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martedì 4 giugno 2013

Chi ha bisogno dei giornalisti?


Il titolo è derivato da un bell'articolo del New York Times, testata che cito spesso ultimamente e non per caso. Si parte dal caso di Michele Bachmann, elemento di punta del movimento Tea Party americano e potenziale cavallo di razza repubblicano per la corsa alla prossima Presidenza, che ha deciso di comunicare la sua rinuncia alla candidatura al Congresso nel 2014. Dov'è la novità? Ha utilizzato solo un video su YouTube, non una tradizionale conferenza stampa. Tralasciando le motivazioni reali del suo ritiro, che lei non spiega nel dettaglio mentre altri ci provano, quello che è interessante è la scelta di ignorare i media tradizionali per parlare direttamente verso il proprio pubblico/elettorato (disintermediazione direbbero quelli bravi ma a me questo termine piace davvero poco). Dopo aver guardato il video, ecco alcuni consigli che, umilmente ma non troppo, darei sia al comunicante solitario che al giornalista non invitato alla festa.

Comunicante solitario: hai a disposizione strumenti molto potenti per comunicare senza avere la necessità, come qualche anno fa, di passare per le forche caudine della stampa con le sue domande scomode. Perché perdi questa opportunità non solo facendo un video autoreferenziale, ovattato, con una musichetta in sottofondo che dopo 10 secondi diventa noiosissima, ma anche senza dare "la" notizia, ossia il perché ti ritiri? La regola base di ogni comunicazione è che devi dare al tuo interlocutore una news che giustifichi il tempo che lui perde a leggere o ad ascoltare quello che dici. Se non la dai, le musichette e la bravura di chi ha ripreso il video non bastano. Guardi me ma parli da solo. Una non notizia non la si comunica, neanche su YouTube.

Giornalista non invitato alla festa: è un mondo molto diverso rispetto a quello di qualche anno fa, non è più il politico o l'azienda che ti deve invitare agli eventi ma sei tu che lo devi seguire, ovunque vada. Comodo era il tempo in cui, tra agenzie, comunicati stampa e inviti, ti arrivava tutto sul PC, in redazione. Ora il giornalista deve nuovamente muoversi, andare a cercare la notizia dove c'è, analizzarla e spiegarmi perché è importante. Il dove non è solo un luogo fisico ma anche virtuale, su Internet, sul profilo Facebook, su Twitter e su YouTube. Il perché è presto detto: volente o nolente, a noi cittadini i giornalisti servono. Non siamo in grado di analizzare tutte le informazioni che ci arrivano, abbiamo bisogno di qualcuno che ci dia una mano a capire, a interpretare, a farci un'opinione. Il problema è che anche il giornalista deve essere consapevole di questo nuovo ruolo, che in realtà è vecchio: deve andare a cercare la notizia, senza aspettare l'invito.

"Dobbiamo essere in grado di entrare nella mischia e spuntare fuori all'improvviso" sottolinea l'autore dell'articolo del New York Times (traduzione mia, non letterale). Sta tutto qui ma non è affatto facile, come spiega bene Giuseppe Granieri. Né per il comunicatore non più solitario né per il giornalista imbucato alla festa. Ma i lettori e gli elettori esigono che ognuno svolga il proprio compito a dovere. Sono loro che pagano i loro stipendi, alla fine. Ricordiamocelo.

venerdì 17 febbraio 2012

La comunicazione in un'immagine

Quante volte le aziende riflettono per settimane o mesi su come comunicare, su come "riempire" una pagina pubblicitaria, un sito, un contenuto con un sacco di informazioni per i loro clienti con magri esiti? Invece, spesso, basta solo un'idea, una grande idea. Facile a dirsi, difficile a farsi, direte voi. Certe volte basta un esempio per spiegare la potenza comunicativa della semplicità, per raccontare una storia in una sola foto. Ecco invece alcuni casi, pubblicitari e non, per farvi capire cosa intendo. Due di Volkswagen, uno d'annata e uno più recente, e due di Lego.

