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giovedì 9 maggio 2019

Gli articoli sponsorizzati, due riflessioni


Gli articoli a pagamento ci sono sempre stati. Il "giornalismo di una volta, quello coi valori e i cronisti d'assalto" non è mai esistito. O almeno, non c'è mai stato solo quello. Mi spiego.

Quando iniziai il mio lavoro in ufficio stampa, gli articoli sponsorizzati si chiamavano pubbliredazionali. Nome orribile. Io poi li chiamavo "publiredazionali" poi la Crusca mi convinse che sbagliavo e aggiunsi una B. Non mi piacevano, per la mia idea nobile di "redazione". Ma il giornalismo, come imparai, è cosa complessa e gli ideali, che ci sono ancora (o almeno ci voglio credere), sono solo una parte del tutto. C'è da guadagnare e avere aziende che pagano per essere sul giornale in modo diverso dalla pubblicità tout court, in un modo più... redazionale, è sempre stato interessante per un editore.

Ne scrivo dal 2009. Ora si chiamano sponsored content. Oppure native content, se il "sponsored" non ti piace tanto. O, se poi vuoi essere davvero cool, native ads. La sostanza non cambia di una virgola, l'inglesismo non ti salva: è un contenuto che diventa qualcosa di simile al prodotto della redazione ma viene pubblicato perchè qualcuno paga e non è direttamente l'editore. Diciamolo ancora: ci sono sempre stati.

La differenza la fa sempre, e sottolineo sempre, il rispetto verso il lettore. Se io leggo una news su un'azienda, voglio capire subito se è stato pubblicato perché un giornalista ha ritenuto fosse una notizia (poi su questo si possono scrivere altri 237 post ma avete capito) oppure perché un'azienda ha pagato. Preferisco la prima ma non demonizzo la seconda. Spesso questa trasparenza non c'è e qui sta la cosa brutta. Perché se il media non mette in chiaro le cose, mi prende in giro. Senza se e senza ma.

Il Post ci ha scritto un post oggi. Loro due parole, io più umilmente ci faccio due riflessioni:

  1. Caro Post, apprezzo che tu mi rispetti come lettore e mi spieghi la tua linea editoriale e redazionale. Mi scrivi "ARTICOLO SPONSORIZZATO", come qui, e non posso che apprezzare.
  2. Caro Post, tu scrivi che è "una cosa che non avviene per gran parte degli articoli di simile natura che trovate sui quotidiani o su altri siti". Oltre a prendere posizione, potresti agire con chi dovrebbe tutelare la deontologia professionale?
I native ads vanno benissimo pare. Ma c'è da fare chiarezza.

mercoledì 21 maggio 2014

Grilli, Vespe e fact checking

A margine della presenza di Beppe Grillo da Vespa (che non ho visto), vedo in giro un sacco di selfie dei due protagonisti (che non avrei voluto vedere) e leggo giudizi molteplici e numerosi. Se ogni tanto mi leggete, saprete quanto mi interessino giornalismo, fact checking e comunicazione politica. Ecco, tutte e tre queste passioni sono condensate in questo giudizio:
La cifra artistica della genialità di Grillo consiste proprio nell’aver definitivamente rottamato (anzi annichilito, vaporizzato, atomizzato) il concetto di fact checking in un paese che semplicemente non ha gli strumenti per discernere il vero dal verosimile.
Questa frase mi ha colpito per un motivo particolare: era l'unica dell'intero articolo (lo trovate qui) sul quale non concordassi per niente (il resto del pezzo è molto buono). Il fact checking in Italia è moribondo da decenni, semplicemente perché i giornalisti hanno perso le basi del loro lavoro. Grillo non ha rottamato nulla, ha fatto semplicemente come Berlusconi negli ultimi vent'anni: vai in diretta, vendi il prodotto con frase ad effetto, ripeti le cose più volte (o urlale, alla Grillo) e la pancia dei lettori/spettatori sarà saziata. Ha demonizzato per mesi l'ex cavaliere e la TV per poi utilizzarli entrambi per scopi che hanno un grosso limite: una tattica di brevissimo periodo. Nessuna strategia, nessun obiettivo, nessuna prospettiva di governo. Questo si è visto benissimo, nonostante i selfie del conduttore.

