamo", consapevolmente o meno, quando usiamo la tecnologia, ci pensa il Guardian, ossia una delle due testate che hanno scoperchiato il caso. E non per caso.

Cosa ha fatto il quotidiano inglese di così innovativo? Una semplicissima e utilissima guida pubblicata online. Spiega cosa sono i metadati, quali informazioni possono essere verificate da agenzie come la NSA mentre noi usiamo una e-mail, Facebook, Twitter o Google Search. Descrive anche a cosa assomigliano questi metadati, per noi profani. Tutto spiegato in modo semplice, conciso e chiaro, senza fronzoli. C'è pure un ottimo esempio, legato al caso di Petraeus di qualche mese fa (bell'approfondimento di Repubblica, giusto citarlo, mica siamo sempre esterofili). Mi sono chiarito più le idee in 5 minuti che in giorni di articoli e articoletti sul caso. Questo deve fare il giornalismo: darmi le notizie, spiegarmele, chiarirmi le idee e rendermi un cittadino più consapevole. Non è la prima volta che cito il Guardian (un esempio qui), sono sufficientemente sicuro che non sarà l'ultima.

Ennesima conferma che spesso less is more, anche nel giornalismo.

giovedì 28 marzo 2013

Come fare un buon fact checking


Si parla tanto, troppo, di fact checking ultimamente. In realtà, quasi sempre lo si usa solo per fini molto specifici, spesso per confutare una singola affermazione che non resterà comunque nei libri di storia. Spesso poi il problema è legato al "controllore" che non è evidentemente un soggetto super partes (come dovrebbe essere un giornalista, in teoria) ma che tende a elevarsi a giudice imparziale di una questione che gli interessa da vicino, scegliendo accuratamente cosa verificare e cosa no ("cherry picking" dicono gli anglosassoni). Non è facile fare fact checking.

Un bell'esempio di verifica dei fatti diffusi dai mass media ce lo da oggi Paolo Attivissimo, che tutti conoscete. Una premessa: ieri sentivo alla radio una notizia allarmante sul più grande cyber-attacco della storia, "una specie di attacco nucleare" a Internet. Per quanto riguarda la mia esperienza, e non sono un tecnico, non avevo avuto nessun problema, né rallentamenti né problemi di connessione a Internet coi miei cellulari. Bah, mi sono detto, sarò stato fortunato. Oggi leggo l'articolo di Paolo Attivissimo, che essendo esperto in materia e molto tenace, ha fatto qualcosa che teoricamente potevamo fare quasi tutti: ha preso Google e si è messo a cercare conferme, fatti, numeri. Ovviamente, lui sapeva dove andare, dove trovare le fonti più autorevoli, ha usato un metodo e ha consultato svariate fonti, anche quelle che non andavano a supportare direttamente la sua teoria. Alla fine, viene fuori che l'attacco c'è ma che certi paragoni atomici, ad oggi, è meglio lasciarli stare.

In più, cosa da segnalare, mi fa conoscere il "principio di Belzebù" del giornalismo: mai fidarsi di notizie che provengono da una fonte interessata. Utilizzando questo semplice ma utilissimo principio, possiamo smontare anche molti articoli che controllano i fatti, se la parte che giudica ha un conflitto di interessi con la notizia che controlla. Ho detto più volte che il fact checking non è cosa per tutti, ci vuole metodo, esperienza, professionalità e competenza. E un consiglio, diffidate sempre di chi, in questi articoli, dice di voler "trovare la verità". Il fact checking serve per ottenere la verificabilità di una notizia, non la verità. Una notizia verificabile può essere falsa mentre una notizia non verificabile può essere vera. Questo può essere un buon punto di partenza per diventare un buon fact checker.

martedì 25 settembre 2012

L'Huffington Post e la carica dei blogger


Oggi è nato l'Huffington Post italiano e non ho nulla di nuovo da dire rispetto a quanto già scritto a gennaio 2012. A parte una leggera sorpresa sul fatto che alcuni, troppi, si aspettavano un giornale "progressista" (forse perché è sostenuto dal Gruppo Espresso), quando invece l'HuffPo è assolutamente conservatore nel modello, nella struttura e negli obiettivi. Volete una prova tangibile? Guardate l'età anagrafica dei sedicenti blogger. Io ho fatto due conti: in media, 47 anni, tenendo dentro anche la 17enne Bianca Miccione che la abbassa sensibilmente. Questo è un nuovo media per un nuovo mondo, come dice il suo Direttore? Non sono d'accordo. Volete fare davvero un nuovo media? Fate un ProPublica italiano, un politico.com nazionale, fate fact checking e non enormi splash page con la faccia di Berlusconi.

Per il resto, tanti hanno già fatto loro gli auguri, molti di cui condivido le opinioni, come Pier Luca Santoro, Riccardo Esposito e Davide "Tagliaerbe" Pozzi. Abbiamo bisogno di altro, cari editori, soprattutto di un modello giornalistico sostenibile e non di un esercito di blogger non pagati se non con una "visibilità" che non copre neanche le spese in termini di passione per l'informazione. Questa non è una notizia in Italia. Lo sarebbe invece pensare a un nuovo modo di gestire le news fatto di scelte coraggiose, di credibilità e di professionalità. A proposito di blogger, ne servono altri 400, che inizi la carica. Bella e inutile, proprio come quella di Balaclava, quella dei 600: vi piace la mia splash page?