Volkswagen Maggiolino (quasi 23 milioni di auto vendute) - Pubblicità


Volskwagen Crafter (veicolo commerciale) - Pubblicità



Lego (azienda leader nel mondo nel settore giocattoli) - Pubblicità



Solo pubblicità? Guardate questo video, basico e diretto, e poi ditemi quanto è potente la semplicità delle immagini. Se vi chiedono qualche esempio, qui li avete. Pronti all'uso.
New York - video


martedì 20 settembre 2011

Insegnando s'impara*


Mi è arrivato l'ultimo numero di Wired, molto più interessante degli ultimi perché, con perfetto ma prevedibile tempismo, parla di scuola e di formazione. Si passa dai timori del guru Jaron Lanier sul pericolo di arrivare a "pensare come macchine" alla scoperta che colossi come Google e Amazon sono stati creati anche grazie agli input di una maestra italiana nata nel 1870, Maria Montessori. Ovviamente, come spesso accade, per colpire il lettore si va a esplorare gli estremi, dalla scuola italiana ancora ferma ai gessetti da prendere dalle bidelle alle scuole americane dove studenti imparano formule trigonometriche esercitandosi liberamente su appositi siti Web. Non essendo un esperto in queste materie, mi limiterò a semplificare le cose e a portare la mia esperienza di studente (prima) e di genitore (poi), arrivando a una conclusione che sembra presa da un manuale di comunicazione d'impresa.

Un anno fa mi trovai a chiacchierare con Caterina Policaro (Catepol in rete) sul suo approccio con gli studenti, sulla loro curiosità nei confronti di un insegnante con l'iPhone che conosceva Facebook e Twitter meglio di loro. E mi spiegò la sempre valida regola della nonna: non fare o dire in rete quello che non faresti o diresti con tua nonna davanti. Un modo semplice ed efficace per spiegare la tutela della propria privacy in rete senza, per forza, ricorrere al terrorismo psicologico. I maestri che amiamo sono quelli che dicono parole che capiamo, che ci incuriosiscono, che ci coinvolgono, che ci trasmettono entusiasmo, al di là dei mezzi che usano. In quest'ottica, da studente sarei stato felice di avere in classe una lavagna interattiva multimediale (LIM) a patto che non venisse usata come una vecchia lavagna, col touch screen invece dei gessetti. Stesso discorso vale per i tablet e gli eBook scolastici del prossimo futuro. Ovvio, no? No, non lo è, vista la guerra persa in partenza degli insegnanti contro gli smartphone (un esempio qui).


Quello che dico è che la tecnologia può essere buona o cattiva, discorso ovvio, quasi banale. Tuttavia, al lato pratico, diventa tutto più complesso. Far guardare i video di YouTube a proprio figlio di (quasi) tre anni è buono o cattivo? E sapere che sa usare il mouse, l'iPad o il cellulare meglio del nonno è buono o cattivo? Non mi va di fare filosofia, mi limito a semplificare e a estendere la regola della nonna a un altro ambito: gioca con lui al computer come giocheresti con lui a pallone. Facendogli vedere come si fa, stando con lui, divertendosi con lui, stando attenti a non farsi male. Mi accorgo, ogni giorno, che le piccole lezioni che mio figlio mi da, senza volerlo, mi servono in ogni ambito della vita, in primis sul lavoro. 

La prima regola è che non esistono regole valide sempre, con chiunque e in ogni momento. Ci si adatta, giorno dopo giorno, a comunicare con lui in modo diverso, in base alle sue esigenze, con dietro un progetto a lungo termine definito ma flessibile. Rileggendo quest'ultima frase, non la si potrebbe scambiare per un perfetto approccio di comunicazione aziendale? Non penso sia un caso.

* Aforisma di Seneca (che sto citando molto ultimamente)

mercoledì 6 luglio 2011

Analisi di un blog

Ai miei clienti dico sempre che cosa funziona e cosa no lo decide chi sceglie, chi compra e chi legge, non lo decidiamo noi che "vendiamo". Ci sono migliaia di idee meravigliose che hanno portato a prodotti ritirati in tre mesi (e spesso non per colpa dei prodotti stessi, che erano quelli giusti ma al momento sbagliato). Vero, ci sono anche tantissime brutte idee che sono brutte da subito ma quelle le lascio per un altro post. Qualcuno potrebbe dire che ci sono le ricerche di mercato che ci dicono cosa si venderà e cosa no. Negli Stati Uniti ci hanno speso 12 miliardi di dollari in queste cose nel 2007. Nello stesso anno e nello stesso Paese, a quanto pare, 8 prodotti su 10 hanno fallito nei primi tre mesi. E allora, come si fa? Non ci sono ricette magiche. Tuttavia, mettersi nei panni dei clienti e non nei nostri, che siamo persone che devono produrre, per forza, prodotti rivoluzionari e innovativi, è già un primo passo nella direzione giusta.

