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venerdì 4 gennaio 2019

Il lungo periodo (il ritorno del blog)


Il 2019 è l'anno del blog. Ritorno al futuro, insomma. Per chi come me ha sempre scritto di marketing e comunicazione, il luogo della conversazione ormai è un altro. Si scrive più brevemente negli ambienti sociali, magari più frettolosamente e seguendo molto hashtag e trending topic. Ma è lì che si dibatte.

Detto questo, il "troppo breve" non mi ha mai conquistato. Come in tutte le cose della mia vita, io sono di medio e lungo periodo. Anche nella scrittura e nella riflessione, sono di lungo periodo. Long form come stile di vita, insomma. Per questo niente mi ha dato più soddisfazioni di questo blog: tanti mi hanno chiesto perché l'ho congelato, mi leggevano volentieri. Ma, come scrivevo sopra, avevo scelto altri luoghi.

Io a questo ritorno del blog non ci credo fino in fondo. Tuttavia il mai dire mai è il mio vero mantra, nel bene e nel male. Per cui, dopo 3 anni e mezzo, nasce oggi un nuovo post. Perché spero ardentemente in un ritorno all'approfondimento, all'analisi e alla dialettica. Necessario in un settore, come il mio, dove 3 anni e mezzo sono a velocità luce e ci vuole gente che metta ordine alle idee.

Ma anche perché, in fondo, sono un romantico. Bentornati.

Una novità: le foto a corredo saranno solo mie. Le trovate anche su Facebook, Instagram e Twitter. Per ribadire il concetto.

giovedì 18 ottobre 2012

The all-digital future


In un vecchio post (2 anni son tanti per un post), scrivevo che in quei tempi probabilmente si stava progettando quello che doveva essere "il Facebook dell'editoria". Il modello l'avevo riassunto in tre parole: semplice da leggere, gratuito (almeno per la grande maggioranza dei contenuti) e personalizzato (ognuno deve decidere i contenuti che gli interessano). Invece, ad oggi, non ce l'abbiamo ancora e non si vede neanche all'orizzonte.

Tuttavia, quel post mi è venuto in mente dopo aver letto oggi che il glorioso Newsweek andrà "all-digital" dal 1° gennaio 2013. Seguirà un modello di business di cui si sa ancora poco ma che è più o meno questo: contenuti tutti a pagamento, anche per mobile e tablet, affiancati ad articoli gratuiti disponibili su Daily Beast (megablog di cui da noi si parla pochissimo rispetto all'Huffington Post e non solo perché quest'ultimo ha la versione italiana). Tenendo conto che online l'unico modello di "poco gratis e molto a pagamento" che sembra funzionare è quello del "paywall" del New York Times, e non so quanto sia replicabile, questa è davvero una notizia.

Se il progetto Newsweek porterà risultati lo vedremo tra non molto. Quello che traspare ora è un'idea molto coraggiosa: le rotative ci costano troppo, andiamo solo online subito con un modello di business molto, molto semplice. Una scommessa in tutto e per tutto, vediamo l'effetto che fa. Visto che la quasi totalità degli editori contano ancora sui ricavi della carta (sul Giornalaio trovi tutto, ma anche su Wired) e anche quelli che hanno sposato la filosofia "digital first" non la abbandoneranno (El Pais, uno su tutti), questo salto assume un fascino analogo a quello di Felix Baumgartner. Certo, non sono folli come sottolinea bene Ezekiel su Twitter, ma dei coraggiosi sicuramente. Visto che nel futuro dell'editoria ci stiamo vivendo, in bocca al lupo a Tina Brown e ai suoi. E se il modello che funziona non sarà gratuito per gli utenti, pazienza. Felice di essermi sbagliato.


Aggiornamento del 26 Ottobre 2012
Sulla questione Newsweek, si sono state molte riflessioni interessanti citate da Giuseppe Granieri. Quasi tutte sottolineano che è un salto nel vuoto e basta. Che il paywall non servirà, che spegnere le rotative riduce i costi ma non offre alcun modello alternativo, che è solo un modo di tenere in vita artificialmente un vecchio e glorioso giornale con un modello di business che, semplicemente, "non funzionerà". Io resto a guardare, comunque. Ah, un'ultima cosa: vedendo i numeri, anche per il paywall del New York Times non sembrano tutte rose e fiori.
 

martedì 25 settembre 2012

L'Huffington Post e la carica dei blogger


Oggi è nato l'Huffington Post italiano e non ho nulla di nuovo da dire rispetto a quanto già scritto a gennaio 2012. A parte una leggera sorpresa sul fatto che alcuni, troppi, si aspettavano un giornale "progressista" (forse perché è sostenuto dal Gruppo Espresso), quando invece l'HuffPo è assolutamente conservatore nel modello, nella struttura e negli obiettivi. Volete una prova tangibile? Guardate l'età anagrafica dei sedicenti blogger. Io ho fatto due conti: in media, 47 anni, tenendo dentro anche la 17enne Bianca Miccione che la abbassa sensibilmente. Questo è un nuovo media per un nuovo mondo, come dice il suo Direttore? Non sono d'accordo. Volete fare davvero un nuovo media? Fate un ProPublica italiano, un politico.com nazionale, fate fact checking e non enormi splash page con la faccia di Berlusconi.

Per il resto, tanti hanno già fatto loro gli auguri, molti di cui condivido le opinioni, come Pier Luca Santoro, Riccardo Esposito e Davide "Tagliaerbe" Pozzi. Abbiamo bisogno di altro, cari editori, soprattutto di un modello giornalistico sostenibile e non di un esercito di blogger non pagati se non con una "visibilità" che non copre neanche le spese in termini di passione per l'informazione. Questa non è una notizia in Italia. Lo sarebbe invece pensare a un nuovo modo di gestire le news fatto di scelte coraggiose, di credibilità e di professionalità. A proposito di blogger, ne servono altri 400, che inizi la carica. Bella e inutile, proprio come quella di Balaclava, quella dei 600: vi piace la mia splash page?

Aggiornamento: per il reclutamento dei blogger, non si inizia bene.

mercoledì 18 aprile 2012

La comunicazione cooperativa oggi

Cambiano i mezzi, rimane intatta l'importanza del lavoro di ogni socio
Agli inizi di aprile, la Legacoop emiliana ha organizzato un evento per presentare i risultati di una ricerca sul rapporto tra la comunicazione e il mondo cooperativo: "Facecoop. Le cooperative nell'epoca web 2.0". Lo studio è stato pubblicato interamente da qualche giorno (lo trovate qui). Pur nei limiti di un campione molto ristretto di intervistati (12 imprese e 3 gruppi), emergono risultati piuttosto interessanti da analizzare:
  • Target: per le cooperative di persone, i soci si confermano il target primario, senza sorprese. Quello che colpisce è invece che per le cooperative di lavoratori i soci non siano così prioritari, ci si concentra molto di più verso gli enti pubblici e le imprese committenti (72%), in un'ottica molto più "business-oriented". Questo dato sottolinea quello che si intravede da un po' per le cooperative più importanti e strutturate: iniziano a ragionare più come aziende tradizionali che come promotori della "funzione sociale di cooperazione".
  • Sito Internet: è uno strumento di comunicazione prioritario per le cooperative ma con un ruolo ancora molto tradizionale e conservativo. Stupisce che non sia così forte la volontà di creare una community intorno al portale (solo un'azienda l'ha evidenziata), visto che in queste società il senso di appartenenza alla propria comunità è fortissimo. Probabilmente si paga lo scotto di considerare ancora il sito come una "vetrina" e non come un hub comunicativo che convogli tutte le necessità di informazione e approfondimento sulla cooperativa stessa.
  • Contenuti: la ricerca evidenzia un approccio tradizionale top-down (dal vertice alla base) per quanto riguarda la concezione e la realizzazione di contenuti online. La presenza di molti link esterni (per 13 aziende su 15), di bottoni "sociali" e di elementi multimediali dimostra come ci sia un'evoluzione in atto, verso una sperimentazione più accentuata. Sorprende la poca importanza data alle newsletter (solo 4 imprese) e al blog aziendale (4 imprese anche qui), strumenti che potenzialmente possono essere un elemento fondamentale per informare costantemente i soci o gli utenti esterni sulle notizie relative alla cooperativa.
  • Social Network: anche in questo caso, i risultati confermano un atteggiamento molto conservativo, privilegiando Facebook su tutti gli altri. Tuttavia, l'interesse a creare relazioni bidirezionali (e la relativa "perdita del controllo delle informazioni") sembra ancora piuttosto basso, esattamente come accade per le imprese tradizionali.
  • Comunicazione interna: le cooperative hanno quasi tutte delle Intranet ma solo 5 hanno un portale di accesso ai contenuti e alle funzionalità (fatto con Sharepoint o altri software). Anche in questo caso, la poca attenzione alla comunicazione interna sorprende vista la particolare tipologia di azienda, che dovrebbe essere molto più attenta all'accesso alle informazioni dei propri soci-lavoratori. Le motivazioni, legate principalmente al digital divide (non tutti i dipendenti lavorano col PC), non convincono.
Al di là dei risultati, la cosa molto significativa di questa ricerca è che, nella seconda parte, suggerisce delle linee guida per migliorare la comunicazione delle cooperative. Non è cosa così scontata. Le possibili proposte si concentrano su blog, Social Network, pagine Wiki, Intranet e crowdsourcing (e relativa "cassetta delle idee"), idee e riflessioni che sottoscrivo in pieno.

