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lunedì 7 aprile 2014

Confessioni


Ultimamente sto frequentando poco questo spazio di parole, riflessioni e idee che è il mio blog. Mi scuso con tutti coloro che mi leggono ma sto dando assoluta priorità al lavoro: ho tante cose da fare e mi considero fortunato per questo. Sono in un periodo molto intenso in cui tutte le mie capacità, limitate, sono concentrate a promuovere l'azienda dove lavoro e i suoi prodotti. Un sacco di riunioni, un sacco di riflessioni su pricing e personalizzazioni, un sacco di ore impiegate in viaggi e parole. Prometto che tornerò ad aggiornare questo spazio con la frequenza che aveva, ossia almeno un post a settimana.

Intanto butto lì una veloce riflessione. Leggo molti articoli che sottolineano sempre il potere dei Social Media (eccone uno) e, dal punto di vista professionale, li condivido. Tuttavia la mia esperienza lavorativa attuale, imperniata nel mondo del B2B, mi offre chiarissime indicazioni: se utilizzati bene, il telefono, la mail e gli incontri di persona fanno vendere, creano opportunità, ampliano le prospettive. I Social Media molto, molto meno. Forse è ancora presto, forse non li usiamo con la necessaria potenza di fuoco ma, tirando le somme, restano un ottimo canale di relazione ma, al momento, non di business.

Come sapete, non è un'opinione nuova (vedi qui) ma ora ho numeri, e molto chiari. Purtroppo non li posso comunicare, sono dati aziendali ma vi assicuro che tira di più una mail, o un incontro (condito da empatia e sincerità), di un carro di tweet. 

(Photo credits: http://tantodomanimisveglio.blogspot.it/2012/07/torno-subito.html e https://www.flickr.com/photos/paolobis/)

mercoledì 22 gennaio 2014

La notizia della morte di Facebook è fortemente esagerata


Da tempo leggiamo che Facebook non è più the place to be, il nuovo che avanza, il posto dove tutti sono e parlano in continuazione. Vediamo molto spesso dei de profundis che segnalano una morte lenta ma costante del social network per eccellenza, causata da molteplici fattori coincidenti: nascita di altri posti sociali più cool, arrivo dei genitori a rovinare le chiacchierate degli adolescenti, teorie socio-macro-economiche di vario tipo, un'epidemia da curare, etc. Certo, è evidente, nessuna cosa di questo mondo può crescere all'infinito (pensate che per la prima volta calano le vendite in Italia anche della Ferrero e della sua Nutella, notizia che avrà un suo post dedicato appena trovo qualche numero in più da analizzare) ma dire che "Facebook è morto", come tutte le frasi analoghe con qualsiasi soggetto che non riguardi cose prima realmente vive, va bene solo per un articolo o un post di un blog per voglia raccattare qualche visitatore in più.

Leggete questo ottimo pezzo di Rivista Studio e vi fate un quadro molto preciso. Calano gli active users? Zuckerberg e soci si portano a casa "oltre 2 miliardi di dollari, con un guadagno di 25 cent per azione a fronte di stime più basse". Non male per un morto. E la chiamerei maturità. Chiaro, Facebook sta cercando nuovi modelli di crescita di altro tipo, in primis legati al mobile: non ho mai fatto particolarmente il tifo per quelli di Menlo Park, anzi, ma i numeri sono lì. Un particolare: guardate la foto del Presidente Obama pubblicata sull'articolo citato su e notate da chi è attorniato. Tutti trentenni o giù di lì (vedi anche qui). Poi si capisce perché gli Zuckerberg (ma a sua volta anche i Bill Gates di anni fa) crescano lì e molto, molto più che da noi. Si chiama fiducia nella generazione successiva. E quella è davvero moribonda in Italia.

A proposito di cose che apparentemente muoiono, chiudo con un addio al Giornalaio, uno dei miei blog di riferimento. Solo che non se ne va, si evolve in qualcosa di nuovo, ossia DataMediaHub, progetto davvero interessante a cui va il mio personale in bocca al lupo. "Se il chicco di grano non cade in terra e non muore, rimane solo; se invece muore, porta molto frutto" diceva uno che di morte, e resurrezione, se ne intendeva parecchio. Forse è meglio rifletterci su prima di lasciarsi andare a titoli facili, no? Io ho parafrasato Mark Twain, mi considero a posto.

Aggiornamento del 24 gennaio: a quanto pare, neanche chi lavora in Facebook è, al momento, così moribondo. La replica alla ricerca di Princeton è semplice e brillante (e leggete il paragone con l'aria, illuminante). Diffidare sempre delle previsioni sul futuro fatte su quanto accaduto in passato.

mercoledì 24 luglio 2013

Il futuro del giornalismo? Ben oltre Nate Silver


Il caso Nate Silver è sotto i riflettori. Se siete un pochino interessati a temi come giornalismo, editoria e politica americana, non potete non aver letto gli avvenimenti di queste ultime ore (in caso contrario, consiglio questo e questo articolo, oltre a questo bellissimo pezzo del Public Editor del New York Times). Voglio solo fare una velocissima analisi del caso in più punti e qualche riflessione, niente di più (c'è gente più brillante di me online, guarda qui).