Prendo per esempio il mio blog. Qui ci parlo di tutto, senza stare là troppo a pensare cosa piacerà tanto e cosa meno a coloro che mi leggono (e che ringrazio). Però, indubbiamente, se ho più commenti, più "like" e più messaggi che confermano che ho scritto qualcosa di interessante, è ovviamente meglio. Per me e per chi spende 5 minuti del suo prezioso tempo per leggere cose più sensate di altre. Allora prendiamo i numeri del blog che state leggendo. Le statistiche dicono che i post più letti sono questi:
  1. "Le persone che sconfissero l'algoritmo" (ovvero del fatto che le cose più interessanti le ho trovate seguendo persone, profili e blog di riferimento, non cercando su Google).
  2. "Sparare a un orso? Geniale su Youtube" (ovvero delle infinite possibilità che offrono i video a livello di comunicazione aziendale).
  3. "Il costo dei contenuti" (ovvero di cosa può fare, ossia tanto, e di quanto può costare, ossia meno di quanto si pensi, un professionista che realizza beni immateriali come me).
  4. "I dipendenti pubblici che fecero l'impresa" (ovvero di come poche persone della Regione Piemonte, quasi tutte donne, abbiano realizzato un progetto di open data del tutto innovativo).
  5. "Il mondo delle PMI - Blog o Facebook? Prima c'è da guardarsi allo specchio" (ovvero di come un'impresa italiana, prima di pensare a come stare sui Social Network, dovrebbe capire cos'è una strategia di comunicazione).
Devo dire che sono un po' sorpreso. Se avessi dovuto scommettere prima, avrei indovinato solo il terzo e il quinto post, perché parlano direttamente dei mio lavoro, delle mie difficoltà quotidiane, del mio modo di essere. Gli altri, sinceramente, non me li aspettavo. Mi fa piacere l'apprezzamento sul fatto che scelgo l'uomo (o la donna) prima dell'algoritmo e che le aziende dovrebbero guardare prima ai fondamentali (leggere qui) e dopo alle ultime novità di moda (già mi preparo a rispondere a domande tipo "Scusa ma è meglio Facebook o Google+?"). Mi sorprende positivamente che il post sui dati aperti della Regione Piemonte abbia avuto successo (il merito è tutto di Anna Cavallo e colleghe), perché era stato quasi ignorato nei primi giorni di pubblicazione. Ma sono dati su cui riflettere un po' e luglio è un mese ideale per farlo. Cosa funziona e cosa no lo decide chi sceglie, chi compra e chi legge, dicevamo prima, no? Meglio essere coerenti.