"La democrazia in diretta non funziona" si dice qui. Pienamente d'accordo. La differita metterebbe il giornalista in una posizione di vantaggio, avendo modo di verificare le informazioni. Se le TV vogliono la diretta, lo fanno anche loro per una tattica di brevissimo periodo: gli ascolti. I giornali avrebbero il tempo per fare quei controlli che rendono il fact checking una necessità per il giornalismo del futuro ma non li fanno, perché non interessano. Così dicono. Avete provato a leggere i dati delle vendite e degli ascolti? Sicuri sicuri che vada tutto bene così?

A mio modo di vedere, se qualcuno mi fa vedere, con metodo e preparazione specifica (il fact checking è cosa difficile da fare), che un politico mi ha raccontato un sacco di balle, non potrei fare a meno di ringraziarlo. Soprattutto nel caso di un giornalista. Dovrebbe essere il suo mestiere, non farsi le foto da solo con l'intervistato di turno.

giovedì 17 aprile 2014

Piccole, grandi lezioni di giornalismo

Sono a pranzo e leggo su Twitter che il Guardian ha cancellato un articolo che aveva pubblicato su un falco "assunto" dal Vaticano per proteggere le colombe del Papa. Era un pesce d'Aprile.
Va bene, direte voi, mica è la prima volta, cosa c'è da commentare? C'è tanto da dire, invece. E sta tutto in quelle tre righe: il Guardian ammette di averlo cancellato, non lo cancella e basta. Comunica al suo lettore tre cose, in modo semplice, diretto, chiaro:
  • Anche noi dell'illustre The Guardian, freschi vincitori del premio Pulitzer, cadiamo nella trappola dei pesci d'aprile;
  • Ammettiamo serenamente per iscritto, sul nostro stesso sito, di aver preso una bufala e di non aver controllato bene le fonti, ossia di non aver fatto bene il nostro lavoro;
  • Te lo diciamo apertamente, caro lettore.
Si chiama sensibilità verso chi ci legge, ossia verso chi paga lo stipendio a tutti quelli della redazione. Ci ho già scritto in passato (vedi qui), lo ribadisco: sono sempre belle lezioni per il giornalismo in generale, specialmente quello italiano. Repetita iuvant.

mercoledì 12 marzo 2014

Il futuro del giornalismo? Integrità e correttezza


Ho scritto spesso di come esista un territorio molto ampio tra come è percepito il giornalismo dagli addetti ai lavori e da tutto il resto del mondo. I primi vedono erose tutte le loro certezze, non esistono, ad oggi, modelli di riferimento per capire come sarà il giornalismo non dico tra 20 anni ma anche tra 5. I secondi invece vedono il giornalismo come lo si vede da sempre nel cinema e nei giornali, un mondo fatto da gente romantica a cui piace scrivere che va alla ricerca di notizie tra corruzione e affari sporchi, il tutto pagato da lettori e investitori in pubblicità. Ecco, questa distanza la spiega benissimo un articolo scritto da Margaret Sullivan, il "controllore" degli articoli del New York Times (il Public Editor, dicono loro). L'articolo è stato ripreso molto bene dal Post, che lo spiega e lo integra con altre riflessioni interessanti sul modo specifico della redazione di fare giornalismo.