Aggiornamento: per il reclutamento dei blogger, non si inizia bene.

martedì 18 settembre 2012

Il fact checking in un'immagine

Il "fact checking" è un argomento che mi sta a cuore da un po' (vedi qui, qui e, soprattutto, qui le puntate precedenti): ritengo che sia uno dei fattori imprescindibili per costruire un nuovo modo di fare giornalismo. In un epoca di bombardamento di news, abbiamo bisogno di verifiche e professionalità per avere un'informazione affidabile e migliore. Tante molte mi viene chiesto cosa significa farlo bene, detto in poche parole, e non è sempre facile. Oggi invece riesco a spiegarlo in un'immagine, tratta dal sito del Washington Post. Parliamo del più antico giornale della capitale statunitense, quello che fece venire fuori il Watergate, unanimemente considerato il più autorevole quotidiano d'America dopo il New York Times (per il resto, basta Wikipedia). Tanto per sottolineare bene di chi stiamo parlando.


Partiamo dalle news di oggi: Romney ha fatto l'ennesima gaffe. Non è una notizia così clamorosa, ne fa numerose e puntuali. Andando a cercare sul Web, ho trovato una notizia di qualche mese fa, relativa al fatto che l'attuale candidato alla Casa Bianca per il partito Repubblicano avrebbe usato in una pubblicità uno slogan reso famoso dal Ku Klux Klan. Una news di un certo peso, insomma, legata a quello che all'epoca era il favorito delle primarie del GOP. E l'ho trovata sul Blogpost, il luogo delle "breaking news" del portale del Washington Post (che ha anche il Pinocchio Test sull'ultima gaffe di Romney).

Al giornale arrivano varie puntualizzazioni, che accusano il Post di aver sbagliato a intendere la frase ("Keep America American" invece del corretto "Keep America America"), di non aver capito che la pubblicità non era prodotta dallo staff di Romney ma da un gruppo indipendente e di non aver consultato il candidato né i suoi collaboratori per avere una conferma in merito. Come so tutto questo? Ricerche su Google? No, lo scrive l'editor del quotidiano stesso, non con un trafiletto in fondo ma sottolineandolo per bene la cosa sotto il titolo. Sbugiardano loro stessi pubblicando una frase molto forte e inequivocabile: this posting contains multiple, serious factual errors.

Non si fermano a questo, fanno una solenne autocritica con un'autoironia talmente graffiante da apparire davvero sincera. L'articolo originale iniziava con la frase "qualcuno non ha fatto le ricerche che avrebbe dovuto fare", accusando Romney e il suo staff. La rettifica sottolinea come sono loro stessi a non aver fatto le ricerche necessarie, molto più colpevolmente. Tutte queste informazioni pubblicate, inimmaginabili per un quotidiano nostrano, sono verificabili qui. Cosa significa questo? Che il Washington Post ammette i propri errori, ne informa direttamente il lettore con chiarezza e trasparenza, dimostrando così la propria credibilità. Non toglie i contenuti incriminati, anzi ne aggiunge.

Una lezione di giornalismo in un'immagine. Vuol dire che tutti i giornali anglosassoni sono bravi? No, io ne ho avuto testimonianza diretta. Quel che è certo è che qui viviamo ad anni luce di distanza dal Washington Post. Purtroppo.

venerdì 27 luglio 2012

Social Olympics



Oggi è il mio ultimo giorno di lavoro, poi ferie in famiglia (e anche il blog avrà le sue meritate vacanze). Insieme ci godremo le Olimpiadi. Come seguirle? Con la cara, vecchia TV? O con Social Media, smartphone e altre cose molto più cool? Intanto questo evento mondiale sottolinea il grosso momento di passaggio che sta vivendo la comunicazione, sportiva e non, dove non ci sono più certezze sul "lancio della notizia". Come descrive bene questo articolo, è la prima Olimpiade nella quale i social network possono avere un ruolo importante nella gestione e nella fruizione delle news. Come in tutti gli altri settori della nostra vita, i creatori di notizie stanno diventando tantissimi, forse troppi, e rompono i vecchi schemi top-down. Tuttavia, è ancora presto per avere certezze e soluzioni già pronte, come si vede bene dalla situazione degli ultimi giorni.

Convivono speciali editoriali che sfruttano le potenzialità di Instagram per dare "belle foto"dell'evento alla possibilità di seguire una cerimonia inaugurale "in salsa social" con Google+. Vediamo decisioni su fantomatici silenzi olimpici con multe salatissime e la nascita di hashtag, come #savethesurprise, per provare a controllare la fuga di notizie da parte di tutte le persone coinvolte nella cerimonia inaugurabile su VIP presenti, ultimi tedofori e altre cose. Insomma idee paradossali convivono con belle idee, il problema è distinguere le prime dalle seconde prima dell'Olimpiade. Appunto, qui sta il problema, visto che sui Social Media tende a non esserci la via di mezzo: epicfail o epicwin.

Non faccio previsioni, mi limiterò a guardare le Olimpiadi cercando di trovare le informazioni che mi interessano su vari luoghi e vediamo cosa succede. Sicuramente, il "social" entrerà in posti dove non dovrebbe stare, si saranno incomprensioni e quesiti. Chissà cosa accadrebbe se un olimpionico facesse vedere al resto del mondo una foto direttamente dal podio, con medaglia al collo e smartphone. Per darci davvero un punto di vista del tutto irripetibile e mai visto. Magari non entrerebbe nella leggenda come Tommie Smith e Jonh Carlos nel 1968 ma sul rivoluzionario ci saremmo, eccome. Buone ferie a tutti!