Il quadro che appare, pur nei suoi limiti numerici, ci dice che le cooperative dimostrano di avere le stesse caratteristiche negative delle imprese tradizionali: poca cultura della comunicazione, scelte conservative e relativa volontà a creare relazioni con gli utenti. Tuttavia, possono avere un grande vantaggio: coinvolgere meglio e di più i soci. Se questo può essere un valore aggiunto nel caso di un dipendente, per una coop può essere decisivo nella creazione di un blog, una newsletter o di un profilo su un Social Network davvero efficace. Staremo a vedere, intanto complimenti alla LegaCoop e ai suoi partner (tra cui il sempre bravissimo Michele D'Alena) per l'eccellente lavoro svolto.

(la foto si riferisce agli "scariolanti" al lavoro, leggete qui per saperne di più)

giovedì 19 gennaio 2012

Huffington Post italiano? Non è quello che ci serve


Nasce lo Huffington Post italiano. Grazie a una joint venture con il Gruppo Espresso, il famoso "superblog" online americano esporta il suo format anche nel nostro Paese, all'interno di una strategia più ampia che coinvolge i principali Paesi europei (nel Regno Unito c'è già, sta aprendo in Francia e lo farà presto anche in Spagna). Il format è sempre lo stesso: accordo con uno dei principali gruppi editoriali presenti in quello Stato, per avere un partner esperto e accreditato nei confronti dei potenziali lettori, e organizzazione di una struttura mista che comprenda giornalisti, blogger ed esperti di contenuti online. Una bella notizia? Sicuramente è interessante, vista la stasi e la crisi del sistema nazionale dell'informazione e dell'editoria. Ma, lo dico (anzi, lo ridico) subito e chiaro: non è quello che serve in Italia.

Il fenomeno Huffington Post non rappresenta l'affermazione di un progetto nuovo e rivoluzionario partito dal basso, come ProPublica. Si tratta di una macchina da guerra nata subito con personalità conosciute, mezzi importanti e un'universo di riferimento pronto a sostenerla. Nonostante tutte queste condizioni, ci ha messo 5 anni a fare utili, a fare soldi. L'Italia ha una situazione editoriale e una tipologia di lettori/utenti molto diversa da quella dei paesi anglosassoni: il modello Huff Post può essere replicato? Mi sbilancio e dico di no. Concordo pienamente con quanto ha scritto qualche tempo fa PierLuca Santoro (mia fonte illuminata su questi temi): non abbiamo bisogno di altri modelli di sfruttamento né di soluzioni “pret a porter”, ma di un progetto che possa portare a un cambiamento culturale e organizzativo del tutto italiano, non importabile.

Ricordiamo che HuffPost fa convivere uno staff di 150 giornalisti (pagati in dollari) con 9.000 blogger (pagati in... visibilità), modello che ha suscitato parecchie perplessità e qualche class action. Siamo sicuri che è quello che vogliamo? In più, i lettori/utenti italiani hanno caratteristiche molto diverse da quelle di americani e inglesi (sia a livello di cultura dell'informazione che di numero di copie comprate). Infine, il modello comunicativo, molto urlato (basta guardare le dimensioni dei titoli degli articoli principali, anche se variano in base al gradimento degli utenti) e con un home page enorme (poco usabile e con uno scroll infinito), è del tutto contrario a quella che definisco "semplicità di lettura". Nella sostanza, difficilmente sarò un lettore di HuffPost.it. Perché non mi piace il suo modello, non è quello che cerco. Se invede nascesse un ProPublica italiano, sarei il primo a sostenerlo: di questo ne abbiamo proprio bisogno.


Non so se iniziative puramente italiane, come Il Post o Lettera43, diano una risposta più giusta alle nostre esigenze di informazione. Quello che penso è che un progetto di successo deve avere tre caratteristiche fondamentali: semplice da leggere (l'Huffington Post non lo è), gratuito (almeno per la grande maggioranza dei contenuti) e personalizzato (ognuno deve decidere i contenuti che gli interessano). Come ho già detto, stiamo vivendo oggi il futuro dell'informazione ma capire dove andremo è difficile. Come disse quel genio di William Gibson: "ogni futuro immaginato diventa obsoleto come un gelato che si scioglie mentre uscite dalla gelateria all'angolo".

mercoledì 18 gennaio 2012

Una tragedia che convive con un caso di successo


"Volete i nostri soldi? Noi vogliamo la vostra attenzione" dice la tesi 78 del Cluetrain Manifesto, che sintetizza come stia nel rapporto tra azienda e persone il vero valore aggiunto del marketing e della gestione dei clienti. Di case history negativi ne abbiamo visti tanti, ora però ne abbiamo uno molto positivo, quello di Costa Crociere. Il mio intento non è descrivere questo caso e analizzarlo (l'ha fatto, in modo favoloso, Roberta Milano sul suo blog e anche PierLuca Santoro) né sottovalutare la portata della tragedia (basta leggere questo post fino alla fine). Voglio solo dare spazio proprio a esempi che esprimono la forte relazione esistente tra l'azienda e le singole persone. Senza metterci parole mie, parlano già da soli.
  • "Le vostre colpe? Sono uguali allo ZERO. L'errore umano non inciderà sulla fiducia che vi siete guadagnati in questi anni" (commento sul blog aziendale).
  • "Sono vicino a tutti voi, alle famiglie degli scomparsi e ai dispersi. Purtroppo questo periodo non è positivo per l'Italia. Siamo un GRANDE PAESE e ne verremo fuori" (altro commento sul blog aziendale).
  • "Tutto si può dire. Ma mi pare che sarà caso di scuola per crisis management. Al momento gestita molto bene, a mio parere" (commento su Twitter, @limprenditore).
  • "@ è disponibile il nostro numero diretto 848.50.50.50 per dare le informazioni che sono a nostra disposizione" (risposta diretta dell'azienda su Twitter alla domanda se ci fosse un numero verde per le famiglie per avere maggiori informazioni).
  • "Ciao, ti va di inviare le foto del tuo viaggio a clbog@costa.it? Potresti essere protagonista del Blog Costa per un giorno! ;D" (messaggio a uno specifico utente Twitter, che non pubblico perché non lo conosco, prima dei fatti di cronaca di questi giorni, fatto che conferma che usavano bene questo strumento anche prima).
  • "io sn stata su costa concordia a luglio..meravigliosa..nn ho parole x questa tragedia..mi spiace tanto e sn vicina a tutto l'equipaggio e le famiglie colpite da questo triste evento" (commento sulla pagina dell'azienda su Facebook, citato nel post di Roberta Milano).
  • "[...] mais je resterai toujours fidèle à Costa !!... un pensiero dalla Francia a tutti !!" (altro commento sulla pagina aziendale di Facebook)
Ovviamente non mancano i commenti negativi o gli errori, due su tutti.
Stiamo vedendo, in diretta, la nascita di un caso di successo nella gestione di una crisi e della relativa comunicazione, in un caso senza precedenti nel nostro Paese. Gli errori, per carità, ci sono e magari domani mi rimangerò tutto ma, fino ad ora, l'azienda ha operato al meglio. Ovviamente, non è la cosa più importante: ci sono vittime, ci sono tragedie familiari, ci sono persone disperse, la comunicazione viene molto, molto dopo nella scala delle priorità a cui dare attenzione. Ma io qui dentro scrivo di questo, i miei sentimenti li tengo per me, e ritengo giusto sottolineare il comportamento di Costa Crociere. Quello che è certo è che provo quasi incredulità nel leggere e ascoltare certe cose successe a bordo. "Ricordatevi sempre che siete comandanti di uomini: non è affatto facile e non tutti lo possono fare". Quanto aveva ragione quel Tenente Colonnello degli alpini a Belluno.