martedì 24 maggio 2011

Comunicare la sostenibilità, unendo business e tutela del pianeta

Talvolta capita. Prendi un libro in mano, un volume tecnico per fare "autoformazione", inizi a leggerlo e nella testa ti nascono spunti, idee e riflessioni a getto continuo. Leggi le frasi che ti giravano nella testa da un po' espresse in due righe, non in 2.000 battute. Quel genere di libri che, appena lo finisci, sai di avere un nuovo punto di riferimento fisso, sullo scaffale, da consultare quando vuoi. Bene, questo volume è Green Marketing, il manifesto di John Grant. La mia recensione "ufficiale" l'ho scritta su Anobii, qui voglio solo citare alcune dei concetti che mi hanno acceso le lampadine che dicevo prima:
  • Il nuovo marketing deve implicare il coinvolgimento attivo del cliente, si deve lavorare insieme per creare idee, comunità, eventi e stili di vita. Un dialogo creativo che influisca sullo sviluppo di un prodotto e sulle esperienze negli acquisti. Le "recensioni su Amazon" estese a tutti i settori.
  • C'è bisogno di idee di marketing buone per il business e buone per l'ambiente. Invece di concentrarci sul problema, si devono vedere le opportunità creative legate alle alternative che abbiamo. Non è più tempo di ambientalisti contro aziende.
  • Non dobbiamo far apparire "verdi" le attività e i prodotti normali ma dobbiamo fare in modo che l'alternativa verde ci appaia normale. Le innovazioni sostenibili possono generare vantaggi al pianeta e al business.
  • La sostenibilità non deve essere relegata a una funzione aziendale ma deve essere integrata in tutte le attività dell'impresa, nel lavoro quotidiano di tutti. Le aziende sono fatte di persone che saranno contente di agire anche per il bene del pianeta.
  • Il Green Marketing ha tre tipi di risultati da ottenere: commerciali, ambientali, culturali. Ottenere profitti, contribuire a tutelare del pianeta, cambiare il nostro modo di vivere "insostenibile".
  • Le cinque I del Green Marketing: intuitivo (rendere normali le innovazioni sostenibili), integrante (unire commercio, tecnologia, ecologia e crescita sociale), innovativo (nuovi prodotti, nuovo stile di vita), invitante (prodotti sostenibili migliori di quelli precedenti) e informativo (accrescere la conoscenza sulla sostenibilità)
  • Agire con integrità e dire la verità. La sostenibilità è un obiettivo complesso, i più chiari e trasparenti saranno premiati.
  • Fare prodotti che durino più a lungo e fare in modo di usare un prodotto in molti (un trapano lo usiamo 10 minuti all'anno, è necessario comprarlo?). Tesaurizzazione e condivisione.
Il libro offre mille altri spunti, questi sono quelli che mi hanno più colpito. Per finire, Grant dice che, come successo nell'IT, nuove soluzioni tecnologiche possono cambiare il mondo: sistemi che inizialmente erano conosciuti da pochi "smanettoni" ora sono di uso quotidiano e ci permettono di fare cose impensabili fino a 10 anni fa (pensiamo solo agli smartphone, ai tablet e a YouTube). La stessa cosa può accadere per la tutela dell'ambiente. Se diventiamo tutti "verdi", persone e aziende, in modo sincero e graduale, il verde sarà la nuova normalità. Un pensiero positivo e realista, per iniziare a strutturare la propria comunicazione in modo nuovo e, sicuramente, innovativo. Senza dover ricorrere a catastrofismi e allarmismi.

venerdì 16 aprile 2010

The next big thing: iRonia

Dopo aver parlato per mesi di eBook, iPad e sviluppi futuri dell'editoria, presentata una nuova, innovativa soluzione.



Perché pensare con ironia non significa che dobbiamo rinnegare qualcosa. Significa che la nostra testa è viva. Nella mia immaginazione, la vedo così: un libro e un ebook che sorseggiano uno spritz insieme, ridendo di coloro che li vorrebbero nemici. "La libertà comincia dall'ironia".

mercoledì 7 aprile 2010

Distruggere un iPad? Un'idea straordinaria

Navigo sul portale del Corriere, leggo, vedo cosa succede nel mondo e una notizia attira la mia attenzione. "L'iPad finisce nel frullatore". Visto che la giornata è pesante, sto litigando con amministrazioni varie di clienti vari su fatture varie, mi voglio un po' rilassare. Allora guardo il video: c'è un tizio che prende un iPad nuovo di zecca e, dopo aver opportunamente scritto "non provate a far questo a casa", lo sbatte contro il supporto di un frullatore, lo piega e lo inserisce dentro. Dopo pochi secondi, lo strumento dei desideri di Apple è un mucchietto di pezzettini grigi. Che potenza, mi dico. Ma guarda te cosa fanno questi pazzi sul Web. Poi intuisco che c'è qualcosa sotto.