  • Niente rivoluzioni, solo libero mercato: la notizia in sé non ha niente di dirompente a livello di prospettive future del mondo dell'editoria, almeno nel breve periodo. ESPN, dove Nate Silver va a lavorare, lo paga di più e gli da quello che vuole, ossia un ruolo da top player. Se stai nelle stanze della "vecchia signora in grigio",. ossia il soprannome del NYT, viene sempre prima la signora, c'è poco da fare. Anche se i tuoi pezzi portano tonnellate di traffico al suo sito. Nate Silver voleva più riflettori e, diciamocelo, li ha ottenuti con merito.
  • L'evoluzione del giornalismo si fa un passo alla volta: Silver era il prototipo perfetto del "giornalista del futuro", un nerd che ama giocare con i numeri ma adattandoli perfettamente alla realtà delle cose. Per questo ci si chiede come mai il NYT se lo lasci scappare. Perché un giornale così non lo cambia in poco tempo neanche un Nate Silver, perché ha equilibri interni da rispettare, perché c'è una redazione con proprie regole. Se nei prossimi mesi il sito avrà cali massicci a livello di numeri, state certi che l'editore si porrà il problema di assumere nuovi Nate Silver, il che sarebbe la vera bella notizia.
  • Nate Silver non è solo: che la politica, almeno quella yankee, si giocherà sempre più sulla gestione dei dati è fuori di dubbio. E non solo la politica. Per questo nei giornali, che dovranno avere un ruolo di interpreti dell'esistente e non solo di "creatori di scoop", sarà inevitabile valutare una rivoluzione in materia. Le elezioni USA del 2012 ci hanno fatto vedere che nello staff di Obama c'erano altri Nate Silver, decisivi nel predire l'esito della campagna. Forse avranno fortuna nei giornali, forse altrove. 
Sarebbe facile fare un'analisi del caso chiedendosi perché il New York Times si sia fatto scappare così un top player del genere. Allo stesso modo, ci si potrebbe chiedere perché Obama abbia lasciato andare l'inventore del famosissimo "yes, we can", ossia Jon Favreau. La questione è più semplice di quello che sembri: vuoi ottenere quello che vuoi e vuoi essere pagato di più. Va bene, i vecchi del NYT hanno avuto un ruolo nell'affare Nate Silver ma, ripeto, il caso mi sembra piuttosto chiaro.

Quello che mi interessa non è dove andrà Nate Silver ma quanto ci metteranno i giornali, anche quelli italiani, a capire che la gestione dei dati sarà uno degli aghi della bilancia del giornalismo futuro (fact checking compreso). La vera notizia sta nella conclusione dell'articolo di Margaret Sullivan: "Are some at The Times gratified by his departure? No doubt. But others are sorry to see him go. Count me among those" dice . Sibillino, no?  

mercoledì 31 ottobre 2012

Il peso delle idee in un mondo di numeri


Oggi ci serebbero tantissimi spunti per approfondire la crisi del giornalismo italiano, uno su tutti il caso job24. Ricordo più di un prestigioso redattore economico che nel 2004 si rifiutava di considerare l'e-mail come canale di comunicazione diretto, preferendo il fax. Esperienza diretta, non sentito dire. E ora hanno la loro bella faccina sorridente su Twitter. Ma rinuncio alla tentazione (è dura e si capisce) e parlo di altro.

Viviamo in un'epoca dove "il numero" sta prendendo un'importanza predominante, quasi esclusiva nel pianificare e gestire le attività di comunicazione. Certo, ci sono solide e nobili ragioni (vedi qui) ma riportare ogni cosa alla quantità di follower, ai dati di Google Analytics, agli obiettivi misurabili e al calcolo del ROI può essere limitante. Le aziende non sono solo dati e business, sono soprattutto persone che lavorano insieme per crescere insieme. Anticipo la domanda: no, non sto facendo filosofia. La qualità di un contatto con un potenziale cliente, l'empatia che si crea durante una riunione per motivazioni diverse e imprevedibili, la firma su un piccolo progetto considerata improbabile fino alla settimana prima sono tutte cose non quantificabili. Ma è anche grazie alla somma di questi fattori che le aziende crescono in Italia.

Pensiamo al ROI. Se un potenziale imprenditore dovesse calcolare il ROI legato alla creazione di una nuova impresa in Italia, obiettivamente dovrebbe lasciar perdere. E invece ci sono pazzi che nonostante un carico fiscale incredibile, una burocrazia illogica e l'impossibilità di assumere qualcuno nel breve periodo, ci provano. Cosa li spinge? Passione, convinzione, competenza, fiducia, visione, tutte cose non "pesabili", non oggettive. E spesso riescono nel miracolo. Come il calabrone, che ha le ali troppo piccole per volare ma, non sapendolo, vola lo stesso (vedi qui un bell'articolo su questo paradosso aeronautico).

Io ho lavorato spesso, e lo faccio tuttora, con imprenditori che hanno iniziato da una passione che, col tempo, si è trasformata in lavoro. Quasi tutti non avevano percepito l'importanza di comunicarla adeguatamente, loro stessi non la consideravano un fattore rilevante. Per questo, al di là di progetti infarciti di numeri da raggiungere e di dati da ottenere, noi addetti ai lavori dobbiamo ricordarci cosa fa andare avanti un'azienda nei nostri progetti di comunicazione: un insieme di idee, entusiasmo e fiducia in noi stessi. Quanto pesa, nessuno ve lo può dire.

(Photo credits: http://www.johnelkington.com/activities/ideas.asp)