(la foto si riferisce a un altro celebre naufragio, quello della Andrea Doria, e al suo capitano, Piero Calamai. Il numero limitato di vittime e il completo successo delle operazioni di soccorso fu merito del comportamento eroico dell'equipaggio dell'Andrea Doria e del suo comandante Piero Calamai, che prese rapide e difficili decisioni in momenti a dir poco drammatici. Anche in quel caso, tragedia e caso di successo accaddero contemporaneamente).

giovedì 29 dicembre 2011

L'importanza di essere responsabili

Sulla questione se i blog siano morti, vivi o vivissimi, che va per la maggiore in questo epilogo del 2011, non ci voglio entrare per nulla. Non mi compete, viste anche le mie umili statistiche di accessi e visitatori. Però persone molto valide, che leggo ogni giorno, hanno scritto ottimi post in merito, che vanno oltre questa sterile questione. Ne cito alcuni perché, a mio parere, valgono molto più di un retweet o di una condivisione: in questo modo, accogliendoli in casa mia, voglio ringraziarli per avermi fatto riflettere. Ho scelto di dare la priorità a una frase, una citazione che condivido particolarmente e che voglio "fare mia", per poi citare il link.

Personalmente ritengo che il termine blog sia ormai una “parola scatolone”, troppo ampia di significati per poter dare un senso unico ed univoco al dibattito che pure continuo a seguire con attenzione ed i cui sviluppi mi piacerebbe affrontassero la questione del blog come format editoriale adottato anche da quotidiani e, appunto, superblog (Il Giornalaio, Pierluca Santoro, post "Fare luce sui blog").

Se hai qualcosa da dire, probabilmente il blog è il posto migliore per farlo. [...] Personalmente non so se ci sia un Rinascimento Blog, ma posso affermare in tutta tranquillità che in questi 10 anni io non ho smesso un attimo di leggere i blog e sono molto grato a tutti coloro che li usano per condividere idee, pensieri e spunti di riflessione (Blog Notes, Giuseppe Granieri, post "Blog e nuvole").

L’uso e l’abuso dei social network, per novità, per affezione, per facilità d’uso, per dipendenza da attenzione, vedono oggi un riflusso da parte dei blogger della prima ora o di quelli più consapevoli, non perché ci sia un male nell’uso dei social network e un bene nel blog, ma perché il blog mantiene e rafforza la propria identità digitale e la conserva nel tempo. [...] Arroccarsi sul proprio blog è un po’ come restare chiusi in casa con la porta aperta, lasciando entrare gli amici e i passanti, più o meno fedeli, ma la vita online è anche altrove (Pandemia, Luca Conti, post "L'anno della rinascita dei blog).

Ad alcuni miei clienti quest’anno ho imposto di andare a scavare nei loro archivi, in articoli cartacei, in ricette perdute, per riciclare, rivitalizzare, ripubblicare, prendere come spunto. [...] E quindi anche questo blog ricicla, via twitter, ogni tanto. Per fortuna ho sempre avuto l’ambizione di essere una terza pagina, e non un’ultimora. Del resto, chi gioca per il campionato dell’ultimora ha il vantaggio del picco delle ricerche correlate nell’immediato, chi gioca nel campionato evergreen, ha il vantaggio della vita infinita dei contenuti, che accumula capitale “sociale”, un poco per volta, una riga per volta  ([mini]marketing, Gianluca Diegoli, post "In lode al riciclo").

Faccio un veloce e personalissimo mash-up: il blog come nuovo formato editoriale, una sorta di terza pagina di approfondimento, può diventare un vero punto di riferimento, costante nel tempo, per tante persone. Tuttavia, deve superare i propri limiti tradizionali, finendo di essere troppo autoreferenziale e aprendosi davvero, e non solo a parole, verso quello che sta altrove, che siano Social Network o qualsiasi altra cosa. La parola d'ordine del 2012: responsabilità, non marchette (citando Pierluca Santoro).

Buon anno.

(Photo credits: Scuola Anticoli)

mercoledì 28 dicembre 2011

L'inutile conflitto tra testo e immagini

Lo ripeto spesso: un'immagine vale più di mille parole. A patto che sia un'istantanea perfetta per esprimerle tutte quelle parole (come quella qui sopra, che cito spesso). Non basta che sia un'immagine di grande impatto, di grafica perfetta, di colori espressivi, la cosa importante è che deve essere strettamente legata a ciò che vogliamo comunicare. Spesso, io in primis, ci facciamo affascinare dalla foto in sé, non dal suo significato. Mi spiego meglio: di questi tempi, a livello di comunicazione, vanno molto di moda le "infografiche", ossia la rappresentazione di dati e numeri in forma grafica. In generale, si inizia sempre più a parlare di visual storytelling (qui un ottimo articolo) anche in Italia, ossia di immagini che riescono a raccontare storie come i testi. Forse è solo moda, forse c'è di più. Quello che posso dire è che, per me, storia e immagini non possono prescindere l'una dall'altra, tranne rarissime eccezioni.

Ci sono foto che raccontano storie, in un secondo (vedi qui) ma sono rare. Ci vogliono numerosi fattori concomitanti che devono coesistere perché accada. Molto più spesso accade che una foto rafforzi molto un bel testo e viceversa. Riflettendoci su, non capisco perché si debba scindere questi due elementi. Negli ultimi giorni sono andato nell'azienda nella quale lavoro con la mia reflex (sono molto meno di un dilettante) e ho fatto alcune foto, perché mi serviva contestualizzare i messaggi che volevo esprimere scrivendo i contenuti. Sapevo quello che volevo scrivere e sapevo quale tipo di immagini mi mancava. Magari ne parlerò più avanti del risultato, per ora mi ritengo soddisfatto. La stessa cosa accade per questo blog: talvolta passo più tempo a cercare le foto giuste che a scrivere i post. Certe volte le azzecco, altre meno, ma so perfettamente quanto siano importanti.

Lo ammetto: le infografiche, spesso bellissime, non mi lasciano quasi nulla. Ne ammiro la struttura grafica, vedo dietro un'idea visiva notevole ma poi quelle informazioni non le ricordo mai. Mi resta impressa la forma ma non la sostanza. Soprattutto, se ne vedono talmente tante su riviste e su Internet, Social Network compresi, che quasi sono più interessanti le pubblicità (sì, è una provocazione). Magari è un problema mio, anche se ho qualche illustre conferma, ma ritengo che la combinazione testo-immagini, quella che ha fatto la fortuna della carta stampata negli ultimi secoli, sia ancora l'elemento migliore: più semplice, più completo, più efficace. Magari gli esperti di neuromarketing non saranno d'accordo, visto il "picture superior effect", ma secondo me il punto l'ha centrato, perfettamente, Jacek Utko: "spesso i redattori non capiscono che i grafici servono a vendere meglio i loro testi e, allo stesso modo, i grafici non capiscono che i lettori comprano soprattutto contenuti, non bellissima arte". Il suo punto di vista è del 2009 (ed esemplificato, di fatto, nell'immagine qui sotto) ma è più attuale che mai.



giovedì 14 luglio 2011

Chiunque smette di imparare è vecchio

L'argomento del momento è sicuramente l'avvento di Google+. Su ogni blog e Social Media del globo terracqueo non si parla d'altro, come sempre in toni più o meno positivi. Io ci sono appena entrato e, da buon ospite in casa altrui, evito di fare commenti frettolosi: come accade per le feste, se sarà un successo o un flop lo si decide alla fine. Prima voglio farmi un'idea più chiara, soprattutto sul suo uso e sulla sua importanza nella gestione delle relazioni (e degli interessi, citando ancora Gianluca Diegoli) di ogni giorno, nella vita e nel lavoro. Un aspetto però mi incuriosisce molto, specialmente nell'analisi della competizione con Facebook, e di questo voglio parlare. Il rapporto tra vita online e offline si sta evolvendo ancora?

Apro una parentesi. A fine aprile, dopo aver partecipato a un convegno, avevo scritto un post che sottolineava come le relazioni reali e virtuali possono convivere, non sono alternative. Riflettevo sul fatto che, in base alla mia esperienza, i Social Network non sono un nuovo modo di fuggire dal vecchio mondo ma un nuovo modo di comunicare con un nuovo mondo. Una prestigiosa conferma di ciò viene da una ricerca fatta a UCLA, citata in questo articolo. In un sondaggio, la schiacciante maggioranza degli studenti della prestigiosa università americana ha evidenziato che usa i Social Network per creare relazioni parallele, non alternative, rispetto alla vita reale. I ragazzi, come spesso accade, ci danno lezioni forti e semplici allo stesso tempo. Sempre se li si ascolta, ovviamente. Una di queste è che vogliono relazioni virtuali con caratteristiche sempre più simili a quelle reali, una naturale evoluzione del nostro modo di pensarci online.

