Visualizzazione post con etichetta Media relations. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Media relations. Mostra tutti i post

giovedì 5 dicembre 2013

The game of drones


Quando si pensa a un particolare progetto di comunicazione, su centinaia di post su Internet si trova la ricetta giusta per ottenere successo, per raggiungere i propri obiettivi di marketing e di vendita (due cose diverse, sempre utile sottolinearlo) in modo organizzato e coerente. A livello generale, gli ingredienti possono essere riassunti così:

  • Avere un progetto chiaro, delineato e condiviso, con tempistiche di progettazione e realizzazione molto definite;
  • Scegliere una o più notizie di grande impatto sia verso i propri clienti attuali sia verso quelli potenziali, riguardanti un prodotto o un servizio davvero innovativo;
  • Spingere un aspetto importante della propria unique selling proposition, ossia quella caratteristica che distingue la mia azienda da tutte le altre in modo oggettivo;
  • Valutare di coinvolgere sia i media tradizionali (giornali, TV, radio) che i social media, in modo diverso perché seguono logiche diverse ma, allo stesso tempo, coordinato;
  • Definire obiettivi di breve e medio/lungo periodo molto precisi e misurabili.
A leggerli così, precisi e puntuali, questi ingredienti sono senz'altro corretti ma, non si può non pensarlo, facili da scrivere e difficili da attuare. Tanta teoria, poca pratica. 

Per fortuna, talvolta accade che ci siano casi reali da cui attingere: uno, recentissimo, è quello dei droni di Amazon (vedi qui e qui). Guardiamo al progetto di comunicazione: chiarissimo con tempistiche di realizzazione legate a una scadenza molto precisa, il Cyber Monday. Una notizia di enorme impatto connessa in modo evidente a uno dei punti di forza principali della società, ossia l'efficienza delle loro consegne. Una grande visibilità data sia dai media tradizionali (che presuppone una gestione delle media relations davvero efficace a livello internazionale) che dai social media (che presuppone una precisa conoscenza degli utenti e dei loro gusti a livello di news). Obiettivi raggiunti nel breve periodo, senza alcun dubbio, e vedremo nel lungo. Una cosa sola, e molto grande, non mi è piaciuta: in relazione alla certificazione FAA, si è scelto, consapevolmente, di dire una solenne bugia (vedi qui un parere italiano sulla cosa). Un punto in meno sulla pagella.

Siamo tutti d'accordo, Amazon non è una PMI, è una macchina da guerra di grandi dimensioni. Ma spesso le grandi dimensioni possono esporre a molti più rischi quando ci si muove su progetti così ampi. Per questo, è bene guardare agli esempi positivi sempre e comunque: rifletterci su non può fare male, in ogni caso. 

(Photo credits: http://tuttacronaca.wordpress.com/tag/international-news/).

lunedì 22 aprile 2013

Le sorprese di una rassegna stampa sul global warming (3 anni dopo)


Sul Foglio di oggi appare un articolo di Piero Vietti sul fatto che la terra ora non si scalda più. E il global warming che fine ha fatto? Cambi giornale e La Repubblica pubblica oggi un articolo dai toni esattamente opposti. In realtà, la stessa Repubblica, dieci giorni fa aveva aperto in prima pagina con "il mistero della terra che non si surriscalda più". Ecco, sono un po' confuso: questa terra si scalda o no? No, sapete, mi interessa, ci vivo su questo pianeta. Perché se dovessi dirlo da qui, dalla bassa modenese, direi che si sta raffreddando, con un autunno perenne e piovoso. Ma io vedo la situazione dalla mia piccola finestra, mica ho dati di prima mano e modelli climatici complessi ma precisi.

Proprio qui sta il problema: i modelli climatici sono tutt'altro che precisi. Perché i fattori che interagiscono solo troppi, perché non abbiamo modelli storici di lunghissimo periodo sui quali basarci, perché il clima cambia in modo incostante da quando è nata la terra e perché guardando periodi temporali limitatissimi per il pianeta (20 anni, ad esempio) l'errore è dietro l'angolo. Negli anni '70 i media dicevano allarmati che ci aspettava una nuova era glaciale ("global cooling", ecco Newsweek), dagli anni '90 in poi invece siamo al "global warming". Perché? Il clima fa notizia, ci coinvolge tutti, nessuno escluso. Fa vendere copie. Ma noi abbiamo gli strumenti per verificare certe notizie, basta qualche ricerca fatta bene su Google (trovi blog così anche, mica solo allarmisti).