(Photo credits: in alto Flickr, Threefishsleeping)

mercoledì 11 luglio 2012

La velocità? Sopravvalutata


Un bel post di Massimo Mantellini ripropone un mio vecchio cavallo di battaglia: la "velocità smodata" di pubblicazione di una notizia ormai è un fattore secondario per un media. I Social Media da quel punto di vista sono imbattibili perché le notizie vengono generate e pubblicate dalle persone che quei fatti li vivono, in tempo reale. Una gara persa in partenza da ogni giornalista. Quello che manca a noi lettori non è la velocità, ma l'approfondimento, l'analisi, la spiegazione, ossia contenuti di qualità che gli utenti che twittano raramente possono garantire. In più, i media possono (teoricamente) offrire un autorevole ed efficace fact checking, ossia il controllo della notizia stessa. Ne avevamo già parlato io e PierLuca Santoro al Veneziacamp qualche mese fa ma rilancio la questione.

"I still don’t care who yells “first!” in the giant comments section that is modern journalism": questo il riassunto di questo bel pezzo di Poynter (grazie alla segnalazione di Giuseppe Granieri) Ormai i lettori hanno decine di fonti dirette da cui attingere, quello che vogliono in verità è la qualità. Quantità e velocità sono secondarie. Verissimo che gli scoop in anteprima, poco controllati o verificati, possono dare ottimi risultati nel brevissimo periodo ma sono gli obiettivi di medio-lungo periodo quelli che contano davvero. Io trovo molte più notizie interessanti su ProPublica che su decine di altri siti. Leggetevi questo approfondimento sulla "autosopravvalutazione" dei risultati ottenuti dalla polizia newyorkese nei confronti di possibili attacchi terroristici. Fatti, prove, verifiche, argomentazioni. Nella sostanza, pura qualità giornalistica. Questo vogliamo.

martedì 8 maggio 2012

Fact Checking, un'arte difficile

Il fact checking può essere fatto dagli utenti? Questa domanda me la sono posta guardando il nuovo progetto della Fondazione Ahref (e supportato da Luca De Biase): chiunque può pubblicare una notizia e farla "votare" dalle altre persone come più o meno affidabile. L'idea è sicuramente interessante, soprattutto perché porta a riflettere su questo tema, di cui mi sono occupato molto ultimamente (qui c'è la presentazione fatta al VeneziaCamp sull'argomento). La mia grande perplessità sta nell'affidabilità e nell'efficacia che gli utenti stessi possono raggiungere. Come ho detto più volte, si tratta di un'arte difficile, che necessita di tempo, rigore metodologico e controllo incrociato. E, soprattutto, di professionalità specifica.

In Rete trovare una conferma a qualsiasi tesi, anche le più deliranti, è piuttosto semplice, basta cercare quello che si vuole trovare. Il difficile è essere obiettivi, andare oltre le proprie opinioni (il cherry picking è sempre in agguato), analizzare tutti i fatti e incrociarli. Per questo ritengo che questo compito possa essere fatto solo da persone preparate e specializzate, non da tutti. Un esempio: in un caso che ho vissuto direttamente, sarebbe stato facile prendere posizione in favore del Daily Telegraph contro Costa Crociere. Infatti, il dibattito che si è scatenato in rete era quasi totalmente contrario alla posizione della società italiana. Ripeto, analizzare i fatti in modo oggettivo e rigoroso non è facile se non hai delle basi, dell'esperienza e delle metodologie sulle quali basarti.

Per questo sostengo da sempre che i giornalisti possono, e devono, trovare proprio nel fact checking uno dei modi per ristabilire la propria credibilità e autorevolezza. Una prestigiosa e indiretta conferma arriva proprio oggi e ancora con protagonista il recidivo Daily Telegraph: il sito della testata inglese sostiene che Valentino Rossi si ritirerà a fine stagione. Notizia smentita dal fuoriclasse di Tavullia su Twitter (vedi sotto). Giustamente, i fan stanno massacrando il giornalista nei commenti, perché non c'è alcuna rettifica alla notizia a tre ore dalla smentita. Se testate di grande prestigio hanno questi problemi a controllare i fatti, dubito che possano farlo efficacemente gli utenti. In ogni caso, il progetto della Fondazione Ahref è da seguire: più si parla di fact checking e meglio è.

  

giovedì 19 aprile 2012

La home page? La decide il lettore

In questi giorni il dibattito sul killer di Utoya (su questo blog non leggerete mai il suo nome, per precisa scelta di chi scrive) e sul suo processo è su tutti i giornali. Nasce però un problema: i messaggi, spavaldi e deliranti, di questo tizio arrivano a tutti i lettori dei quotidiani, ovviamente mediati e analizzati, ma arrivano. Io sono sempre stato per la massima libertà di informazione, perché l'utente/lettore medio è persona senziente e non si beve tutto quello che scrivono i giornali senza spirito critico. Però, lo confesso, vedere quella faccia sorridente in prima pagina un po' mi ha dato fastidio e, probabilmente, anche a molti altri. Però non si può censurare, la notizia c'è ed è giusto che ci sia. Che poi in Italia ultimamente i reportage si facciano solo su fatti di cronaca nera è un altro discorso.

Il quotidiano norvegese Dagbladet, che sta seguendo gli eventi in modo ampio e approfondito, ha avuto un'idea molto intelligente: dare la responsabilità al lettore se leggere le news sul processo di Utoya o meno. Cliccando il bottone "forside uten 22. juli-saken", in nero in alto nell'home page (vedi sotto), si può scegliere se visualizzare queste notizie o meno.