Bene, come si legano l'avvento di Google+ e questa riflessione? Le cerchie "inventate" dal Social Network del momento non sono altro che la trasposizione di alcune caratteristiche delle nostre relazioni reali. Nella vita, noi abbiamo amici ai quali diciamo certe cose, altri amici ai quali ne diciamo meno, poi familiari, conoscenti, amici degli amici. Tutte relazioni di "peso" diverso che con Facebook, ad esempio, tendono ad appiattirsi perché è "simmetrico" (io leggo tutto di te, tu leggi tutto di me). In Google+ (ma anche in Twitter o Friendfeed), la relazione è "asimmetrica" (io posso leggere poco o tanto di te, tu puoi anche non leggere niente di me), cosa che è molto più simile alla vita reale. Magari la vera rivoluzione sta proprio là: dopo esserci ubriacati di relazioni, ora vogliamo puntare più alla qualità che alla quantità. Le cerchie possono essere una soluzione, da qui a dire se sarà "la" risposta ce ne vuole.

Come dico sempre ai miei clienti, ci vuole calma. Inizia a conoscere uno strumento, testalo personalmente, non fermarti all'ultimo articolo de Il Sole 24 Ore o del tuo blog preferito. Chiedi consiglio a chi lo usa per lavoro. E, passaggio prioritario, guardati allo specchio con occhi obiettivi (tema di cui ho scritto spesso, per esempio qui). Può essere realmente utile per te e la tua azienda? E per i tuoi clienti? Se la risposta è sì, c'è da buttarsi con decisione, attenzione e rapidità. Perché, a quanto pare, il virtuale si sta evolvendo per assomigliare sempre più al mondo reale, il nostro compito è capire come. "Chiunque smette di imparare è vecchio", diceva Henry Ford.

mercoledì 6 luglio 2011

Analisi di un blog

Ai miei clienti dico sempre che cosa funziona e cosa no lo decide chi sceglie, chi compra e chi legge, non lo decidiamo noi che "vendiamo". Ci sono migliaia di idee meravigliose che hanno portato a prodotti ritirati in tre mesi (e spesso non per colpa dei prodotti stessi, che erano quelli giusti ma al momento sbagliato). Vero, ci sono anche tantissime brutte idee che sono brutte da subito ma quelle le lascio per un altro post. Qualcuno potrebbe dire che ci sono le ricerche di mercato che ci dicono cosa si venderà e cosa no. Negli Stati Uniti ci hanno speso 12 miliardi di dollari in queste cose nel 2007. Nello stesso anno e nello stesso Paese, a quanto pare, 8 prodotti su 10 hanno fallito nei primi tre mesi. E allora, come si fa? Non ci sono ricette magiche. Tuttavia, mettersi nei panni dei clienti e non nei nostri, che siamo persone che devono produrre, per forza, prodotti rivoluzionari e innovativi, è già un primo passo nella direzione giusta.

Prendo per esempio il mio blog. Qui ci parlo di tutto, senza stare là troppo a pensare cosa piacerà tanto e cosa meno a coloro che mi leggono (e che ringrazio). Però, indubbiamente, se ho più commenti, più "like" e più messaggi che confermano che ho scritto qualcosa di interessante, è ovviamente meglio. Per me e per chi spende 5 minuti del suo prezioso tempo per leggere cose più sensate di altre. Allora prendiamo i numeri del blog che state leggendo. Le statistiche dicono che i post più letti sono questi:
  1. "Le persone che sconfissero l'algoritmo" (ovvero del fatto che le cose più interessanti le ho trovate seguendo persone, profili e blog di riferimento, non cercando su Google).
  2. "Sparare a un orso? Geniale su Youtube" (ovvero delle infinite possibilità che offrono i video a livello di comunicazione aziendale).
  3. "Il costo dei contenuti" (ovvero di cosa può fare, ossia tanto, e di quanto può costare, ossia meno di quanto si pensi, un professionista che realizza beni immateriali come me).
  4. "I dipendenti pubblici che fecero l'impresa" (ovvero di come poche persone della Regione Piemonte, quasi tutte donne, abbiano realizzato un progetto di open data del tutto innovativo).
  5. "Il mondo delle PMI - Blog o Facebook? Prima c'è da guardarsi allo specchio" (ovvero di come un'impresa italiana, prima di pensare a come stare sui Social Network, dovrebbe capire cos'è una strategia di comunicazione).
Devo dire che sono un po' sorpreso. Se avessi dovuto scommettere prima, avrei indovinato solo il terzo e il quinto post, perché parlano direttamente dei mio lavoro, delle mie difficoltà quotidiane, del mio modo di essere. Gli altri, sinceramente, non me li aspettavo. Mi fa piacere l'apprezzamento sul fatto che scelgo l'uomo (o la donna) prima dell'algoritmo e che le aziende dovrebbero guardare prima ai fondamentali (leggere qui) e dopo alle ultime novità di moda (già mi preparo a rispondere a domande tipo "Scusa ma è meglio Facebook o Google+?"). Mi sorprende positivamente che il post sui dati aperti della Regione Piemonte abbia avuto successo (il merito è tutto di Anna Cavallo e colleghe), perché era stato quasi ignorato nei primi giorni di pubblicazione. Ma sono dati su cui riflettere un po' e luglio è un mese ideale per farlo. Cosa funziona e cosa no lo decide chi sceglie, chi compra e chi legge, dicevamo prima, no? Meglio essere coerenti.

giovedì 23 giugno 2011

NATO per i blog


Quando mi sono laureato, e non parlo del 1950, non c'erano lauree specialistiche nella comunicazione. O, almeno, non conoscevo atenei in Veneto che se ne occupassero. Perché la comunicazione era un tema molto meno presente nella vita quotidiana, anche a livello di studio, e non avevo preso neanche in considerazione la cosa. Per una serie di motivi avevo scelto Scienze Politiche, soprattutto perché mi affascinava l'idea di specializzarmi nelle relazioni internazionali e di conoscere il passato e il presente da fonti dirette (due capitoli della mia tesi li ho fatti interamente sull'analisi delle trascrizioni diplomatiche, leggendo cablogrammi "alla Wikileaks" degli anni '60). L'obiettivo era quello di fare esperienze a livello di istituzioni ed enti europei. Poi ho cambiato strada, perché un paio di concorsi non sono andati bene e, soprattutto, perché non avevo "padrini". Il mondo della comunicazione l'ho scoperto nel 2000, nella Pubblica Amministrazione (pazzesco, no?): me ne sono innamorato e lo sono ancora, anche oggi. Dalle relazioni internazionali alle relazioni pubbliche, sempre relazioni sono.

Ma l'interesse per i foreign affairs mi è rimasto e ho incontrato persone che lavorano nell'Unione Europea e nella NATO (anche grazie al fatto che sono Ufficiale degli Alpini). Per curiosità professionale, recentemente sono andato a vedermi la pagina Facebook dell'Alleanza Atlantica, trovando una marea di contenuti interessanti e fatti molto bene. Bravi, mi sono detto. Ma mai avrei pensato che organizzassero cose così: un amico di rete, Luca Conti, andrà a fare il blogger embedded in un teatro operativo molto caldo come l'Afghanistan. Viaggerà a fianco delle truppe NATO per far vedere com'è davvero la situazione in quel paese, facendo aggiornamenti direttamente sui profili Twitter e Facebook. Nel mio immaginario, questo ruolo era riservato ancora a giornalisti d'assalto e a inviati di guerra temerari, figure quasi leggendarie (lasciando stare Fabio Caressa di SKY, eccezione che conferma la regola), non a un blogger che posso contattare online in 5 secondi, quando voglio. Il che conferma, ancora una volta, quanto lo status di chi scrive in rete sia aumentato esponenzialmente, almeno nella percezione americana. Insieme a Luca, viaggeranno "due ragazze e tre ragazzi provenienti da Germania, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, tutti o quasi giornalisti di testate online". Fantastico.