Mi soffermo su due concetti fondamentali, e non solo per il New York Times. Gli strumenti cambieranno e molto velocemente, i modelli per portare avanti un giornalismo che faccia profitti (ok le belle storie ma non solo di questo vive il giornalista) devono ancora essere trovati, ci sono tante incertezze. L'unico modo di andare avanti è attaccarsi ai veri requisiti che fanno del giornalista, o di quello che dovrebbe essere, un vero, e utile, tramite tra una notizia e una persona comune: integrità e correttezza. Integrità vuol dire avere rispetto di chi legge, vuol dire citare le fonti di chi ha detto alcune cose, vuol dire avere a cuore il proprio lavoro e la propria passione. Correttezza significa dare notizie verificate e controllate, in più vuol dire ammettere di aver sbagliato e farlo pubblicamente, senza darci troppa enfasi ma con onestà intellettuale. Cito la Sullivan (tradotta dal Post):
Siamo tutti in una gara mondiale per dare le notizie subito. Ma la verità accertata è più importante che mai, e a volte è meglio rallentare. [Diversi recenti esempi] hanno ricordato l’importanza dell’informazione coi piedi per terra, soprattutto nelle situazioni concitate.
Integrità e correttezza vuol dire guardare al futuro tornando un po' al passato, quando le notizie erano pubblicate da pochi produttori di informazioni. Ora produttori lo possiamo essere tutti, basta un blog, ma alcune regole, quelle davvero importanti, contano ancora. Una di queste si chiama credibilità. Quella non si compra e, al tempo stesso, vale come l'oro. Oggi come domani.

venerdì 14 febbraio 2014

I minori sui media: cinque riflessioni quotidiane


Leggo un bell'articolo di Wired sulla scelta di una mamma di non pubblicare le foto di sua figlia su Facebook, Twitter o altri luoghi. Se mi leggete un po', sapete che la questione delle immagini dei minori è un mio pallino da un po' (vedete qui). Ritengo che ognuno con le sue foto ci fa quello che vuole, e questo vale anche per quelle dei figli, di cui i genitori tutelano i diritti. Proprio per quest'ultimo motivo, non voglio dare consigli, solo qualche spunto di riflessione con cinque semplici domande:

  • Siamo sicuri di conoscere bene le nostre impostazioni di privacy sui vari social network?
  • Sappiamo che le foto che pubblichiamo su Facebook appartengono a Facebook che può farci, più o meno, quello che gli pare?
  • Siamo sicuri che i nostri figli approveranno, quando capiranno cosa vuol dire, la nostra scelta di pubblicare online le loro foto in modo massivo e in totale buona fede?
  • Siamo sicuri di essere così diversi dagli adolescenti che talvolta critichiamo per il fatto che "mettono tutto online"?
  • Siamo sicuri di essere consapevoli del nostro ruolo di produttori di contenuti e di informazioni di cui abbiamo la responsabilità?
Se le risposte sono tutte affermative, c'è già stata una bella riflessione a monte, che è quello che serve davvero. Se non sono tutte affermative, meglio pensarci su due minuti. Non costa quasi nulla. Io cerco di farlo tutti i giorni.

venerdì 15 novembre 2013

Le notizie serie funzionano come quelle meno serie

Scrivevo questo quasi un anno fa:
Il giornalismo ha un futuro se offre qualità. In termini di quantità e velocità delle news, ci sono ormai altre fonti con prestazioni inarrivabili per una testata giornalistica: a noi lettori serve controllo, verifica, metodo, interpretazione, selezione. Non ci serve uno scoop, ci serve una mano per capire il mondo. Ma la qualità non è per nulla in conflitto con la semplicità.
Un mio pallino da sempre, quello che il futuro dell'informazione non sta solo in storie brevi, divertenti, di facile impatto (gattini e affini, insomma) ma anche nella qualità. Tante volte accade un po' di sconforto quando vedi tanti "boxini morbosi" sulla parte destra di onoratissimi portali di informazione. Però, ogni tanto, ti arrivano delle conferme importanti e oggettive, condite con parole di persone che stimi, che forse il futuro vero è quello che intravedi tu. Annalee Newitz, citata da Giuseppe Granieri, dice cose che confortano in questo senso. E una ricerca, citata qui, segnala una controtendenza importante:
We’ve heard this a lot lately: Fun stories, not serious stories, work on social media.
But we’ve found otherwise. You can shape serious stories to make them shareable and more informative for the public. We’re not talking about watering down serious journalism — we’re talking about crafting stories for the digital audience.   
Creare storie in modo nuovo per nuovi lettori e un nuovo modo di leggere. Questa è la sfida che sembra funzionare già oggi. Ci stiamo ancora lavorando, per carità. Ma intanto godiamoci questa bella notizia. E buon venerdì.