L'home page di Dagbladet con il processo di Utoya

L'home page senza il killer, dopo aver cliccato l'opzione in home page

Nessuna censura, il lettore sa che la notizia c'è e decide, in piena autonomia, se leggerla o meno. Qualcuno può obiettare che basta un click su un altro link e si effettua la stessa scelta ma il quotidiano trasmette un messaggio simbolico importante ai suoi lettori: sappiamo che vi può dare fastidio e vogliamo darvi un'opzione in più. Una bellissima idea. Io, se fossi norvegese, sceglierei di non leggere le notizie su Utoya, consapevolmente: il mio giudizio me lo sono già fatto, spero solo che lo mettano in galera quanto prima con qualche decina di ergastoli. Non mi interessano neanche i plastici di Vespa, che lui "impone" ai propri spettatori. Io sto con il Dagbladet.

Un'ultima cosa, last but not least. La notizia di questa idea l'ho sentita su Radio 24 ma non avevo capito né il nome del quotidiano né dov'era il link (il mio norvegese è molto migliorabile). Ho chiesto direttamente su Twitter al conduttore, Alessandro Milan, e al giornalista norvegese, Simen Ekern. Ho avuto da loro chiarimenti veloci e diretti, li vedete sotto. A cosa servono i Social Network? Ecco un bell'esempio di fact checking. Dopo le parole, i fatti.


 

lunedì 16 aprile 2012

Appunti dal VeneziaCamp

Venerdì 13 io e Pier Luca Santoro abbiamo partecipato al VeneziaCamp per parlare di Fact Checking, Social Media e futuro del giornalismo. Una gran bella esperienza perché, come sempre accade, i camp permettono di conoscere direttamente molte persone che si sentono quotidianamente online, con molte conferme, tante sorprese positive e qualche rara delusione. Qui sotto vedete la presentazione che abbiamo tenuto.
Il fulcro della bella discussione che si è creata stava nel come il fact checking potesse e dovesse diventare un momento centrale del nuovo modo di fare informazione (come sostiene anche Clay Shirky). Questo significa che un nuovo modello di creazione di una notizia deve prevedere un confrollo dei dati e dei fatti citati, che deve coinvolgere il primis i giornalisti ma anche i lettori. Io e Pier Luca abbiamo citato due casi in cui noi, semplici fruitori di news, abbiamo verificato e chiesto conferme su una notizia a chi l'aveva creata, grazie ai mezzi che abbiamo a disposizione attraverso Internet (io per il caso di Costa Crociere, lui per quello di Mohammed Merah). I creatori e i fruitori di informazione devono indirettamente collaborare per affrontare e mettere ordine nel tornado informativo che ci colpisce tutti i giorni. La parola d'ordine è una sola: credibilità.

Il confronto sui vari temi, molto semplice e diretto, ha visto il coinvolgimento di Carlo Felice Dalla Pasqua, Vittorio Pasteris, Antonio Pavolini, Galdino Vardanega e molti altri. In più, nel corso dell'evento, ho rivisto vecchi amici come Gigi CogoAndrea Casadei, Giorgio Jannis e Gilberto Dallan e ho conosciuto molta altra gente interessante. In questi momenti ho visto persone davvero interessate ai temi che abbiamo trattato, ho sentito e percepito un reale coinvolgimento. Qualcosa di molto più intenso rispetto a un like o un retweet.

Aggiornamento:
la slide 30 parla di fact checking a posteriori, ossia la segnalazione di una correzione sull'articolo derivata da un controllo successivo. Durante l'intervento, si è detto che i giornalisti italiani non l'avrebbero mai fatto, perché avrebbe sminuito i loro articoli. Io rilancio: se lo fa il New York Times (vedi sotto), lo possono fare tutti.

lunedì 12 marzo 2012

Blogroll, Twitter ed El Pais, tutto in un solo post

Oggi faccio un post di tipo totalmente nuovo. Perché? Ho trovato in giro due o tre begli spunti su cui scrivere, che approfondiscono tesi che mi stanno care o di cui ho già scritto in passato. Invece di fare due o tre post singoli, li aggrego, ne faccio uno solo. Le motivazioni? Di ogni tema non voglio scrivere tantissimo, voglio solo porli come tema di approfondimento o discussione. Ogni tanto mi accorgo che tendo a scrivere sempre le stesse cose (la "maturità" avanza inesorabile), per questo cerco di puntare un po' più sulla qualità e non sui numeri. Lo so, facendo tre post diversi avrei più visitatori e visualizzazioni ma, per una volta, decido di fregarmene. Se non vedrete più post di questo tipo, capirete subito il motivo.

L'utilità del blogroll, oggi
In tanti si chiedono se oggi il blogroll, ossia l'elenco di siti interessanti che affianca i blog, abbia un senso, in un'era di Social Network, informazione veloce e in tempo reale. La domanda se l'è posta PierLuca Santoro, ossia una delle mie fonti di riferimento per quanto riguarda media e dintorni.


Io rispondo chiaro: sì, a me servono. Perché quando ho dovuto cercare fonti di qualità, mediate e autorevoli sulle quali informarmi, i blogroll di alcune persone di cui mi fido in Rete sono stati utilissimi. Mi hanno fatto trovare quello che cercavo in pochissimo tempo. L'alternativa? Google o una ricerca su vari Social Media, molto più incerta e time consuming. Come sempre accade, lo strumento in sé non è mai utile, lo diventa in base al contesto e all'opera di chi lo usa. Io credo sempre più a quanto mi dicono le persone rispetto agli algoritmi. L'avevo già detto qui e qui (uno dei due è il mio post più letto di sempre).