Questo post sul tema della rassegna stampa sul global warming lo scrivevo tre anni fa, non mi sono svegliato oggi che è l'Earth Day (che non serve a nulla come ogni "giornata mondiale di qualsiasi cosa"). Domani non avremo né glaciazioni né desertificazioni istantanee, su questo sono abbastanza tranquillo.

lunedì 20 febbraio 2012

Illusioni perdute, verità ritrovate

Le farfalle sulla RAI, prima di Sanremo 2012
L'enorme successo socialmediatico di Sanremo porta con sé alcune veloci considerazioni, una su tutte: si tratta della "ennesima conferma che i social media sono prevalentemente mezzi di distribuzione sociale dei mezzi di massa, con Facebook e Twitter a giocare ruoli diversi ma complementari alla diffusione promozionale dell’evento canoro nazional-popolare" (citazione da un post di PierLuca Santoro). Non si tratta di un dato di fatto di poco conto. I Social Media, oggi, anno del Signore 2012, svolgono prevalentemente un ruolo di supporto ai mass media, non alternativo. Questo mi è sempre stato abbastanza chiaro, visto che ho una formazione classica a livello di comunicazione e non ho mai postulato la supremazia di un media su un altro. Ma per molta gente, che si era fatta prendere la mano dalla "rivoluzione sociale", si tratta di un bagno di realtà oggettivo e utile.

Le analisi filosofico-sociali non sono il mio campo, a me è sempre importato l'aspetto relativo alla comunicazione aziendale. Ho sempre detto ai miei clienti che i Social Network non sono una necessità assoluta ("fish where the fishes are" dicono gli anglosassoni) e che, se si decide di utilizzare questi canali, si deve essere pronti da più punti di vista. Ma non fanno miracoli, mai. Per scrivere un capitolo del libro (ne saprete qualcosa di più a breve), sono andato a leggermi tutte le recensioni fatte qualche anno fa dai media, tradizionali e non, per l'avvento di Second Life. Ve li ricordate? L'entusiasmo era alle stelle e le multinazionali che avevano deciso investimenti cospicui. Poi, come sappiamo, si rivelò un fallimento, con migliaia di negozi e isole virtuali deserte e decadenti. Forse avevamo sopravvalutato tutti la cosa: per alcuni era stata un'ottima lezione, per tanti altri no.

Per mesi ho visto analisi e recensioni che sottolineavano la morte dei media tradizionali in un futuro prossimo, soppiantati dai Social Media: più veloci, più coinvolgenti, più personali. La tendenza mi sembra molto meno decisa e ineluttabile. I mass media si stanno trasformando, forse troppo lentamente, per venire incontro alle esigenze degli utenti e non stanno ottenendo risultati drammatici, tutt'altro. Un esempio, proprio legato indirettamente a Sanremo, è quello della Rai, che ha raggiunto risultati notevoli sul Web. Per questo, mi sembra utile ribadire che, come avevo già scritto per il giornalismo, stiamo vivendo un periodo di transizione di cui è difficile delineare gli scenari prossimi futuri. Di sicuro, i media tradizionali non moriranno così facilmente. E se ottengono questi risultati in termini di visibilità sui Social Network, forse anche a noi non dispiace così tanto. Neanche a chi, come me, non ha visto un minuto di Sanremo ma mica me ne vanto: ad ognuno il suo circo nazionalpopolare, senza vergogna.