Leggo la marca del frullatore e mi si dice che costa "999 verdoni". Mi informo e scopro che tutto questo è il frutto di una campagna di viral marketing della Blendtec (che produce i devastanti frullatori) e il tizio che frulla l'iPad è il fondatore dell'azienda stessa. Distrugge vari prodotti, cose da provare o non provare a casa (pistole ad aria compressa no, avocado sì), per dimostrare le qualità del suo prodotto. Questo permette di promuovere un frullatore su YouTube attraverso un "caso di successo" particolare e di grande impatto, in un minuto e quaranta secondi, con costi praticamente irrisori (tranne l'iPad, ovviamente). Un'idea fenomenale. Sarei curioso di vedere un imprenditore italiano fare qualcosa di simile. Il frullatore l'avrò usato 10 volte in vita mia ma, in questo momento, pensare di spendere 999 dollari per quel tritatutto fenomenale non mi sembra affatto una follia.

mercoledì 17 marzo 2010

La rivoluzione dei contenuti: una strategia

La gestione dei contenuti è un tema che mi sta molto a cuore perché lo ritengo "rivoluzionario" (un altro post sul tema). Per questo, faccio un piccolo esperimento. Digito "Content Management" su Google, attendo i risultati, leggo. A parte una scarna pagina di Wikipedia, tutti i primi risultati riportano anche il termine "System" alla fine. Cioè, applicazioni CMS, software, prodotti. Sicuramente i vari SEO hanno lavorato bene però la cosa mi fa pensare. Come già detto qualche giorno fa, siamo in una Age of Innovation di cui ci renderemo davvero conto solo tra qualche anno. Oggi, probabilmente, i nostro occhi sono ancora focalizzati sulle fantastiche prestazioni degli strumenti e delle applicazioni tecniche di cui possiamo disporre (tutto il mondo che va da Facebook all'iPad) e poco ai contenuti che vengono "trasportati". E forse sta qui la vera, nuova frontiera: la gestione dei contenuti sul Web.

Il content management sembra una cosa piuttosto vecchia ma è solo apparenza. L'evoluzione della tecnologia a disposizione, velocissima, non è stata ancora seguita da un analogo processo per quanto riguarda i dati e le informazioni che essa si occupa di gestire e distribuire. Un esempio classico: chiunque può consultare una moltitudine di siti Internet, tantissimi sono "costruiti" bene ma quanti sono "scritti" bene? Quanto ci mettiamo a trovare le informazioni che ci interessano davvero? E siamo soddisfatti di quello che reperiamo? Come dice Kristina Halvorson nel suo libro "Content Strategy for the Web", di grande successo negli Stati Uniti (il che è tutto dire), "fare una strategia relativa ai contenuti è un'impresa complicata. Pianificare la realizzazione, la distribuzione e la gestione dei contenuti richiede input provenienti da molteplici fonti, di cui la grande maggioranza sono esseri umani. E questo vuol dire che è una cosa complicata".

Spesso le organizzazioni che vogliono mettere contenuti sul Web non hanno né una chiara idea di cosa hanno già a disposizione né di quello che vogliono far pubblicare davvero. Per questo, spesso si genera uno strano processo per cui qualunque documento, immagine o video realizzato con un minimo di criterio debba essere messo su Internet. Tralasciando un particolare: non interessa a nessuno, tranne a quelli che l'hanno realizzato (spesso per tutt'altri motivi). E' vero che il Web offre spazi teoricamente immensi (pensiamo a YouTube) ma questi devono essere occupati con una strategia definita alle spalle. Kristina Halvorson dice esplicitamente "Do less, not more". Eccitati dalle potenzialità immense offerte dal Web, social media in primis, ci sembra un concetto strano. Serve riflessione, che ne dite?

giovedì 4 marzo 2010

Le sorprese di una rassegna stampa sul global warming

Se avessi fatto una rassegna stampa, avrei riempito decine di armadi. Il tema è il global warming. Di natura, sono sempre piuttosto scettico sulle "notizie mainstream", ripetute più volte su ogni tipologia di media senza avere dietro una base consistente (e verificabile) su cui approfondire. Ma se tante notizie molto diverse tra loro  entrano nello stesso calderone del "riscaldamento globale", dall'innalzamento dei mari alla concentrazione di biossido di carbonio (anidride carbonica), dagli uragani tropicali alla moria di tonni dalle pinne gialle, un fondo di verità ci sarà. Pur esistendo alcuni dissidenti di prestigio quali Richard Lindzen del MIT (questa è di oggi). Oggi su Friendfeed vedo la segnalazione di un articolo del portale del Times (e ringrazio Markettara per la cosa): "Tutto quello che sai sul global warming è sbagliato". Interessante, leggo subito.