Il caso "dell" su Twitter
Non è il solito #fail di un'azienda alle prese coi Social Media, è qualcosa di più particolare. Leggete qui. In sostanza, se cercate su Twitter cosa comunica o cosa dice l'azienda americana Dell, ed è solo un esempio, trovate un miscuglio di informazioni eterogenee e per nulla legate tra loro. Perché il sistema legge sia la parola in sé sia la preposizione, segnalando ogni news che include "Dell", "dell'appartamento" o "Dell'Utri". Un problema magari da poco oggi ma che potrebbe però minare la credibilità di questo Social Media come fonte informativa nel prossimo futuro. Un caso isolato? Leggete perché non si può cinguettare "W l'Italia". Twitter può diventare davvero un'Ansa "user generated", a patto che lavori seriamente in questo senso. In primis, deve eliminare questi problemi (non troppo difficile ma non lo stanno facendo), poi deve progettare sistemi di Social Media Fact Checking che analizzino l'autorevolezza delle fonti e la credibilità delle notizie per evitare anche problemi nelle relazioni internazionali (più difficile). Ne ho già scritto qui.

Le interazioni tra media tradizionali e digitali
El Paìs, di cui sto seguendo l'evoluzione del progetto di integrazione tra cartaceo e digitale, ha infranto una barriera simbolica: ha sbattuto l'hashtag in prima pagina.


La cosa tecnicamente non ha alcuna utilità pratica (ovviamente il cartaceo non mi permette di cercare quella parola su altri profili o fonti, ossia ) ma dimostra, ancora una volta, l'attenzione della redazione agli sviluppi neolinguistici e neocomunicativi portati dai Social Media. In più, dimostrano che non vedono alcuna divisione tra il cartaceo e il digitale, dimostrando, coi fatti, la loro volontà: siamo gli stessi, ovunque ci trovi. Come ho già scritto, loro e il Guardian stanno sperimentando il futuro, da noi nessuno si è fatto avanti seriamente.

venerdì 2 marzo 2012

Follow the leader

El Pais (Spagna) ci ha dato un assaggio del futuro prossimo del giornalismo e dei media. Il Guardian (Regno Unito) rilancia in grande stile, con un geniale video sulla rivisitazione della storia dei tre porcellini vista con gli occhi di oggi (vedi sotto). Ci sono tutti gli aspetti fondamentali: coesistenza di notizie ufficiali e generate dagli utenti, redazioni liquide, integrazione in tempo reale di carta e digitale, fact checking delle notizie. E da noi niente? Per ora no, speriamo di vedere qualcosa a breve. Difficile aspettarsi qualcosa del genere da parte dei due grandi quotidiani nostrani, anche se si segnala un calo consistente nel numero di utenti dei loro siti. Forse sono "too big to try", in realtà spendono budget analoghi in altre cose (come sottolinea PierLuca Santoro su Twitter). Non ci resta che fare il tifo per quelli appena sotto, che qualche segnale l'hanno mandato: La Stampa e Il Sole 24 Ore (i cui utenti crescono e non di poco). Speriamo bene.

lunedì 23 gennaio 2012

La verità bisogna sempre andarsela a cercare


La vivisezione mediatica del naufragio della Costa Concordia continua incessante (vedi aggiornamento del 25/1 alla fine del post). Tuttavia, questa ricerca della notizia a tutti i costi sulla gestione della crisi da parte dell'azienda può portare a conclusioni affrettate o a ingigantire problemi del tutto naturali per casi come questo. Come sottolineano bene Vincenzo Cosenza e Luca Perugini, il crisis management a livello di comunicazione non è stato perfetto, anzi ci sono stati errori evidenti. Tuttavia, aggiungo io, il mio voto va ben oltre la sufficienza, viste comunque le buone idee messe in campo (citate nello stesso post di Vicenzo Cosenza e nel mio di qualche giorno fa).

Sono state criticate in Rete anche le pubblicità di Costa Crociere, poco "tempestive" e "rispettose". Non ci possiamo aspettare che la società blocchi la sua comunicazione e tutte le sue campagne pubblicitarie che promuovono crociere, è il suo business. Anche in un caso drammatico come questo, volente o nolente il loro prodotto è quello. Si possono fare delle modifiche e dei ripensamenti su certi messaggi ma non bloccare tutto. A occhi esterni può apparire paradossale, è qualche volta lo è, ma c'è molta gente su una nave Costa, oggi, e non sono dei pazzi. La società ha avuto un caso enorme da gestire e continuo a dire che lo stanno facendo in modo soddisfacente, anche se non perfetto, dando aggiornamenti (quasi) quotidiani. Altri hanno altre opinioni (leggi qui) ed è giusto così, perché hanno dati oggettivi su cui basarsi (ne è nata una bella discussione su Twitter). Ma, ripeto, ci vuole calma.

Riguardo a questo, in rete è scoppiato un caso oggi. Il Daily Telegraph ha scritto che "un portavoce" della compagnia ha proposto il rimborso totale della crociera più un 30% di sconto per un'eventuale prossima vacanza alle vittime del disastro. Sorpreso della cosa, sono andato a farmi un paio di verifiche in rete e ho scoperto che è quello che l'azienda propone a chi aveva prenotato un viaggio con la Costa Concordia ma, ovviamente, non lo può più fare. Che il Telegraph abbia preso un abbaglio? Oppure la Costa, in questo momento difficile, ha avuto un'idea pessima e di cattivo gusto, equiparando le vittime di un naufragio a clienti che devono ancora mettere piede su una sua nave?

Come sempre, per analizzare bene la situazione bisogna avere calma. Qualcuno in rete mi ha detto che la Costa non ha smentito (ancora). Come diceva Navarro-Valls, una regola della comunicazione è che "non si smentisce una non notizia". Stiamo a vedere e informiamoci, perché abbiamo mezzi potenti per farlo. Ma non sempre la Rete e i quotidiani (inglesi o italiani che siano) dicono tutta la verità. Bisogna comunque andarsela a cercare.