giovedì 30 settembre 2010

Lezioni toscane

In un post di qualche giorno fa dicevo che lavorare bene paga. E lo fa in molti modi diversi. Ieri avevo una riunione in Toscana per incontrare i responsabili di un'azienda. La sede di un mio ex cliente (di quando lavoravo in agenzia) era a pochi chilometri. Dato che mi ero trovato benissimo con loro, li ho chiamati per bere un caffè insieme. Ero stato il loro account per cinque anni e li avevo supportati nella gestione dei rapporti con la stampa (compresa quella di settore, dove abbiamo ottenuto risultati significativi per un produttore di macchine edili), nella creazione del magazine aziendale, nell'organizzazione di eventi (per i media e non) in Italia e all'estero e di tante altre iniziative (compreso qualche parere e qualche foto per il loro sito Internet). Mi hanno sempre fatto sentire parte dell'azienda, uno di loro. Andare in riunione con loro era sempre piacevole, nonostante i piccoli e grandi problemi da affrontare. Non capita spesso. Insomma, volevo andare là per un caffè, per parlare 5 minuti dei vecchi tempi con il mio referente diretto e con il responsabile marketing. Poi volevo mangiare qualcosa e filare dalla nuova azienda, avendo quasi due ore di margine.

Il risultato è stato questo: ho incontrato quasi tutte le persone con cui avevo collaborato, ho bevuto due caffè (rifiutandone altri due per non andare in overdose da caffeina), sono stato invitato a pranzo dal Presidente della società (fatturato superiore a 200 milioni di Euro e oltre 500 dipendenti, è opportuno sottolinearlo), da sua figlia (presente nel direttivo del Gruppo) e dal responsabile marketing. Si è mangiato insieme, in totale serenità, parlando di crisi economica e di figli, di cani e di trippa, di futuro e di opportunità. Era un anno e mezzo che non li sentivo e non lavoriamo più insieme, eppure non ho sentito alcun cambiamento a livello di rapporto personale. Parliamo del Presidente: un uomo di oltre 70 anni (anche se lui non vuole che si dica) che è un "caso di successo" vivente, che ha creato un Gruppo internazionale dal nulla, che ha il rarissimo talento di capire come andrà il mercato. Che mi ha invitato, con il solito sorriso e due occhi diretti e sinceri, a mangiare con loro al self service sotto l'azienda. Non è un caso che in azienda si lavori bene se colui che la guida è fatto così. Una lezione per qualsiasi imprenditore o manager di un'azienda italiana.

Come dicevo all'inizio, lavorare bene paga. Anche in termini di soddisfazione personale e professionale. Io sono rientrato in ufficio oggi con un entusiasmo notevole. E questo post ne è la prova. Se volete conoscerli, li trovate a Poggibonsi (Siena), l'azienda si chiama IMER Group. Ne vale la pena.

venerdì 23 luglio 2010

Le falle, le toppe e una lezione da imparare

La farò breve perché, come si dice, le immagini valgono più di mille parole. A un'azienda multinazionale che fattura oltre 245 miliardi di dollari (non milioni, miliardi) si rompe un'innovativa piattaforma petrolifera e, dopo innumerevoli tentativi (e un disastro ambientale), riesce a tappare una falla che fa fuoriuscire petrolio. Nel mentre, diffonde alcune immagini sul proprio sito e su Flickr, facendo vedere come sta gestendo la situazione di emergenza. E' un colosso con enormi risorse, ci mancherebbe che non agisse bene almeno a livello di relazioni pubbliche. E invece no. Dopo una gestione scostante dell'intera vicenda a livello di comunicazione, alcune immagini, alla fine, si rivelano modificate malamente con Photoshop. Ovviamente, viene scoperta (vedi qui e qui) e, alla fine, ammette tutto.

Quale lezione può imparare una qualsiasi azienda da questo fatto? Che il tuo pubblico, i tuoi stakeholder, che siano 100 o 10 milioni, non li inganni facilmente, specialmente sul Web. Neanche se sei una multinazionale con ingenti risorse a disposizione. Non serve mettere foto ritoccate di cui non hai bisogno (anche se fossero state vere, davano un così grande valore aggiunto?). Non serve dire quello che non fai. Serve invece mostrare chi sei, cosa fai e come lo fai, sempre con onestà intellettuale. E semplicità. Prendere un fotografo, fargli fare un centinaio di foto reali, con gente reale che lavora per trovare una soluzione reale, era così complicato? "A parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire" spiega il rasoio di Occam. Mia nonna, invece, diceva in rigoroso dialetto veneziano che "l'è pezo el tacòn del buso" (è peggio la toppa del buco). Se qualche multinazionale volesse assumerla come consulente, posso mettere una buona parola.