lunedì 28 ottobre 2013

Il valore della credibilità


Nel post di qualche giorno fa analizzavo la scelta di grandi player del settore IT e tecnologico di presentare numerose, e pesanti, novità di prodotto lo stesso giorno, con qualche critica da un punto di vista del marketing (ha vinto il favorito, come volevasi dimostrare). Ho letto qualche articolo, molti tweet e tantissimi commenti entusiasti dei vari prodotti, di cui alcuni di persone invitate all'evento quali giornalisti, addetti ai lavori e blogger.

Lavoro nel settore della comunicazione da troppi anni per chiedermi, per l'ennesima volta, quanto una persona invitata a un evento e completamente spesata, o quasi, possa essere obiettivo in merito a cosa sta dicendo. Per carità, la stessa cosa vale per una persona alla quale si invia, gratuitamente, un prodotto in prova: come può parlarne pubblicamente male? Non c'è nulla di male, è comprensibile, ma c'è modo e modo. Però c'è qualcuno che delle piccole riflessioni obiettive in merito le fa e non fa male (eccone una qui sotto).
Quindici anni fa ero io lo stagista o il junior che inviava i nuovi prodotti di punta ai giornali specializzati per farci fare una "prova prodotto". Al di là che sperassi ardentemente di ottenete recensioni iperpositive (i responsabili marketing sono piuttosto "ottimisti" e io tenevo famiglia, ossia me stesso con casa a Milano), apprezzavo molto quelle persone che ne parlavano comunque elencando i pro e i contro, seguendo quindi la cosiddetta regola della prova su strada di Quattroruote, temutissima all'epoca come oggi dalle aziende stesse. Ce n'erano e avevano tutta la mia stima. Ora che la penna non è solo riservata ai giornalisti ma a tanti altri professionisti con significative tirature in termini di visitatori e accessi online, la questione si fa ancora più complessa.

Io dico la mia, ripeto, senza stracciarmi le vesti. Mi piacerebbe che chi scrive spiegasse in modo chiaro a chi legge semplicemente perché ne parla. Basta un semplice "siamo stati invitati qui a vedere le nuove..." oppure "ci è stata inviato questo prodotto da provare...". I tweet non valgono, se io leggo un contenuto questo deve essere spiegato lì, in quelle righe, non altrove. Non mi aspetto che mi dica chi paga (se paga l'editore e l'azienda investe un budget pubblicitario consistente nel giornale stesso, le differenze appaiono molto meno sostanziali) o che non ci sono conflitti d'interesse evidenti (vedi qui), mi aspetto solo di capire perché si scrive di quello, ossia dove sta la notizia (se c'è). E io, lettore, traggo le conclusioni.

La moneta su cui valutare le parole non è stabilita in euro ma in credibilità. Le marchette si vedono, non sempre ma molto spesso se ne annusa l'odore. Questo non giova a chi scrive né al brand di cui si parla. Se sentiamo quell'odore, la prossima volta semplicemente leggeremo qualcos'altro. E se il prodotto è davvero valido, sarebbe un vero peccato.