Penso che Luca non avrebbe mai immaginato di fare un'esperienza del genere. Questa cosa conferma, ancora una volta, come la vita ti porti in strade impreviste fino a qualche settimana o mese prima. Lo confesso apertamente, provo un po' di (sana) invidia per Luca. Perché questa esperienza coniuga in una parola, eDiplomacy, due mondi, quello delle mie aspirazioni passate con quelle della mia realtà di oggi. Deve essere una cosa che ricorderai finché vivi, soprattutto rileggendo i post e i tweet che hai scritto da qualche paesino sperduto a decine di chilometri da Kabul. In più, mi fa riflettere molto. Da noi alcune aziende ti guardano storto se chiedi loro un'intervista o di andare a vedere i loro stabilimenti produttivi, per parlarne senza (incredibilmente, secondo loro) pretendere un corrispettivo monetario. La NATO, invece, invita alcuni comunicatori online ad andare in un teatro operativo e, investendo risorse e formazione per la loro tutela, da loro la possibilità (entro certi limiti, ovviamente) di descrivere quello che vedono. Una lezione sull'importanza della comunicazione più fragorosa di un decollo di un aereo da combattimento. Intanto, Luca, un grande in bocca al lupo!

P.S. L'immagine è legata a questa striscia di fumetti favolosa. E qui ci sono le t-shirt

lunedì 16 maggio 2011

Sostenibilità, etica e innovazione: quattro chiacchiere con Energy Resources

Conciliare business, etica e innovazione per realizzare la "vita a zero emissioni". Questo è l'obiettivo che si è posta Energy Resources Holding, azienda con sede operativa nelle Marche e attiva su tutto il territorio nazionale, che ho incontrato al Solarexpo di Verona. Sentire queste parole a una conferenza stampa di presentazione di una holding mi ha fatto un certo effetto, generalmente ci si ferma al business. Ma un fattore altrettanto importante per la società è l'attenzione alla comunicazione: materiale stampa molto curato, siti Internet del gruppo e delle controllate fatti molto bene, presenza su Facebook e Twitter e un blog aziendale nuovo di zecca (eccolo qui). Ne ho voluto parlare insieme a Raul Sciurpa, Responsabile Marketing della società. Un particolare: Raul ti colpisce subito per il look, con capelli lunghi fino a metà schiena e orecchini su entrambi i lobi, ma soprattutto per il modo di parlare, aperto e diretto, come avesse di fronte un amico e non uno, come me, conosciuto 5 minuti prima. L'incontro è stato organizzato da Laura Bolletta, Web Strategist della società. Ecco cosa ci siamo detti.

Siete una delle poche aziende attive in molti ambiti del settore delle rinnovabili, dal fotovoltaico alla mobilità sostenibile, dalla geotermia al minieolico: come mai questa scelta?
Partiamo da un assunto: noi abbiamo una vera passione per il mondo delle rinnovabili. Questo ci porta a ricercare costantemente nuove soluzioni in nuovi settori, partendo dai problemi reali dei cittadini: traffico, smog, alti consumi energetici e bollette onerose. La nostra struttura aziendale è del tutto flessibile per modificarsi costantemente in base all'evoluzione del mercato. Abbiamo quattro aree di business di riferimento, ossia energy, efficiency, building e mobility, e su quelle ruota tutto. Pensa che abbiamo già in cantiere progetti che modificheranno ancora la nostra struttura, ottenendo un arricchimento trasversale. Questa è la nostra forza, non ci fossilizziamo mai.

Avete quintuplicato il fatturato in un anno (dai 30 milioni di euro del 2009 ai 143,7 milioni del 2010). Te lo chiedo in modo diretto: dove sta il trucco per ottenere questi risultati in un momento di crisi economica generale?
La crescita del fatturato è dovuta alla nostra capacità di adeguarci al mercato ma voglio sottolineare una cosa: l'utile, in forte crescita pure quello, viene redistribuito all'interno dell'azienda. Quello che si tengono i soci è bloccato in base a una scelta iniziale, tutto il resto viene usato per finanziare le nostre sedi, la comunicazione, la ricerca & sviluppo e le altre attività. Per questo, abbiamo le risorse per realizzare progetti che assicurano un impatto diretto sulle persone e sul territorio. Un esempio? Nel porto di Ancona abbiamo realizzato uno degli impianti fotovoltaici più grandi d'Italia ma il vero valore aggiunto è che, allo stesso tempo, abbiamo bonificato l'area dall'amianto e riqualificato una zona depressa. L'impatto sulle persone è generale, non solo per quelle che vivono nelle 1.600 abitazioni che utilizzeranno energia pulita.

Parliamo ora di comunicazione: in un settore ancora timido in questo senso, voi siete molto attivi. Che benefici vi ha portato?
Lo spiego in modo semplice. I clienti che arrivano ci chiedono di "diventare verdi" poi, quando si accorgono dei vantaggi trasversali che hanno, vogliono anche comunicarlo all'esterno e ci chiedono una mano. Di fatto, diventiamo anche consulenti di comunicazione. Per noi questa attività è fondamentale, sia a livello istituzionale che di prodotto, dato che non vogliamo solo vendere ma anche formare le persone, creare una cultura ambientale, sensibilizzare. Come ho già detto, abbiamo una passione a 360 gradi per le rinnovabili ma anche per la comunicazione e il design. Per questo abbiamo una struttura di marketing e comunicazione molto attiva e pure un Art Director, una figura normale per un'agenzia di comunicazione ma non per un'azienda attiva nelle rinnovabili.

Siete molto attivi su Internet: sito, Facebook, Twitter e un blog nuovo di zecca. Questo è strategica la rete per voi?
Essendo attenti alla comunicazione e ai rapporti con persone, ci è venuto naturale puntare sul Web. Tieni conto che abbiamo un'età media di 30 anni in azienda. Abbiamo una persona dedicata a gestire la nostra presenza online, Laura Bolletta, anche questa non proprio una figura così usuale per una società che opera nelle rinnovabili in Italia. Però la nostra presenza in rete deve riflettere quello che siamo e avevamo bisogno di uno spazio per parlare con le persone, spiegare cosa facciamo e come lo facciamo. Creare un blog ci è sembrata una soluzione ottimale per "posizionarci" meglio, anche a livello di ricerche su Google, e poter comunicare in modo aperto e professionale. Sappiamo di avere un approccio molto particolare e, oltre ad essere attivi sui Social Network, volevamo avere un luogo più "nostro" e personalizzato per spiegarlo.

Per chiudere, al vostro stand ho "respirato" questa passione per la sostenibilità, per l'ambiente, per un nuovo modello di sviluppo, una cosa che non si può creare a tavolino, che va ben oltre le parole di un comunicato stampa o di un caso di successo. Questo è il vostro vero segreto?
Sicuramente è una delle caratteristiche più importanti. Siamo un'azienda giovane, perennemente in evoluzione, se ci vedremo il prossimo anno probabilmente avremo progetti ancora diversi sulla mobilità sostenibile o su un'edilizia a impatto zero. Siamo davvero appassionati di ambiente. Quello che ti posso dire è che, al di là del mio ruolo in azienda, mi piacerebbe poter dedicare più tempo al Laboratorio Linfa, un progetto di cui sono fondatore e che abbraccia la tematica ambientale in modo transdisciplinare, dalla progettazione all’educazione, dalla comunicazione alla tutela e la conservazione della natura. Spesso manca il tempo per fare tutto, mai la passione.

La Tesla Roadster elettrica "firmata" Energy Resources
Alla fine della chiacchierata, ci siamo lasciati con un paio di idee da approfondire (qui ci sono alcune foto dei prodotti e dello stand). Devo dire che Energy Resources è stata una gran bella scoperta del Solarexpo 2011, a partire dalle persone che ne fanno parte. Raramente ho sentito pronunciare le parole "etica" e "innovazione" con questa consapevolezza e semplicità da parte di tutti, soci compresi, perché ci credono davvero. I risultati dimostrano che funziona.

lunedì 4 aprile 2011

Belle notizie dal mio piccolo mondo

Odio i lunedì, cantava Vasco Rossi. Io sono sempre stato abbastanza d'accordo con questo assunto ma oggi è un lunedì più bello del solito. Perché nei giorni scorsi ho messo a posto alcune cose dei progetti con i clienti e perché ho attività interessanti da fare nelle prossime settimane. Ma la vera ciliegina sulla torta è arrivata dalla pubblicazione di un bell'articolo su di me e su questo blog sul Giornale delle Partite IVA di Aprile. Il tutto è derivato da una veloce intervista che mi ha fatto l'amica e collega (potenzialmente pure competitor, tanto per capire come il mondo stia cambiando e in meglio) Cristina Mariani al cellulare mentre ero impegnato in fiera. La foto, per la cronaca, è stata fatta da un amico giornalista, Filippo Ferrari (uno che scrive con uno stile e una creatività rara per il settore dell'edilizia), al Samoter 2011 di Verona, come si può intuire dallo sfondo.