(l'immagine pubblicata è presa dal sito www.giocattoliamo.it)

giovedì 3 giugno 2010

Free media

«Guai a discendere in una nazione di blogger». Questa dichiarazione è di Steve Jobs. Che prosegue: «Se una democrazia vuole funzionare seguendo un processo libero e sano ha bisogno dell'informazione di qualità. Mi riferisco a giornali come il Washington Post, il New York Times, il Wall Street Journal. Restano centrali al processo …». Qual'è quindi la soluzione per il grande patron della Mela, il creatore del "magico" iPad? Il pagamento del contenuto. Uno può essere d'accordo o meno sulla questione, ma il punto è un altro: il futuro dei media.

Che i blog non possano essere l'unica risorsa informativa del Web penso siamo tutti d'accordo. Hanno una funzione molto importante ma non possono soddisfare tutte le esigenze degli utenti. Tuttavia, i blogger hanno contribuito a far capire ai media una cosa fondamentale: non siete i soli a comunicare. Il giornalismo di oggi ha bisogno di evolversi e in fretta. Non deve arroccarsi su posizioni reazionarie e indifendibili (come sta facendo) per mantenere quello status che ha avuto fino a qualche anno fa. Il pubblico ha bisogno di avere fonti e professionisti che lavorino per fargli capire cosa succede nel mondo e perché. Ma come realizzare i nuovi media? Bella domanda. Ma la risposta non può essere semplicemente "creiamo nuovi contenuti online e mettiamoli a pagamento". Ci vuole un po' di rispetto per chi legge.

Se una rivista cartacea molto costosa da fare come Wired Italia mi permette di abbonarmi per due anni (24 mesi) a 30 Euro (con un risparmio netto di 66 Euro, dato che costa 4 Euro a numero), non è perché sono pazzi. Ma perché i (pochi) investitori pubblicitari fanno si che i (molti) abbonati paghino molto poco per accedere ai contenuti e alle loro pubblicità. Chris Anderson ce l'ha ripetuto più volte su Free. Ora io mi chiedo: cosa impedisce a un editore di realizzare un quotidiano nato e pensato per il Web, con costi sensibilmente inferiori a un'ipotetica versione cartacea e renderlo accessibile in modo gratuito? Ovviamente, dovrebbe trovare un modo intelligente per far apparire una qualche forma di advertising, non troppo invasiva (non se ne può già più delle home page brandizzate del Corriere.it) e "intelligente". Video virali? Gallerie fotografiche dei prodotti? Vedremo. Intanto, pensiamoci. La scelta di mettere a pagamento i contenuti "mobili" del Corriere.it e della Gazzetta.it ha avuto un unico risultato su di me: che leggo lastampa.it.

Non possiamo essere una nazione di blogger? D'accordo. Ma dobbiamo avere un'alternativa seria e gratuita per accedere a notizie, contenuti e informazioni. Se no, il mio Google Reader è sufficiente.

martedì 13 aprile 2010

La rassegna stampa al tempo dei Social Media

Notizia di oggi è che il premio Pulitzer per il giornalismo investigativo, uno dei riconoscimenti più prestigiosi, è stato assegnato per la prima volta a una testata online e non profit, ProPublica. Questo dimostra come i media online abbiano ormai gli stessi "quarti di nobiltà" di quelli cartacei. Ed è spuntato un motivo di riflessione. La comunicazione online sarà sempre più al centro del ring delle Relazioni Pubbliche, in particolare per quanto riguarda le media relations. Ma i concetti di "media" e di "relations" si stanno evolvendo, molto rapidamente, su binari paralleli ma non uguali. I media non sono più solo i quotidiani, le riviste ed alcuni portali ma anche gli stessi blog sono considerati allo stesso modo. Negli Stati Uniti questo concetto è già molto chiaro (un esempio per tutti, Huffington Post), in Italia un po' meno. E i Social Media? Non possono essere esclusi da questo discorso. L'evoluzione è in atto ed è un discorso ampio, complesso, con decine di fattori che incidono. Ma proviamo a prendere un esempio, che male non fa.