Aggiornamento (25 Gennaio 2012)
Costa Crociere ha pubblicato ieri sul proprio blog una smentita ufficiale alla notizia proposta dal Telegraph. Voglio pensare che le mie richieste di chiarimento su Twitter, sul loro blog e via e-mail, compresa la segnalazione di questo post, abbiano avuto una piccola parte in questo. Ci hanno messo qualche giorno, è vero, ma l'hanno fatta, azione che conferma quanto detto sopra. Ora vediamo se il Telegraph reagisce e/o rettifica (richiesta che ho fatto via Twitter). In ogni caso, abbiamo le idee più chiare.

 
 

giovedì 19 gennaio 2012

Huffington Post italiano? Non è quello che ci serve


Nasce lo Huffington Post italiano. Grazie a una joint venture con il Gruppo Espresso, il famoso "superblog" online americano esporta il suo format anche nel nostro Paese, all'interno di una strategia più ampia che coinvolge i principali Paesi europei (nel Regno Unito c'è già, sta aprendo in Francia e lo farà presto anche in Spagna). Il format è sempre lo stesso: accordo con uno dei principali gruppi editoriali presenti in quello Stato, per avere un partner esperto e accreditato nei confronti dei potenziali lettori, e organizzazione di una struttura mista che comprenda giornalisti, blogger ed esperti di contenuti online. Una bella notizia? Sicuramente è interessante, vista la stasi e la crisi del sistema nazionale dell'informazione e dell'editoria. Ma, lo dico (anzi, lo ridico) subito e chiaro: non è quello che serve in Italia.

Il fenomeno Huffington Post non rappresenta l'affermazione di un progetto nuovo e rivoluzionario partito dal basso, come ProPublica. Si tratta di una macchina da guerra nata subito con personalità conosciute, mezzi importanti e un'universo di riferimento pronto a sostenerla. Nonostante tutte queste condizioni, ci ha messo 5 anni a fare utili, a fare soldi. L'Italia ha una situazione editoriale e una tipologia di lettori/utenti molto diversa da quella dei paesi anglosassoni: il modello Huff Post può essere replicato? Mi sbilancio e dico di no. Concordo pienamente con quanto ha scritto qualche tempo fa PierLuca Santoro (mia fonte illuminata su questi temi): non abbiamo bisogno di altri modelli di sfruttamento né di soluzioni “pret a porter”, ma di un progetto che possa portare a un cambiamento culturale e organizzativo del tutto italiano, non importabile.

Ricordiamo che HuffPost fa convivere uno staff di 150 giornalisti (pagati in dollari) con 9.000 blogger (pagati in... visibilità), modello che ha suscitato parecchie perplessità e qualche class action. Siamo sicuri che è quello che vogliamo? In più, i lettori/utenti italiani hanno caratteristiche molto diverse da quelle di americani e inglesi (sia a livello di cultura dell'informazione che di numero di copie comprate). Infine, il modello comunicativo, molto urlato (basta guardare le dimensioni dei titoli degli articoli principali, anche se variano in base al gradimento degli utenti) e con un home page enorme (poco usabile e con uno scroll infinito), è del tutto contrario a quella che definisco "semplicità di lettura". Nella sostanza, difficilmente sarò un lettore di HuffPost.it. Perché non mi piace il suo modello, non è quello che cerco. Se invede nascesse un ProPublica italiano, sarei il primo a sostenerlo: di questo ne abbiamo proprio bisogno.


Non so se iniziative puramente italiane, come Il Post o Lettera43, diano una risposta più giusta alle nostre esigenze di informazione. Quello che penso è che un progetto di successo deve avere tre caratteristiche fondamentali: semplice da leggere (l'Huffington Post non lo è), gratuito (almeno per la grande maggioranza dei contenuti) e personalizzato (ognuno deve decidere i contenuti che gli interessano). Come ho già detto, stiamo vivendo oggi il futuro dell'informazione ma capire dove andremo è difficile. Come disse quel genio di William Gibson: "ogni futuro immaginato diventa obsoleto come un gelato che si scioglie mentre uscite dalla gelateria all'angolo".

lunedì 16 gennaio 2012

Bollette più care: un'analisi della comunicazione


Internet ci offre la possibilità di essere bombardati di notizie ma anche di poterle verificare direttamente, cosa che quando le si leggevano solo sui giornali o le si vedevano in TV era molto più difficile. Un fattore non da poco per analizzare la comunicazione, e la veridicità delle analisi, legata a un annuncio o un fatto (vedi sotto una riflessione personale sul tema di Gianluca Diegoli su Twitter e qui un post di Alessandra Farabegoli sui limiti dei giornalismo odierno).


Il Web ci permette di verificare le fonti, analizzare le varie ragioni e farsi un'opinione molto più ragionata. Non capire tutto ma almeno saperne di più. Se non lo facciamo oppure se iniziamo a parteggiare aprioristicamente per una parte o per l'altra, è colpa della nostra pigrizia, anche intellettuale. Prendiamo un esempio chiaro, ossia l'aumento delle bollette di gas ed elettricità (e non il naufragio della Costa Concordia, notizia sul cui crisis management Roberta Milano ha scritto un ottimo post). Si tratta di un settore che seguo molto da vicino, soprattutto per quanto riguarda l'impatto delle rinnovabili. Analizziamo come questa notizia è stata gestita dalla fonte e dai vari stakeholder.