L'articolo è molto lungo ma saltano agli occhi alcune frasi che definirei rivoluzionarie. "I modelli di previsione sui cambiamenti climatici sono rozzi" (e fin qui ci può stare). "L'enfasi sul biossido di carbonio, ossia l'anidride carbonica? Immotivata. Non ha molto a che fare con il riscaldamento globale, molto più incisivo è il vapore acqueo" (ma come? Il vapore acqueo?). "Il biossido di carbonio fa bene alle piante, che possono crescere molto meglio. Non è velenoso e non danneggia in modo rilevante l'attività dell'uomo" (qui cadono anche le basi ...). Ma la vera bomba è questa: "C'è un fatto poco discusso riguardo al global warming: mentre i segnali della distruzione diventavano sempre più forti, la temperatura globale media è, di fatto, diminuita". A parlare sono tutti scienziati di alto livello, non negazionisti presenti su siti poco raccomandabili. E allora, come si spiega?

Non sono uno scienziato climatico, mi occupo di altro. Per questo, nella mia rassegna stampa è finito un minuscolo box uscito su Vanity Fair qualche tempo fa, una notizia che mi ha fatto sobbalzare dalla sedia: "15 navi portacontainer inquinano come 760 milioni di automobili, ossia tutte quelle presenti sul pianeta". E ci sono 90.000 navi di questo tipo in giro per il mondo. Ma come, una notizia da prima pagina per ogni media del pianeta la leggo su un piccolo box di Vanity Fair?! E tutti i discorsi sulle auto ibride, a idrogeno, a energia solare? James Corbett, professore dell'università del Delaware e autore di questa analisi, ha una sua ipotesi, molto personale (espressa anche nel video di YouTube qui sotto).


Visto che i modelli di previsione dei cambiamenti climatici sono "rozzi", tanto vale fare affidamento su più fonti per farsi un'idea più ragionata. La rassegna stampa va analizzata tutta, quantitativamente e qualitativamente. Ma se oggi fa un po' più caldo di ieri, magari guardiamo con meno durezza la nostra povera automobile. Forse non è così colpevole come pensavamo.

giovedì 25 febbraio 2010

YouTube and TheyBlock

Un giorno dopo aver scritto un post su contenuti e controllori accade che leggo cosa ha scritto Marco Massarotto sul suo blog (grazie a FriendFeed): non ci sono più video della canzone di Pupo e del principe su YouTube! Al loro posto, una scritta: "Questo video include contenuti che sono stati bloccati dallo stesso proprietario per motivi di copyright". Anch'io ho provato a cercare, nada.

Un chiarimento immediato: il principe non me lo sono visto neanche dal vivo su mammarai presentato da mammaclerici ma ritengo che sia una semplice, fortissima, inequivocabile conferma del fatto che "i proprietari" vivono sulla Luna, o forse più in là. Eliminano da soli la possibilità che la gente guardi un pezzo per migliaia di volte (si chiama promozione gratuita ed era attiva fino a ieri, ovviamente non per merito loro) e decida poi di comprare il CD (si chiamano vendite). Fortunatissimamente, non è un dramma. Mi consolerò con Elio e le storie tese: loro e "l'elicottèro" del principe sono perfettamente visibili su YouTube, presenti a un programma di mammarai. Per la gioia di milioni di utenti. Mi raccomando: nessuno dica ai "proprietari" che gli utenti possono anche trasformarsi in clienti. Si sa che i Savoiardi sono suscettibili.

mercoledì 24 febbraio 2010

Controllare i contenuti, contenere i controllori

E' la Notizia di oggi. Il giudice Oscar Magi (quello di Abu Omar, fa notare Luca De Biase) ha condannato in primo grado alcuni responsabili di Google Italia per il caso del bambino affetto dalla sindrome di Down pubblicato su Google Video. L’accusa è violazione della legge sulla privacy (sono stati assolti per le accuse di diffamazione). Bene, questo dice la sentenza, ma quali saranno le conseguenze per il futuro degli user generated content? Se io deciderò di pubblicare un video di due amici su YouTube, dovrò avere la loro liberatoria? E se non ce l’ho, il provider ne sarà responsabile?