Si tratta di una rivista che compro sempre, che potrebbe essere ulteriormente migliorata ma che offre uno spazio che noi, liberi professionisti "invisibili" al legislatore, raramente abbiamo altrove. Questo spazio che mi hanno dedicato ne è un'ulteriore conferma. Nella pagina prima della mia, c'è un box analogo dedicato al blog di Marco Quaglia, altra persona di grande competenza e simpatia su cui avevo già scritto un post ("il sorprendente mondo del B2B") esattamente un anno fa. Il mondo è piccolo, si può dire. Ma, come ha detto sempre Vasco (e chiudo il cerchio), "secondo me dovete guardare meno i telegiornali e guardarvi di più nel vostro mondo piccolo, che poi è quello che conta". Buon lunedì.

lunedì 3 gennaio 2011

Le persone che sconfissero l'algoritmo


Oggi è il 3 Gennaio, sono ancora in ferie (per quanto sia un controsenso essendo io il capo di me stesso ma mi piace pensarla così) e stavo mettendo a posto un po' di materiale. Analizzando le varie informazioni, mi sono accorto che quelle più interessanti, più argomentate, più intelligenti le ho trovate quasi tutte sui miei siti, blog o social network di riferimento. Le ricerche su Google sono state molto infruttuose e mi hanno fatto perdere un sacco di tempo. Per carità, lungi da me nel mettere in discussione "the big G", di cui utilizzo un sacco di cose, dalla posta al reader, dai documenti alle mappe (pure dove sto scrivendo ora è loro, tanto per dire). Notavo solo che quest'anno ho fatto ricerche efficaci solo all'interno di posti conosciuti, creati o segnalati da persone conosciute. Trovando dei veri e propri tesori.

Qualche esempio? Li faccio volentieri, perché possono essere utili a molti, oltre a me. Ho detto che il 2011 sarà il mio anno della condivisione e voglio iniziare bene:
  • Si vogliono giudizi intelligenti sull'evoluzione del mondo del marketing? Ecco Gianluca Diegoli e il suo [mini]marketing (parlarci di persona davanti a uno spritz è pure meglio).
  • Si vuole entrare nel vivo dell'evoluzione "social" della comunicazione? Un salto dal Doctor Brand e da Alessandro Prunesti lo si deve fare.
  • Si vogliono consigli pratici e semplici, quelli di buon senso, per usare al meglio la rete? Niente di meglio di Alessandra Farabegoli (che ringrazio per la citazione nel suo post di fine 2010).
  • Si vogliono fare bene attività di marketing e comunicazione senza spendere follie? Marketing Low Cost di Cristina Mariani è lì per quello.
  • Si vogliono avere giudizi e spunti per valutare il rapporto tra diritto e Internet? Consiglio vivamente Massimo Melica ed Ernesto Belisario.
  • Si vuole conoscere meglio come può evolvere la Pubblica Amministrazione grazie alle nuove tecnologie? Da seguire assolutamente Datagov e i suoi creatori.
  • Si vuole dare una ripassata alle basi della comunicazione aziendale per arrivare fino alle idee più innovative? Il professor Epifani offre lezioni sempre gratuite sul suo blog (e consiglio vivamente le sue presentazioni su Slideshare).
  • Si vuole avere un'idea di come di può fare e-learning? Oltre ad altre 1000 cose, Catepol fa anche questo (e davvero bene).
  • Si vogliono avere dritte tecniche sull'informatica, su come configurare un iPhone, un router e tante altre cose? Niente da fare, si deve andare da Andrea Beggi (e si trova pure la ricetta delle trenette al pesto).
Per il resto, basta andare nel mio blogroll e vederne altri. E ne mancano molti ma li trovate tutti in rete, basta "chiedere in giro". Tutte persone di grandissima esperienza e competenza nei loro settori che hanno una caratteristica molto particolare: mettono passione ed entusiasmo in quello che fanno e scrivono. Un algoritmo non lo può fare. Nel 2010 vince ancora l'uomo, nel 2011 vedremo.

(photo credits: Flickr, Xavier Donat)

mercoledì 22 dicembre 2010

Il bilancio di Natale

Queste sono giornate da PSLA, che non è una malattia rara ma semplicemente il Post Sotto L'Albero. Qui trovate una selezione del meglio del meglio che c'è in Italia, un'idea che anno dopo anno resta sempre bellissima. Il mio intento natalizio è leggermente diverso, perché voglio fare un bilancio di cosa è andato bene e cosa meno nel mio 2010 ricco di novità. Il primo anno intero da "libero non professionista", con nuovi clienti, nuove procedure, nuove sfide e nuovi rapporti. Voglio scrivere qualcosa che possa essere utile per qualcuno, in primis per me perché non sempre si ha il tempo di riflettere su cosa si fa e come lo si fa. E ora lo voglio fare.

Cose che hanno funzionato:
  • Rapporti personali sempre nuovi: la mia nuova esperienza professionale mi ha dato la libertà necessaria per partecipare a eventi, fiere, iniziative, discussioni e convegni di mio interesse, personale e professionale. Non mi era capitato in agenzia, per ovvi motivi. Sia dal vivo che attraverso i Social Network ho avuto modo di conoscere numerosissime persone di grande qualità, competenza e passione, con cui ho avuto modo di confrontarmi sempre in modo del tutto civile e ironico. Facebook, Friendfeed e LinkedIn sono stati strumenti formidabili per rendere più semplice questo percorso, per avere la possibilità di chiedere pareri e consigli in tempo reale a gente che eccelle nei rispettivi campi. Chi dice che questi "social cosi" sono perdite di tempo, in parte ha ragione. Ma se uno impara a usare bene il suo tempo, sono risorse fenomenali.
  • Lavorare bene porta clienti: le aziende con cui ho lavorato quest'anno sono diverse e operano in settori molto variegati ma le ho trovate tutte, o quasi, grazie al lavoro che ho fatto negli anni scorsi. Vecchi clienti di agenzia che mi hanno cercato, vecchi collaboratori che mi hanno segnalato, imprenditori che ho incontrato personalmente e che hanno apprezzato il mio modo di fare. La qualità del lavoro paga, sempre e comunque. Non bisogna credere mai a chi dice il contrario.
  • Nuovi strumenti di lavoro, nuove esperienze: se prima lavoravo quasi esclusivamente nelle media relations, quest'anno mi sono specializzato nella gestione di progetti relativi alla creazione di contenuti per il Web e per la documentazione aziendale. E questo ha arricchito notevolmente il mio bagaglio professionale. Lo sviluppo del blog e la realizzazione di www.riccardopolesel.com mi hanno permesso di parlare di me, del mio lavoro e delle cose che faccio come non avevo mai fatto prima. In più mi hanno dato grandi spunti per leggere libri, per autoformarmi, per approfondire.     
Cose che non hanno funzionato:
  • New business da vecchia scuola: nei primi sei mesi del 2010 ho realizzato massicci invii di mail con studi, ricerche e approfondimenti per suscitare l'interesse di aziende di vari settori sui quali avevo esperienza (enogastromico, energie rinnovabili, edilizia, etc.). Aziende che non conoscevo direttamente, su cui ho realizzato database molto precisi e accurati, utilizzando un sacco di tempo. Risultato? Nessun cliente e pochissime richieste di informazioni. Il contatto personale paga, quello impersonale no.
  • Gestione del tempo: il 2010 è stato un anno di sperimentazioni per il mio project management, dato che dovevo gestirlo interamente da solo. I vecchi strumenti, accomunati dai diagrammi di Gantt, non sono stati proficui: non li aggiornavo e non mi erano utili. Ora sto provando nuovi software per vedere di trovarne uno adatto a me, ossia intuitivo, veloce e flessibile. Per gestire i contatti coi clienti, i progetti, le riunioni e l'andamento dei lavori in modo più efficace. E mettere l'agenda cartacea finalmente in soffitta.
  • Realizzazione di progetti collaborativi: quest'anno mi sono nate molte idee e molti spunti ma raramente li ho condivisi con qualcuno. I motivi sono vari, dall'incertezza del risultato alla mancanza di tempo da dedicare a qualcosa di extra. Nel 2011 voglio cambiare questo trend, concentrarmi su 2/3 idee e provare a coinvolgere qualche professionista del settore per vedere di discuterle, di approfondirle ed, eventualmente, di svilupparle. Non bisogna avere paura di condividere i propri progetti, non abbiamo niente da perdere. In questo senso, la rete ci offre le possibilità di realizzarli con l'aiuto di qualcuno.
Non mi resta che augurarvi buon Natale. E che il 2011 sia pieno di soddisfazioni. Io so già che, al di là del lavoro, il mio piccolo principe di 2 anni me ne darà sicuramente tante. Sono fortunato e non lo devo dimenticare mai.