Fonte
L'Autorità per l'energia elettrica e il gas annuncia che i persistenti rialzi dei prezzi previsti per il primo trimestre 2012 (+4,9% per l'elettricità e +2,7% per il gas) sono dovuti "ai persistenti rialzi delle quotazioni petrolifere e, per l’energia elettrica, anche gli incentivi alle fonti rinnovabili e i connessi costi per adeguare i sistemi a rete al nuovo scenario di produzione decentrata e intermittente" (qui il comunicato stampa). Insomma, 32 Euro in più per il gas e 22 Euro in più per l'elettricità, all'anno. Per l'energia elettrica, gli incentivi delle fonti rinnovabili avrebbero un ruolo determinante per questi aumenti, mentre per il gas il colpevole principale è il costo delle materie prime. I media danno visibilità a questo annuncio (vedi un esempio qui, basta cercare con Google per averne altri), sottolineando che abbiamo tariffe più alte della media europea, come conferma anche il Presidente della stessa Autorità per l'energia elettrica e il gas.

Stakeholder
Assosolare, l'associazione che riunisce i produttori attivi nel settore fotovoltaico in Italia, reagisce alla notizia, verificando i dati e dando il suo parere (non c'è il comunicato stampa/dichiarazione ufficiale sul sito ma c'è la rassegna stampa che ne evidenzia indirettamente il contenuto). Loro sostengono che le fonti tradizionali hanno un impatto più decisivo delle rinnovabili per l'aumento, confermando però che queste ultime hanno un ruolo importante (leggi qui su Tekneco). Allo stesso tempo, dicono che l'andamento dei costi delle fonti fossili è molto più incerto (vero) e che il fotovoltaico non produce CO2 (vero ma solo in parte, perché la produzione di pannelli non è a emissioni zero).

ENI SNAM Rete Gas (che, ad oggi, ha comunicati stampa fermi a Dicembre 2011) non sembrano commentare ufficialmente la notizia e, come appare molto probabile, non si separeranno* (vedi qui e qui) anche se si continua a parlare della cosa. Le colpe degli aumenti, secondo gli addetti ai lavori, sono sempre legate alla crescita dei prezzi delle materie prime e delle tasse collegate.

Giudizio
Indubbiamente, gli investimenti nelle rinnovabili fanno alzare i costi ma si tratta sostanzialmente di investimenti. Tuttavia, come dice giustamente Massimo Mucchetti sul Corriere, arriva "un salasso in bolletta senza nemmeno costruire una forte industria manifatturiera nazionale di settore come, invece, si è fatto prima in Germania e poi in Cina". Per quanto riguarda il gas, lo stesso prodotto (russo) dello stesso tubo lo paghiamo più di altri per i margini dell'ENI, come detto molto chiaramente nell'articolo di Mucchetti. Qual'è il comune denominatore dei due aumenti? La mancanza di un piano industriale serio e adeguato da parte del Governo, azionista di ENI, ENEL e Terna. Magari è una conclusione che si poteva prevedere a priori, ma ci sono conferme oggettive (e si trovano altre interessanti notizie). L'analisi della comunicazione ha portato i suoi frutti, ora dovrebbero seguire azioni concrete. Incazzarsi davvero, per esempio. Mica lo possono fare solo i tassisti.

* Aggiornamento del 20 Gennaio: ENI e SNAM si separeranno per decreto. Ero stato troppo pessimista.

giovedì 13 ottobre 2011

Hanno inventato il Mistake Marketing?


Stamattina controllavo i miei blog di riferimento, come spesso accade ho dato un'occhiata a quello di Luca De Biase che segnala che Steve Yegge di Google ha pubblicato per errore un post (eccolo qui) in cui si dimostra molto critico verso Google+ e verso la filosofia aziendale che sta dietro alla sua creazione. Leggendo il testo, trovo delle riflessioni molto articolate e sufficientemente condivisibili, critiche molto strutturate e costruttive. E mi si è accesa una lampadina. Per errore? Il pensiero è andato subito a un altro errore, ossia allo smarrimento del nuovo e misterioso iPhone 5 in un bar. La Apple, poi, è pure recidiva su questo tipo di dimenticanze, visto che avevano perso il prototipo del modello precedente l'anno prima. Riassumo: i Top Management di aziende con i due marchi più potenti del mondo fanno a gara a chi fa errori così lampanti che un semplice stagista, al loro posto, farebbe la fine di Fantozzi?


"L'America è un paese di giovanotti" diceva Ralph Waldo Emerson. Sì, aggiungo io, giovanotti geniali ma molto distratti, a quanto pare (e gli inglesi non sembrano meglio). E lo dice uno come me che in vita sua di cellulari ne ha persi tre (uno pure all'Ikea). Ma io con gli americani ci ho lavorato, sono maniacali nell'ideare, pianificare e verificare l'andamento dei progetti. Prendono il lavoro molto, spesso troppo, seriamente. Per questo, a me questa cosa mi puzza un po'. Certo, mi fa piacere vedere che superprofessionisti di Big G e Apple fanno i miei stessi errori ma questo effetto "guarda, sono come me" non può essere calcolato? Quello che mi fa pensare sono le differenze a livello di risultato, di effetti, di comunicazione. I loro errori, tutti sempre in buona fede, fanno parlare dell'azienda, fanno vedere che c'è dibattito interno (come nel caso di Google), fanno vedere che discutono di prodotti innovativi al bar e non nei loro enormi e chiusi uffici (come quelli di Apple). Un errore è, per definizione, disinteressato, in questo caso non è così, di fatto.