Come fa notare giustamente Dario Salvelli sul suo blog (il titolo è molto forte), il problema non è nuovo, anzi è sempre quello: chi controlla i contenuti? Purtroppo, i casi vengono tirati fuori quasi sempre da sentenze del giudice di turno (dal crocifisso a Google) che generano conseguenze previste e prevedibili: la nascita di due schieramenti, contrapposti e quasi integralisti. Succederà anche questa volta, con il confronto acceso tra i sedicenti paladini del diritto alla privacy e gli autoproclamati difensori della libertà assoluta di Internet. Come sempre, “in medias stat virus” (non nei “media”, mi raccomando). E’ ovvio ed evidente che se uno gira e pubblica un filmato su un bambino affetto dalla sindrome di Down che viene picchiato non è giusto né accettabile. Ma non è altrettanto giusto che ognuno debba chiedere permessi firmati ed approvati per pubblicare il video del compleanno su YouTube.

Non sono la persona giusta, sono un comunicatore non un legislatore, ma visto che questo latita da un bel po’ sulla questione, mi permetto di fare una considerazione. Per pubblicare un commento su un blog (o su un forum) ho quasi sempre la necessità di aspettare la “moderazione” di ciò che dico da parte del responsabile. E’ una cosa assolutamente normale, nessuno ha mai tirato fuori una supposta negazione della libertà di parola. Bene, ma su YouTube vengono caricate circa 20 ore di video ogni minuto. Come si può fare?

Se un controllo a priori è praticamente impossibile, lo si faccia a posteriori. Ogni provider potrebbe creare un team in ogni paese dedicato a ricercare video che ledano la dignità e/o la privacy delle persone. Con l’aiuto delle segnalazioni degli utenti, di quel 99,9% (periodico, ovviamente) a cui non è mai passato neanche per l’anticamera del cervello più piccolo di pubblicare immagini di un bambino affetto dalla sindrome di Down che viene picchiato. User Generated Monitoring? Quello che si sa di sicuro è che penalizzare centinaia di milioni di utenti che pubblicano su YouTube filmati che coniugano genio e divertimento, informazione e creatività non è la soluzione giusta. Legislatori di tutto il mondo, svegliatevi. Con una priorità: l’esigenza è controllare i contenuti, contenendo i controllori. I giudici hanno già un sacco di cose da fare.

martedì 16 febbraio 2010

La lezione di YouTube

YouTube ha compiuto 5 anni. E questo formidabile strumento di comunicazione, alla portata di tutti, non accenna minimamente a passare di moda. Perché è semplice da usare, perché si può inserire in due click all'interno del proprio sito e del proprio blog (il suo segreto, secondo Luca De Biase), perché è la cosa più intuitiva che possa esistere. Mette d'accordo il più autorevole dei media con il più spartano dei blog personali. A proposito, Nòva (Il Sole 24 Ore) "festeggia" l'anniversario pubblicando i filmati più cliccati della storia. Sembra incredibile a vederli ma è proprio così. E questo ci offre una lezione clamorosa: mai prendersi troppo sul serio. South Park (altra geniale invenzione) ce lo dice a modo suo.

martedì 9 febbraio 2010

Viaggio al centro di Google

La notizia è forte: GMail diventa un Social Network (l'anteprima l'ha data il WSJ). Si twitterizza, dando la possibilità di aggiornare la propria pagina e il proprio status (con Google Buzz). Non resta che stare a vedere come l'armata di Mountain View, già impegnata nel fronte orientale con la Cina, aprirà un secondo fronte contro le divisioni di utenti di Facebook e Twitter. Le metafore belliche finiscono qui. Al contempo, inizio ad avere il forte desiderio di conoscere ancor di più la galassia Google, come mi ero riproposto di fare qualche tempo fa dopo aver visto la presentazione di Google Wave su YouTube.



Bene, come primo passo mi sono scaricato Google Chrome. Explorer 8 ultimamente risultava molto affaticato, così ho deciso di fare un "uno contro uno" (metafora baskettara). Dopo un paio d'ore, il Cromo batte l'Esploratore in modo netto per velocità e semplicità. Non ho tutti i miei vecchi Preferiti, alcuni con militanza pluriennale, e alcune funzionalità non mi sono chiare (ma dove sono i nuovi Preferiti?) ma l'inerzia è tutta dalla parte di Chrome (altra metafora sportiva).