venerdì 12 novembre 2010

I blog: ieri, oggi, domani

Andrea Santagata di Liquida (con Human Highway) ha presentato un'interessante analisi del ruolo dei blog nell'informazione di qualità (la potete leggere anche sotto e sul Slideshare). Si possono evidenziare alcuni punti molto interessanti sul presente e sul futuro del blogging:
  • Nella presentazione si afferma che i blog potrebbero rappresentare uno step evolutivo intermedio nel nuovo scenario dell'informazione online e potranno trovare un'identità più forte aggregandosi dentro a iniziative editoriali più definite. Sono assolutamente d'accordo. I blog sono milioni, il 23% degli utenti di Internet in Italia li legge ma i frequentatori assidui degli stessi sono in calo. Solo un utente italiano su quattro è in grado di citare quelli che legge e descriverli con cognizione di causa. Il futuro sta nella creazione di aggregazioni ragionate di blog, per tematica curata o per complementarietà delle notizie, che generi un numero limitato di punti di riferimento per gli utenti, mantenendo contenuti di qualità
  • Il blog genera un contenuto che poi viene fruito prevalentemente in altri luoghi, come i Social Network o i quotidiani online, grazie alla condivisione e alla ripubblicazione. L'esperienza del mio blog, con un calo netto dei commenti ma con un aumento notevole dei "like" e delle discussioni su Friendfeed e Facebook, ne è una prova tangibile. Il contenuto esce dal blog per essere discusso altrove, il che non è necessariamente un male (i giornali si leggono ma le notizie si discutono al bar o a pranzo) ma un sintomo di evoluzione del mezzo.
  • I blog hanno un autorevolezza maggiore se parlano di temi specifici, come quelli legati a innovazione e tecnologia. Certamente, si tratta spesso di esperti, di addetti ai lavori, che ne sanno più degli stessi redattori dei quotidiani su quei temi e che ne possono parlare con maggiore libertà (non hanno capiredattori né editori). Chi cerca informazione specifica e di qualità va direttamente sul loro blog (o su Facebook, tanto per tornare al punto precedente). Per quanto riguarda l'attualità, la tendenza è invece meno forte, la credibilità dei media tradizionali rimane alta anche tra i blogger stessi.
  • Il profilo del lettore di blog: uomo (ma le donne non sono molte di meno), laureato, tra i 35 e i 54 anni che legge anche i quotidiani. Una figura che può generare molti spunti di approfondimento, specialmente riguardo all'età e alla formazione/cultura. Un profilo ben diverso dal "ragazzino che non ha niente di meglio da fare che scrivere su Internet" di qualche anno fa.
  • Per avere informazioni su una "cosa importantissima", il punto di riferimento principale è Internet (91% degli individui), la televisione è ben distanziata (45%). Nell'ordine di priorità, si privilegia la ricerca su Google, poi su un quotidiano online, poi su un sito di informazione. La quota di chi andrebbe su Facebook è l'8% (più della radio), i blog raggiungono solo il 2% (come Twitter). La situazione è diversa se si cerca un "argomento di attualità", dove la prevalenza dell'online è minore (80%). 
Da queste considerazioni, si capisce come il blog, considerato troppo frettolosamente come un "morto che cammina" dopo l'avvento dei Social Network, abbia ancora una buona vitalità. Soprattutto perché non è alternativo ma complementare (fornisce i contenuti di qualità da discutere che spesso non si generano all'interno delle "piattaforme sociali"). Tuttavia, deve necessariamente evolversi per diventare un punto di riferimento costante per le persone che cercano di informarsi online. In quest'ottica, l'aggregazione è una soluzione necessaria per fare il salto di qualità e offrire un'informazione puntuale all'interno di un numero limitato di "luoghi", con brand autorevoli e affidabili.

venerdì 17 settembre 2010

Un anno da libero non professionista

Un anno fa nasceva questo blog, con un post dal titolo "Libero non professionista: perché?" Il 28 settembre 2009, esattamente 23 giorni dopo aver aperto la partita IVA. Lo so, oggi è il 17, mancano 11 giorni ed è pure venerdì. Ma mica bisogna essere rigidi come con i compleanni. Quel giorno iniziava una nuova vita per me, un futuro che non mi ero cercato ma che era arrivato. E lo si doveva affrontare. Dopo mesi di vita d'inferno, tra ritardi di pagamento degli stipendi e la necessità di mollare il posto che mi ero sudato per colpe non mie, avevo due scelte: fare il disoccupato per qualche mese (prendendo gli assegni che mi spettavano e vedendo come evolveva la situazione) oppure diventare libero professionista, accettando da subito la proposta di un'azienda ("collabora con noi, tu, da solo" e senza rete). Ho scelto la seconda. Scoprendo presto che lavorare da solo è bellissimo (niente capetti, soddisfazioni tutte tue, voglia di dare sempre il massimo, svegliarsi tutte le mattine insieme a tuo figlio) ma durissimo (autodisciplina ferrea, necessità di affrontare la burocrazia, confronti continui per essere pagato). E lo consiglierei.

Spesso mi si dice che non ho uno stipendio fisso (mia moglie me lo ripete spesso e la capisco in pieno). Tutto vero, però certi mesi guadagno il doppio di prima, altri metà. Non escludo ovviamente di ritornare a fare il dipendente, le scelte definitive sono altre. Ho solo capito che cambiare vita, ogni tanto, fa bene, anche se, in parte, sono altri soggetti che ti portano a farlo. Perché ti fa vedere le cose senza quelle strutture che ti sei autocreato. Da direttore di agenzia, spesso mi illudevo di saperne più di altri di comunicazione, forse perché avevo le spalle coperte (non troppo, come ho provato dopo sulla mia pelle). Da libero professionista, quello che sai lo devi dimostrare, sul campo, perché non c'è altro che la tua competenza a difenderti. Per questo, mi sono creato una rete di conoscenze che, oggi, mi rendo conto essere fondamentale per fare bene il mio lavoro. Persone che rispetto e stimo, con cui parlo dal vivo, su Skype, su Facebook, su Friendfeed, al cellulare, etc. Prima forse le avrei viste diversamente, in modo competitivo non collaborativo. Lessons to be learned.

Libero non professionista è nato col "non" perché i due termini, insieme, mi sembravano quasi antitetici. Volevo essere libero senza la necessità di "essere professionista di qualcosa a tutti i costi" (si capisce come il biplano fosse il "brand" ideale). Qualcuno mi disse di non mettere in dubbio la mia professionalità. A un anno di distanza, sono molto più professionale di quanto sia mai stato, ho imparato un sacco di cose. La prima è che l'autoironia è fondamentale, come il mettersi sempre in discussione. Un consiglio: se avete dei dubbi riguardo a cambiamenti di lavoro o di qualsiasi altra cosa, leggetevi Linchpin di Seth Godin. Vi farà capire quanto potete essere artisti, cosa che non avete mai pensato di essere. La mia recensione su Anobii non sembra così entusiasta? Il mio cervello rettile l'ho vinto un anno fa. Solo che non sapevo che si chiamasse così.

giovedì 9 settembre 2010

Il futuro dell'editoria? Ci viviamo dentro*

Come capita ogni tanto su Friendfeed (e mai su Facebook), si è scatenata una discussione molto interessante. Riguarda il presente e il futuro del Post, la nuova creatura di Luca Sofri che segue il modello  Huffington Post. In sostanza, la questione è: può esserci in Italia una nuova tipologia di quotidiani nati-per-essere-digitali che facciano ricavi in tempi relativamente brevi? Qual'è il futuro dell'editoria italiana sul Web?

Restiamo alla cronaca: la miccia l'ha accesa Massimo Russo, facendo i conti in tasca al nuovo quotidiano online e concludendo che, visto il numero di utenti unici, la strada è parecchio difficile per un modello come il loro (per inciso, Sofri ha detto che i dati non sono corretti, pur non avendo comunicato quelli ufficiali). Allora ci si è posti la domanda: può esistere un Huffington Post italiano? Il contesto è affascinante, perché rappresenta l'inizio di un dibattito che dovrà chiarire il futuro dell'editoria italiana, alla luce della crescita del Web e della crisi della carta. Un argomento che sta nel cuore stesso della comunicazione. Sono stati molti gli interventi di addetti ai lavori (cito il giornalaio di PierLuca Santoro e Telcoeye di Massimo MaxKava Cavazzini, che seguo abitualmente, ma anche Vittorio Zambardino) per cui il materiale da consultare c'è.