La rassegna stampa è un momento fondamentale nell'attività di media relations e di comunicazione in generale. Ti fa capire se il tuo messaggio è passato, da chi è stato ripreso, come è stato pubblicato e quanta visibilità ti ha dato. Nell'era della carta, avevi articoli da "ritagliare", scansionare e mandare ai tuoi responsabili. Potevi fare analisi qualitative e quantitative su fattori identificati e comunemente accettati (come numeri, pagine, tirature & diffusioni, readership, etc.). Cose che ti permettevano di quantificare il tuo lavoro e i relativi risultati. Nell'era del digitale ... si pensa ancora seguendo logiche cartacee. Prendi Google, cerchi "articoli", li salvi e li invii ai tuoi responsabili e/o clienti. Non è così semplice. Devi rispondere, in breve tempo, a questioni grosse come case:
  • Quanto "pesa" il post di un blog in termini di rassegna stampa dato che non ho diffusioni certificate?
  • Una discussione sulla news della mia azienda su Facebook la inserisco o meno? E come la analizzo?
  • Come faccio a monitorare tutte le discussioni in atto online su quella notizia? Quali sono rilevanti e quali no? Come gestire quelle positive e quelle negative?
Ho fatto una veloce ricerca online su rassegna stampa (e "press review"): si parla ancora di ritagli, di scansioni e di "numero di articoli". La stessa definizione di "rassegna stampa" è probabilmente da mettere in soffitta. Per questo, ho deciso di iniziare un approfondimento in più post per analizzare questa tematica, cercando i capire come fare al meglio il mio lavoro. Il tutto, insieme a voi, sul blog e su un social media come Friendfeed. Un piccolo esperimento, un "Socialstorming", da fare insieme, se vi va. 

giovedì 4 marzo 2010

Le sorprese di una rassegna stampa sul global warming

Se avessi fatto una rassegna stampa, avrei riempito decine di armadi. Il tema è il global warming. Di natura, sono sempre piuttosto scettico sulle "notizie mainstream", ripetute più volte su ogni tipologia di media senza avere dietro una base consistente (e verificabile) su cui approfondire. Ma se tante notizie molto diverse tra loro  entrano nello stesso calderone del "riscaldamento globale", dall'innalzamento dei mari alla concentrazione di biossido di carbonio (anidride carbonica), dagli uragani tropicali alla moria di tonni dalle pinne gialle, un fondo di verità ci sarà. Pur esistendo alcuni dissidenti di prestigio quali Richard Lindzen del MIT (questa è di oggi). Oggi su Friendfeed vedo la segnalazione di un articolo del portale del Times (e ringrazio Markettara per la cosa): "Tutto quello che sai sul global warming è sbagliato". Interessante, leggo subito.

L'articolo è molto lungo ma saltano agli occhi alcune frasi che definirei rivoluzionarie. "I modelli di previsione sui cambiamenti climatici sono rozzi" (e fin qui ci può stare). "L'enfasi sul biossido di carbonio, ossia l'anidride carbonica? Immotivata. Non ha molto a che fare con il riscaldamento globale, molto più incisivo è il vapore acqueo" (ma come? Il vapore acqueo?). "Il biossido di carbonio fa bene alle piante, che possono crescere molto meglio. Non è velenoso e non danneggia in modo rilevante l'attività dell'uomo" (qui cadono anche le basi ...). Ma la vera bomba è questa: "C'è un fatto poco discusso riguardo al global warming: mentre i segnali della distruzione diventavano sempre più forti, la temperatura globale media è, di fatto, diminuita". A parlare sono tutti scienziati di alto livello, non negazionisti presenti su siti poco raccomandabili. E allora, come si spiega?