Preso dall'entusiasmo, mi sono buttato senza indugi in Google Docs. Al di là di un naturale disorientamento, derivato dalla domanda persistente "ma davvero non devo scaricare nulla?", anche questo strumento sembra potenzialmente eccezionale. Si, ne avevo già parlato con alcuni amici ma non l'avevo ancora usato. Legge quasi tutti i formati di file (alla faccia del mio Word andato in crisi con i docx), permette di avere i documenti sempre disponibili online e pure di condividerli. Anche qui la capacità di storage limitata (1 Giga) e il fatto di non poter salvare file di formati molto utili (gli .zip ad esempio) sono pecche rilevanti ma pare che a Mountain View ci stiano lavorando (non è una metafora politica, lì lo fanno per davvero).

Conclusioni: la gita nel mondo di Google è stata molto interessante. Proverò ad usare Google Chrome e Google Docs per qualche giorno per testarne davvero le potenzialità e capire se sono strumenti adatti al mio modo di lavorare, di pensare, di cercare. L'unica cosa che un po' mi inquieta è che sto passando dal mondo Microsoft a quello Google con una conversione (quasi) religiosa. Meglio meditarci un po' su, fuor di metafora.

giovedì 5 novembre 2009

La comunicazione ad "effetto Mp3"

Leggo avidamente il numero di Novembre di Wired, rivista che rappresenta a mio parere la più bella novità editoriale del 2009 in Italia per tre motivi: approccio innovativo, cura dei dettagli e grande attenzione ai contenuti. C'è un articolo molto interessante di Robert Capps (si può leggere qui nella versione inglese) che parla della "good enough revolution". In un mondo sempre più impegnato e indaffarato, la gente preferisce la praticità alla funzionalità, la semplicità alle prestazioni. In poche parole, vincono gli strumenti facili da usare che non devono rendere da 10, ma da 6+. Un esempio è l'Mp3: a livello di suono, è qualitativamente molto inferiore al CD ma la sua semplicità di utilizzo e di condivisione ne hanno decretato un successo clamoroso. La stessa cosa si può dire dei video sul Web, da YouTube allo streaming (contenuti spesso a bassissima definizione ma facilmente accessibili da qualsiasi PC in qualsiasi momento). In più, questi strumenti hanno costi bassi, fattore non trascurabile in un momento come questo.

Tutto questo è molto attinente al mondo della tecnologia, ma per quanto riguarda la comunicazione? A mio parere, l'effetto Mp3 è validissimo. Le aziende stanno tagliando i costi, spesso quelli per marketing e ufficio stampa sono i primi ad essere presi in considerazione. Ma la comunicazione può garantire un rapporto costi-benefici molto vantaggioso, specialmente se la pensiamo in modalità "good enough". L'utilizzo esteso di strumenti come Skype può abbattere i costi legati al mantenimento delle relazioni con clienti, partner e media. Lo sviluppo di contenuti e servizi all'interno del sito Web può essere più semplice ed economico rispetto alla stampa di migliaia di flyer, brochure e schede prodotto. L'organizzazione di eventi di marketing virtuale (ci si trova sul Web invece che in Fiera o in una sala congressi) può essere potenzialmente meno efficace, dato che il faccia a faccia ha sempre la sua importanza, ma permette di mantenere contatti utili con costi decisamente inferiori.

Questo approccio non comporta assolutamente fare attività raffazzonate, "piuttosto che non far niente meglio piuttosto". Tutto il contrario. Significa fare più attenzione a cosa chiedono le persone, pensare a iniziative innovative nella loro semplicità e massimizzare così i profitti. Un esempio: i ragazzini preferiscono andarsi a guardare su YouTube filmati di Guerre Stellari fatti in casa da loro coetanei, con mantelli neri e pentole in testa, piuttosto che prendere il DVD originale ad alta definizione. Sono più facili da vedere, più innovativi, più divertenti. Un esempio più adulto? Google SketchUp è un softwate di rendering molto più semplice, intuitivo e, soprattutto, economico di AutoCAD e molti architetti e ingegneri l'hanno già adottato. Qualcuno davvero pensa che gli edifici saranno meno solidi e sicuri? Semplicemente, no.