(Photo credits: Flickr, Steven Correy)

martedì 6 agosto 2013

Il caso Washington Post: la sopravvivenza non basta


Se volete saperne di più su come e perché Jeff Bezos si è comprato il Washington Post per 250 milioni di dollari, basta leggere un articolo. Questo, proprio del Washington Post stesso (per il bellissimo titolo c'è anche questo). Mi limito a elencare solo 4 punti, per me i più interessanti:

  • Il Washington Post, il secondo più autorevole quotidiano d'America dopo il New York Times, era in vendita. Perché, semplicemente, era in perdita costante. Non è che Bezos ha fatto una proposta indecente che ha fatto decidere per la vendita, è stato solo scelto quale migliore opzione possibile. La differenza è sostanziale.
  • “The Post could have survived under the company’s ownership and been profitable for the foreseeable future. But we wanted to do more than survive. I’m not saying this guarantees success, but it gives us a much greater chance of success.” Il Post poteva sopravvivere anche senza Bezos ma coloro che ne detenevano la proprietà da 80 anni, la famiglia Graham, volevano di più. In soldoni, il secondo quotidiano americano, e uno dei più autorevoli al mondo, non aveva un modello di business preciso di medio/lungo periodo. Non una bella notizia.
  • Bezos si compra il quotidiano per sé, rimarrà il solo proprietario e questo non avrà nulla a che fare con il modello Amazon. In più, sottolineano, non dovrà rendere conto ad azionisti e investitori dei risultati trimestrali. Questo significa che potrà darsi obiettivi di medio/lungo periodo senza patemi di breve periodo, per cercare un modello di business che dovrà essere, per forza di cose, nuovo.
  • Bezos non ha nessuna esperienza da editore nella gestione di mass media e quotidiani. Se guardiamo alla sua storia, ha rivoluzionato il modo di comprare e vendere libri con un modello di business totalmente nuovo, che ha spiazzato le case editrici tradizionali. Il tutto partendo, come vuole la leggenda, dal garage e da un prestito dei suoi genitori. Ma Amazon, sottolineo con l'evidenziatore giallo, ha fatto profitti 9 anni dopo essere nata. Nove anni.  
Quali possibilità ci sono che un imprenditore geniale ma senza alcuna esperienza come editore di giornali trovi un modello di business profittevole per un quotidiano di quel peso e di quella storia? A mio parere, forse la questione sta tutta qui. Forse serve proprio qualcuno che abbia idee nuove, senza preconcetti, per trovare una nuova via. Vero, il New York Times e il Wall Street Journal sembra che la loro l'abbiano trovata ma, come dico da sempre, sono casi molto diversi e unici, forse non replicabili.

Un'ultima cosa, leggete i commenti dei lettori. "Meno opinionisti, più giornalisti investigativi e fact checker". Sottoscrivo.

mercoledì 24 luglio 2013

Il futuro del giornalismo? Ben oltre Nate Silver


Il caso Nate Silver è sotto i riflettori. Se siete un pochino interessati a temi come giornalismo, editoria e politica americana, non potete non aver letto gli avvenimenti di queste ultime ore (in caso contrario, consiglio questo e questo articolo, oltre a questo bellissimo pezzo del Public Editor del New York Times). Voglio solo fare una velocissima analisi del caso in più punti e qualche riflessione, niente di più (c'è gente più brillante di me online, guarda qui).