Non sono uno scienziato climatico, mi occupo di altro. Per questo, nella mia rassegna stampa è finito un minuscolo box uscito su Vanity Fair qualche tempo fa, una notizia che mi ha fatto sobbalzare dalla sedia: "15 navi portacontainer inquinano come 760 milioni di automobili, ossia tutte quelle presenti sul pianeta". E ci sono 90.000 navi di questo tipo in giro per il mondo. Ma come, una notizia da prima pagina per ogni media del pianeta la leggo su un piccolo box di Vanity Fair?! E tutti i discorsi sulle auto ibride, a idrogeno, a energia solare? James Corbett, professore dell'università del Delaware e autore di questa analisi, ha una sua ipotesi, molto personale (espressa anche nel video di YouTube qui sotto).


Visto che i modelli di previsione dei cambiamenti climatici sono "rozzi", tanto vale fare affidamento su più fonti per farsi un'idea più ragionata. La rassegna stampa va analizzata tutta, quantitativamente e qualitativamente. Ma se oggi fa un po' più caldo di ieri, magari guardiamo con meno durezza la nostra povera automobile. Forse non è così colpevole come pensavamo.

lunedì 1 febbraio 2010

Spam e comunicati stampa, un legame sopravvalutato

La cara, vecchia storia dello spamming dei comunicati stampa. Sul suo blog, Stephen Davies rilancia la questione con un bel video (ammettendo onestamente anche un suo piccolo conflitto di interessi): si sottolinea come l'inondazione di press release verso i media sia paragonabile, se confrontata alla situazione del pianeta, all'inquinamento ambientale. Con una proposta: "come posso fare a ridurre la mia irrelevance oggi?"
Chi non si è posto la questione avendo il compito di dover inviare un comunicato stampa alla sua mailing list? E chi non si è sentito rispondere "la ringrazio, ma questa notizia non mi interessa per nulla"?

La questione sta, ovviamente, a monte. Si ha un messaggio da trasmettere, più o meno "forte", e si deve decidere a chi inviarlo. Il dubbio amletico di ogni addetto stampa: mailing list ristretta o allargata? Ci sono fondamentalisti per tutte e due le filosofie, per cui guru da consultare ce ne sono anche troppi. Mi limito a buttare là qualche considerazione:
  • La "mailing list perfetta" non esiste: anche con una notizia bomba, le probabilità di sentirsi rispondere "non è in target" sono comunque rilevanti. In più, la soggettività dell'opinione su cosa pubblichi una rivista è davvero ampia. Mio parere: fare una mailing list generale da adattare, di volta in volta, alla notizia e non una notizia che da adattare, sempre e comunque, alla mailing list. 
  • I giornalisti non hanno sempre ragione: si ha sempre un certo timore reverenziale a parlare con il caporedattore di riferimento, sapendo che se non porti a casa l'articolo hai 2 ore di riunione col tuo capo. Ma loro stanno lavorando come lo stai facendo tu, con la stessa dignità e rigore professionale. E anche loro, come te, possono sbagliare nel giudicare una notizia. Mio parere: "difendere" sempre, con cortesia e obiettività, il nostro comunicato stampa, non essere sulla difensiva sperando che la telefonata duri meno possibile. 
  • Lo spam, questo sopravvalutato: è assolutamente vero che la grande maggioranza dei comunicati stampa non hanno notizie così interessanti. Ma è altrettanto vero che la grande maggioranza degli articoli pubblicati non sono da premio Pulitzer. Mettiamo che un giornalista riceva 100 comunicati stampa al giorno: in 30 secondi ci dà un'occhiata e a valuta cosa fare. In tutto, 50 minuti delle sue otto ore. Ma poi ha notizie per farci un giornale. Mio parere: non mi pare una situazione così drammatica.
  • Cercare sempre la notizia: il nostro principale compito è comunicare notizie. E non tutte le informazioni che ci danno lo sono. Il nostro compito non è solo quello di inviare email ma, soprattutto, quello di dire, talvolta, una frase difficile: "questa non è una notizia". Facciamo del bene a noi, al nostro capo, al nostro cliente e ai giornalisti a cui dovremmo inviare il comunicato stampa. E cercarne eventualmente un'altra. Mio parere: spesso, le notizie vere non fanno notizia all'interno delle aziende. Dobbiamo cercarle, sempre.
Al di là di tutto, paragonare l'invio di comunicati stampa alla generazione di inquinamento atmosferico mi sembra un po' forzato. E' invece opportuno concentrarsi sulla creazione del comunicato stampa e sul contatto successivo con il giornalista, che sono le due fasi davvero decisive (trovare la notizia e poi "venderla" bene). L'invio è necessario ma non è una fase così fondamentale. Se pensiamo al flusso di informazioni che sono e saranno generate dai social media, i giornalisti rimpiangeranno il giorno in cui dovevano solo aprire le agenzie di stampa e Outlook per scegliere le notizie tra "il caro, vecchio spam".