Non volendo entrare troppo nel merito (i numeri li sanno solo quelli del Post), faccio solo mie personalissime considerazioni:
  • L'Huffington Post (che non è un blog, ricordiamolo) è partito 5 anni fa potendo contare su tre elementi fondamentali: il nome (Arianna Huffington, nata Arianna Stassinopoulos, era già molto conosciuta nel giornalismo americano), i mezzi (il marito della direttrice è Michael Huffington, professione miliardario repubblicano) e le circostanze (ossia, avere un "universo di riferimento dentro cui fare vivere e fare crescere la sua creatura"). E fa ricavi solo ora, quando fino all'anno scorso le perplessità rimanevano forti. Un modello replicabile in Italia? No, secondo me. In più, la scelta di mettere titoli e foto di dimensioni ciclopiche (anche se i titoli variano in base al gradimento degli utenti) e un home page enorme (uno scroll infinito) sono scelte del tutto contrarie a quello che definisco "semplicità di lettura".
  • Il Post è un tentativo coraggioso ma ponderato di provare a sfruttare il modello dell'Huffington Post quale "aggregatore di notizie". Forse non sarà il modello del futuro ma intanto sta facendo ragionare molti addetti ai lavori su questa questione.
  • C'è necessità di avere nuove tipologie di quotidiani pensati e sviluppati per essere digitali, collaborativi, personalizzati? Sì, non c'è dubbio. Infatti ci sono parecchie novità all'orizzonte, come scrive Il Sole 24 Ore. Avranno fortuna? Dobbiamo aspettare.
  • C'è un possibile modello da seguire? Qualche indicazione ce la offre Dagospia. Creato nel 2000 quando nessuno se lo aspettava  e nessuno, quasi, sapesse cosa fosse, è graficamente brutto (lo è, volutamente, ancora oggi), chiassoso, quasi volgare ma, al tempo stesso, molto attendibile e tempestivo. Era qualcosa di cui molti avevano bisogno senza saperlo, qualcosa di molto "verace" nei toni ma altrettanto affidabile nei contenuti. Vero è che copia e incolla contenuti di altri siti senza autorizzazione ma questa è la sua forza e il suo limite. In più, punta con decisione sul gratis.
Stiamo vivendo un momento di svolta per l'editoria. Probabilmente, in questo momento, si sta progettando quello che sarà "il Facebook dell'editoria" ma noi non lo sappiamo. Se posso dare il mio umile contributo a questa idea, dico tre parole: semplice da leggere (l'Huffington Post non lo è), gratuito (almeno per la grande maggioranza dei contenuti) e personalizzato (ognuno deve decidere i contenuti che gli interessano). Stiamo a vedere, la partita è appena cominciata. Intanto devo ricordarmi di comprare Eretici Digitali, appena ho finito Seth Godin.

* Il titolo è un omaggio (seppur parafrasato) a William Gibson

venerdì 30 luglio 2010

Buoni propositi per le ferie

E' tempo di ferie per me e pure per il blog (anche se prima bisogna inviare le fatture). Invece di fare il solito post sui buoni propositi per il futuro, ne faccio uno su quello che voglio fare nel presente, ossia nei prossimi giorni di ferie:
  • Stamparmi 100 copie (carta riciclata, ovviamente) della tesi numero 37 delle 91 di Gianluca Diegoli, così da essere pronto a Settembre quando potenziali clienti mi chiederanno se hanno fatto bene a bloccare l'accesso al web e ai social network in azienda. Eviterò così di dover tirare fuori ardite metafore e casi di insuccesso, ottimizzando efficacia e tempo.
  • Giocare con mio figlio. Oltre a divertirmi un sacco, questo gigante di 20 mesi mi insegna un sacco di cose. Come il fatto che guardare Pippi Calzelunghe o i treni a vapore su YouTube è molto più semplice perché ci sono quando vuoi, mica come la TV (dell'alta definizione, non gliene importa assolutamente nulla). Oppure che puoi tranquillamente insegnare ai nonni a videochiamarci con Skype, cosa prima ritenuta impossibile dal sottoscritto, se loro possono salutare il nipotino in diretta e lui può mostrare loro il nuovo camion. Oppure che usare i cellulari touch screen è molto più semplice, visto che lui gira le foto con le sue (splendide) manine.
  • Rilassarmi. Sono passati 11 mesi da quando ho lasciato (per scelta forzata causata da incapacità altrui) il mio posto da direttore di un'agenzia di comunicazione bolognese per fare il libero (non) professionista. Ho avuto un sacco di soddisfazioni ma navigare da soli tra leggi, circolari, ritenute d'acconto, agenzie delle entrate e INPS è cosa per gente ardita. Che ha bisogno del riposo del guerriero, appunto.
Magari posterò qualcosa, ogni tanto, tra oggi e il 22 Agosto. Sicuramente, ci si risente il 23.
Buone ferie.

venerdì 9 luglio 2010

Comunicatori si nasce o si diventa?

"Venditori di fumo". Spesso i comunicatori sono visti così, persone che si inventano competenze avendo tutt'altra formazione e parlano alle aziende in modo complesso anche per nascondere mancanze formative (vedi questo post). E' vero, i casi reali non mancano. Con un trascurabile particolare: sono una minoranza. Per gente della mia generazione (e sono under 40, "un ragazzino" secondo i parametri professionali italiani), non c'erano istituti o corsi di laurea in comunicazione e marketing. Per questo, la formazione è arrivata dopo, quando si è scoperto di avere una sana passione per questo settore. A livello formativo, molti "colleghi" che conosco sul Web, ai Camp, al bar o nei musei hanno speso tante ore per trasformarsi davvero in comunicatori di professione. Molte di più di tanti altri laureati che, con la carta in mano e la passione per tutt'altro, scelgono di seguire aprioristicamente la corrente professionale che hanno scelto a 19 anni. Lamentandosene cronicamente per gli anni successivi.

Può un perito chimico diventare un comunicatore di professione? Certamente, grazie a Dio. E con tutti gli skill professionali a posto. Ci vuole solo una grande passione, idee chiare e una buona dose di spirito di sacrificio. Un esempio? Cristina Savi. Ci siamo conosciuti attraverso i rispettivi blog (questo è il suo), ci siamo sentiti via Skype e ne è nata una chiacchierata spontanea e molto interessante. Perché lei è un perfetto caso di successo "formativo". Cristina fa l'istituto tecnico, ne esce perito chimico, ma non è molto soddisfatta del settore. Capita. Inizia a lavorare nei servizi turistici quando vede un'inserzione su un quotidiano: l'Università di Modena e Reggio Emilia organizza corsi FAD (Formazione A Distanza) in marketing e comunicazione d'impresa. Una laurea online in Italia?! Scatta la molla, si iscrive (lei è di Verbania, informazione non trascurabile) e per 3 anni segue questa modalità di formazione. Non c'è una semplice webcam che regista il professore in aula e lo fa vedere in streaming. I docenti organizzano vere e proprie lezioni ad hoc, interattive e coinvolgenti. Solo per gli esami bisogna andare fisicamente in sede. Cristina esce con una laurea e un entusiasmo straboccante per questo settore. E ora cosa si fa?

Cristina decide di non sfruttare gli stage previsti post-laurea (quasi tutti in Emilia Romagna) e inizia a lavorare in un'agenzia di comunicazione più vicina a casa. Poi cambia nuovamente, questa strada non fa per lei, e decide di lavorare da sola, come libera professionista e consulente. Si ferma qui? Certamente no. Vede che Verbania non ha fonti di informazione che sfruttano le potenzialità del Web. E ha un'idea. Nasce Verbania News, quotidiano online del tutto gratuito, dove lei fa l'editore e il marito (giornalista) il direttore. Piccoli particolari: gli articoli sono tutti commentabili dagli utenti, i cittadini sono invitati a generare contenuti, il quotidiano ha una fan page su Facebook e si finanzia con la pubblicità e i contributi di "lettori-sostenitori" (qui un bel post sul giornalismo iperlocale). Riassumendo: perito chimico, laureata in marketing e comunicazione, con esperienza in azienda e come libera professionista, editrice di un quotidiano e blogger. Abbiamo una certezza in più: i "venditori di fumo" sono altrove.