  • Niente rivoluzioni, solo libero mercato: la notizia in sé non ha niente di dirompente a livello di prospettive future del mondo dell'editoria, almeno nel breve periodo. ESPN, dove Nate Silver va a lavorare, lo paga di più e gli da quello che vuole, ossia un ruolo da top player. Se stai nelle stanze della "vecchia signora in grigio",. ossia il soprannome del NYT, viene sempre prima la signora, c'è poco da fare. Anche se i tuoi pezzi portano tonnellate di traffico al suo sito. Nate Silver voleva più riflettori e, diciamocelo, li ha ottenuti con merito.
  • L'evoluzione del giornalismo si fa un passo alla volta: Silver era il prototipo perfetto del "giornalista del futuro", un nerd che ama giocare con i numeri ma adattandoli perfettamente alla realtà delle cose. Per questo ci si chiede come mai il NYT se lo lasci scappare. Perché un giornale così non lo cambia in poco tempo neanche un Nate Silver, perché ha equilibri interni da rispettare, perché c'è una redazione con proprie regole. Se nei prossimi mesi il sito avrà cali massicci a livello di numeri, state certi che l'editore si porrà il problema di assumere nuovi Nate Silver, il che sarebbe la vera bella notizia.
  • Nate Silver non è solo: che la politica, almeno quella yankee, si giocherà sempre più sulla gestione dei dati è fuori di dubbio. E non solo la politica. Per questo nei giornali, che dovranno avere un ruolo di interpreti dell'esistente e non solo di "creatori di scoop", sarà inevitabile valutare una rivoluzione in materia. Le elezioni USA del 2012 ci hanno fatto vedere che nello staff di Obama c'erano altri Nate Silver, decisivi nel predire l'esito della campagna. Forse avranno fortuna nei giornali, forse altrove. 
Sarebbe facile fare un'analisi del caso chiedendosi perché il New York Times si sia fatto scappare così un top player del genere. Allo stesso modo, ci si potrebbe chiedere perché Obama abbia lasciato andare l'inventore del famosissimo "yes, we can", ossia Jon Favreau. La questione è più semplice di quello che sembri: vuoi ottenere quello che vuoi e vuoi essere pagato di più. Va bene, i vecchi del NYT hanno avuto un ruolo nell'affare Nate Silver ma, ripeto, il caso mi sembra piuttosto chiaro.

Quello che mi interessa non è dove andrà Nate Silver ma quanto ci metteranno i giornali, anche quelli italiani, a capire che la gestione dei dati sarà uno degli aghi della bilancia del giornalismo futuro (fact checking compreso). La vera notizia sta nella conclusione dell'articolo di Margaret Sullivan: "Are some at The Times gratified by his departure? No doubt. But others are sorry to see him go. Count me among those" dice . Sibillino, no?  

lunedì 1 luglio 2013

Sbatti il fact checking in prima pagina


Di rientro da una settimana di ferie in montagna, ritrovo sotto i riflettori la questione del fact checking, di cui mi occupo da un po'. Il riassunto di tutto l'ha già fatto Pier Luca Santoro, con il quale avevo fatto un intervento proprio su questo tema al VeneziaCamp di un anno fa (oltre a svariate, piacevolissime discussioni a riguardo). Una presentazione ancora attualissima, cosa che mi fa piacere dopotutto. Altro bel sunto sulla cronaca dei giorni scorsi lo fa Valigia blu, iniziando un dibattito bello e utile sul tema sempre più importante del controllo delle notizie. Che non è cosa facile, come dico spesso. Infine, consiglio di leggere il post di Mantellini, particolarmente ispirato da un acceso e corretto confronto dialettico con alcuni giornalisti della Stampa.

Dato che il riassunto delle notizie è già stato fatto qui sopra, voglio solo sottolineare qualche punto al fine di stimolare, ancora, un dibattito serio e ragionato sul fondamentale ruolo del giornalista "fact checker" che consegna a noi cittadini notizie affidabili e controllate. Una figura di cui abbiamo un disperato bisogno (vedi anche qui) per trovare appigli informativi stabili nel torrente di informazioni che affrontiamo ogni giorno grazie a Internet e ai nostri smartphone. E, va detto in modo chiaro, un professionista che può sbagliare, nonostante tutto, come tutte le altre categorie professionali del mondo. Lui però ha un obbligo in più, quello di doverlo ammettere pubblicamente, per rispetto nei confronti di chi gli paga lo stipendio, ossia i lettori. Se lo fanno il New York Times e il Washington Post, lo possono fare tutti. Allora, ricapitoliamo i punti focali:
  • Tutti possono sbagliare, Ansa inclusa. La differenza la fa come gestisci l'errore. 
  • Dare la colpa a Twitter o a Internet non è un'opzione ragionevole. Si ammette di non aver fatto i dovuti controlli, si ringrazia chi ha segnalato l'errore (fonte interna o esterna) e lo si comunica sulla pagina dove è la news, non basta chiedere scusa sui Social Network ("troppo comodo", direbbe mia nonna).
  • La velocità è importante ma non è un fattore così prioritario, la ricerca di scoop a tutti i costi genera mostri informativi.
  • Il fact checking è cosa da professionisti, non da utenti di buona volontà: ci vuole esperienza, metodo, fonti sicure e controlli incrociati, cose che non si improvvisano. Ripeto, sbaglia pure l'Ansa, che una certa reputazione se l'è costruita a livello di professionalità.
Se avete riflessioni in merito, ci sono i commenti qui sotto o Twitter. Il giovedì nero della stampa italiana non sarà l'ultimo. Questo, volente o nolente, è sicuro.