Di marketing mistakes ne abbiamo visti tanti, che sia arrivato invece il momento del Mistake Marketing (definizione mia, su Google non c'è)? Magari è solo una mia sensazione, arrivata in un giovedì mattina di riflessione mattutina, magari sto esagerando. Siamo umani, dopotutto. Siamo tutti uguali, con i nostri pregi e con i nostri difetti, i nostri limiti e le nostre virtù. Vogliamo tutti capire se l'iPhone 4S è davvero valido e tutti discutiamo sul fatto che Google+ funzioni bene o meno. No, un momento, non è vero, non lo facciamo tutti. Stavo cadendo nel tranello? Il Mistake Marketing quindi esiste davvero? Non lo so. Quello che so è che ogni uomo è il prodotto dei suoi errori (come scrisse Corrado Alvaro) ma li facciamo tutti in modo diverso. E disinteressato, grazie a Dio.

Io, però, ne sto parlando qui. Risultato raggiunto, cari colleghi americani.

lunedì 25 luglio 2011

Autocritica, questa sconosciuta (per i media)


La crisi di credibilità e di identità dei media è, oggi, sotto gli occhi di tutti. Il caso di News of the World (ne ho già parlato qui) è ben lontano dall'essere chiarito in ogni suo punto ma, oggi, mi interessa parlare della notizia della settimana, ossia della strage norvegese. Ovviamente, non voglio parlare del caso in sé (mica mi occupo di cronaca nera, perché di questo di tratta) ma di come i media me l'hanno descritto. Sì, mi prendo come campione, "il lettore comune", e faccio una breve cronologia per spiegare i risultati di questa analisi.

  • 22 Luglio: appena saputo della notizia, sono andato a informarmi subito sui media: TV, giornali, Internet. E non ho trovato dieci ipotesi, ma una quasi certezza, esplicitata da questa tag: #fondamentalismoislamico. Basta fare, oggi, una ricerca con Google per trovare tutte queste notizie: Ansa, quasi tutti i quotidiani (vedi qui, qui e qui ma gli esempi sono molteplici) e i TG. Un coro quasi unanime che includeva, nello stesso calderone mediatico, vignette offensive e intervento militare in Afghanistan, Mullah residenti in Norvegia e varie minacce già confermate.
  • 23 Luglio: iniziano ad uscire le prime notizie confermate sul modus operandi e sull'attentatore. Viene fuori che è un biondo e alto norvegese, di estrema destra e, soprattutto, cattolico. I media, accortisi di aver preso una solenne cantonata frutto della voglia di sbattere il terrorista islamico in prima pagina, cosa fanno? Un bel mea culpa? Neanche per sogno, cambiano semplicemente una parte della tag: #fondamentalismocristiano (qui un esempio dei moltissimi, basta sempre Google). Cioè, è sempre la religione il tema centrale, la spiegazione di tutto. A me, come a tantissimi altri con cui parlo, sorgono grosse perplessità. Allora scrivo questo sulla mia bacheca di Facebook:

Riccardo Polesel

Leggo notizie sull'attentato di Oslo. Non capisco la priorità data alla questione religiosa dai media. Le vittime erano laburiste, mica musulmane. Ora cerco di capire meglio

  • 24 Luglio: le analisi sui media si fanno sempre più ampie, si pubblicano notizie sul presunto "fondamentalista cristiano" scoprendo che la questione religiosa ci azzecca poco o nulla. Questo tizio, questo pazzo, ha messo in giro numerose notizie su sé stesso, sulle sue idee, sui suoi progetti, fonti facili da trovare sulla rete. E i giornalisti non le hanno neanche cercate, buttandosi decisi sul facile luogo comune (questo post di Galatea spiega bene questo paradosso).
  • 25 Luglio, oggi: leggo il Corriere online e trovo questo editoriale, dal titolo roboante. Tra le righe, trovo questa frase: l'omicida di oltre 90 persone pare si sia definito «un fondamentalista cristiano», termine privo di qualsiasi senso. Giusto, un termine che non ha senso riferito a un caso in cui il tema religioso non ci azzecca quasi nulla. Allora mi spieghi: perché ci avete sguazzato per due giorni e mezzo su questa definizione "priva di qualsiasi senso"? Perché non ha espresso sabato quel dubbio che io, umile cittadino privo di iscrizione all'Ansa, mi sono permesso di fare? Perché, oggi, non fate una sana autocritica dopo aver preso non una ma due solenni cantonate?

Niente, il giornalismo continua a chiudersi in sé stesso, a difendere posizioni indifendibili con la solita arroganza, non capendo che è proprio questo il suo principale problema. Che continuino pure a sbattere le foto di giovani vittime in prima pagina e a dare uno spazio enorme alla cronaca nera usando i soliti luoghi comuni, spesso sbagliati e fuorvianti. Che continuino pure a perdere lettori, tanto il facile (e sbagliato) colpevole c'è già, ossia Internet (a breve mi aspetto il tag #fondamentalismodellarete, tanto per restare in tema). Che continuino pure a ignorare il fatto che il ruolo del giornalista, oggi, è più importante che mai, dato che la rete gli offre fonti di informazioni incredibili da poter analizzare in modo professionale e credibile per dare un vero valore aggiunto ai propri lettori. Che continuino pure. Prima o poi si sveglieranno con la metà delle copie di oggi e faranno una solenne autocritica. Sarà troppo tardi, mi sa. 

P.S. Il Guardian, che ha preso pure lui la sua bella cantonata, ha pubblicato un pezzo che riprende in parte le cose scritte qui sopra. Non citando mai il nome dell'attentatore, come ho fatto io (e non per caso)