mercoledì 27 gennaio 2010

iTablet e iTalia: due mondi a confronto

Oggi la Apple annuncia ufficialmente la sua nuova "tavoletta". Che si chiami iTablet, iPad o iCoso (bel nome ideato da Federico Cella del Corriere) poco importa. iPhone era un nome tutt'altro che geniale ma il suo enorme successo deriva da altre cause. Chi avrebbe mai pensato, per esempio, a un cellulare come piattaforma di riferimento per i videogiochi (dopo i problemi incontrati da Nokia su N-Gage)? Steve Jobs e compagni sanno come fare il loro mestiere. E come coinvolgere le persone dentro ai loro progetti. L'iTablet (io scommetto su questo nome, per quel che costa) deve ancora essere presentato e non solo il titolo Apple è cresciuto in borsa ma c'è un fermento in rete da finale dei mondiali di calcio.

Qualcuno le ha definite "user generated pr", realizzate spontaneamente, e senza costi apparenti, da fan sfegatati e da acerrimi detrattori della Mela di Cupertino (personalmente, sono tra i pochi che sta nel mezzo). C'è già una rassegna stampa gigantesca e il prodotto non solo non è stato ancora venduto ma neanche presentato. Sono sicuro che Steve Jobs è stato attentissimo nel valutare cosa sia uscito nei social media, nei post dei blog, negli articoli di magazine e quotidiani, nelle radio e nelle TV. Perché il vero segreto della Apple è ascoltare i propri utenti e dare quello che vogliono: prodotti innovativi, belli da vedere ma semplici da usare. Piattaforme da far evolvere nel tempo con nuove idee e applicazioni, di cui i principali artefici sono coloro che li usano, non quelli che li producono. L'approccio della Mela è sintetizzabile in un verbo: coinvolgere.

Proviamo a trasportare quest'approccio in una realtà aziendale italiana. Sarebbe incomprensibile (quasi) per tutti. Un esempio pratico: su una testata specializzata è uscita una prova comparativa di prodotto, la novità dell'azienda XY, leader di settore, prende "4 stelle" (su un massimo di cinque) e il giornalista segnala un aspetto migliorabile ("tired" direbbero quelli di Wired ma non si tratta di loro). Il grande capo legge l'articolo (cosa buona e giusta) poi contatta il responsabile ufficio stampa e il Product Manager, separatamente. Al primo dice, a muso duro, che non è stato fatto un buon lavoro con la stampa se hanno dato "solo 4 stelle" e "c'è pure una critica". Al secondo ordina di modificare la caratteristica del prodotto come ha detto il giornalista, a prescindere dal fatto che il suo responsabile condivida o meno (non ricorda una scena di Schindler's List?). L'approccio dell'azienda XY è sintetizzabile in un verbo: chiudersi.

Ascoltare, fare una valutazione costruttiva e poi pensare a come fare una cosa è un processo lungo e difficile. Meglio pretendere di avere sempre 5 stelle ed essere convinti che i propri prodotti siano il meglio possibile. Preparandosi anche ad avere un futuro difficile. A Cupertino si starà sicuramente meglio. Ah, un'ultima cosa: Steve, prevedi già una tastiera bluetooth trasportabile per l'iTablet, è scomodissimo scrivere testi lunghi su touch screen.

Nota delle ore 23.55, 27 Gennaio 2010: l'iCoso si chiama iPad. Perso la scommessa.