giovedì 13 giugno 2013

Quali dati lasciamo usando Internet? Lo spiega il Guardian, semplicemente

Il caso della NSA, della "talpa" Eric Snowden e dei dati intercettati è ormai di dominio pubblico da giorni, nelle analisi si passa da cosa spiano gli americani (la Cina, incredibile no?) ai soliti, inutili particolari morbosi sulla fidanzata del protagonista. Ma il centro della questione è un altro: cosa possono controllare, in realtà, le agenzie americane in merito ai nostri dati? Oltre alle foto di torte, gattini e tatuaggi che tanti di noi mettono su Facebook, trovano altro di interessante (sulla nostra "attenzione alla privacy", leggete qui e fatevi una risata)? A chiarire un po' di cose sui metadati, ossia le informazioni che "produciamo", consapevolmente o meno, quando usiamo la tecnologia, ci pensa il Guardian, ossia una delle due testate che hanno scoperchiato il caso. E non per caso.

Cosa ha fatto il quotidiano inglese di così innovativo? Una semplicissima e utilissima guida pubblicata online. Spiega cosa sono i metadati, quali informazioni possono essere verificate da agenzie come la NSA mentre noi usiamo una e-mail, Facebook, Twitter o Google Search. Descrive anche a cosa assomigliano questi metadati, per noi profani. Tutto spiegato in modo semplice, conciso e chiaro, senza fronzoli. C'è pure un ottimo esempio, legato al caso di Petraeus di qualche mese fa (bell'approfondimento di Repubblica, giusto citarlo, mica siamo sempre esterofili). Mi sono chiarito più le idee in 5 minuti che in giorni di articoli e articoletti sul caso. Questo deve fare il giornalismo: darmi le notizie, spiegarmele, chiarirmi le idee e rendermi un cittadino più consapevole. Non è la prima volta che cito il Guardian (un esempio qui), sono sufficientemente sicuro che non sarà l'ultima.

Ennesima conferma che spesso less is more, anche nel giornalismo.

martedì 4 giugno 2013

Chi ha bisogno dei giornalisti?


Il titolo è derivato da un bell'articolo del New York Times, testata che cito spesso ultimamente e non per caso. Si parte dal caso di Michele Bachmann, elemento di punta del movimento Tea Party americano e potenziale cavallo di razza repubblicano per la corsa alla prossima Presidenza, che ha deciso di comunicare la sua rinuncia alla candidatura al Congresso nel 2014. Dov'è la novità? Ha utilizzato solo un video su YouTube, non una tradizionale conferenza stampa. Tralasciando le motivazioni reali del suo ritiro, che lei non spiega nel dettaglio mentre altri ci provano, quello che è interessante è la scelta di ignorare i media tradizionali per parlare direttamente verso il proprio pubblico/elettorato (disintermediazione direbbero quelli bravi ma a me questo termine piace davvero poco). Dopo aver guardato il video, ecco alcuni consigli che, umilmente ma non troppo, darei sia al comunicante solitario che al giornalista non invitato alla festa.

Comunicante solitario: hai a disposizione strumenti molto potenti per comunicare senza avere la necessità, come qualche anno fa, di passare per le forche caudine della stampa con le sue domande scomode. Perché perdi questa opportunità non solo facendo un video autoreferenziale, ovattato, con una musichetta in sottofondo che dopo 10 secondi diventa noiosissima, ma anche senza dare "la" notizia, ossia il perché ti ritiri? La regola base di ogni comunicazione è che devi dare al tuo interlocutore una news che giustifichi il tempo che lui perde a leggere o ad ascoltare quello che dici. Se non la dai, le musichette e la bravura di chi ha ripreso il video non bastano. Guardi me ma parli da solo. Una non notizia non la si comunica, neanche su YouTube.

Giornalista non invitato alla festa: è un mondo molto diverso rispetto a quello di qualche anno fa, non è più il politico o l'azienda che ti deve invitare agli eventi ma sei tu che lo devi seguire, ovunque vada. Comodo era il tempo in cui, tra agenzie, comunicati stampa e inviti, ti arrivava tutto sul PC, in redazione. Ora il giornalista deve nuovamente muoversi, andare a cercare la notizia dove c'è, analizzarla e spiegarmi perché è importante. Il dove non è solo un luogo fisico ma anche virtuale, su Internet, sul profilo Facebook, su Twitter e su YouTube. Il perché è presto detto: volente o nolente, a noi cittadini i giornalisti servono. Non siamo in grado di analizzare tutte le informazioni che ci arrivano, abbiamo bisogno di qualcuno che ci dia una mano a capire, a interpretare, a farci un'opinione. Il problema è che anche il giornalista deve essere consapevole di questo nuovo ruolo, che in realtà è vecchio: deve andare a cercare la notizia, senza aspettare l'invito.

"Dobbiamo essere in grado di entrare nella mischia e spuntare fuori all'improvviso" sottolinea l'autore dell'articolo del New York Times (traduzione mia, non letterale). Sta tutto qui ma non è affatto facile, come spiega bene Giuseppe Granieri. Né per il comunicatore non più solitario né per il giornalista imbucato alla festa. Ma i lettori e gli elettori esigono che ognuno svolga il proprio compito a dovere. Sono loro che pagano i loro stipendi, alla fine. Ricordiamocelo.

martedì 28 maggio 2013

I minori sui media, social e non: iniziamo a rifletterci su


Leggo oggi un bel post di Massimo Melica sulla sempre troppo poco trattata relazione tra minori e giornalismo/comunicazione. Come gestire correttamente una notizia, di quelle brutte della cronaca ma non solo, che riguarda un minore? I giornalisti hanno regole piuttosto precise, che talvolta non rispettano ma che ci sono e sono molto chiare (essendo giornalista, le ho studiate). Consiglio a tutti di leggersi la Carta di Treviso, un manifesto di rara sensibilità che sottolinea non solo la tutela giuridica degli under 18 ma anche le responsabilità che si assume il maggiorenne giornalista che ne scrive e li fotografa. E c'è di più. Viene tutelato il principio di "difendere l'identità, la personalità e i diritti dei minorenni vittime o colpevoli di reati, o comunque coinvolti in situazioni che potrebbero comprometterne l'armonioso sviluppo psichico".

La Carta di Treviso è del 1990, è stata successivamente rinnovata e rivista nel 1995 e nel 2006. Per adeguarla alle nuove necessità, soprattutto in termini di strumenti di comunicazione, c'è stata un'attività di promozione della stessa nel 2012 ma, come appare subito evidente, c'è un grosso limite: è riservata ai "media" tradizionali. Era il 1990 e Tim Berners-Lee avrebbe definito il protocollo HTTP, il cuore di Internet, solo un anno dopo. Ora è evidentemente inadeguata a gestire il panorama mediatico attuale, il tempo passa per tutti, anche per le buone cose. Come dimostra anche il caso citato da Massimo Melica: c'era fretta di pubblicare la notizia, si è lasciata la foto di un amico (forse un minore) che non c'entra nulla col fatto. Una scelta infelice: io, lettore, avevo intuito che era il fidanzato presunto colpevole. Non una cosa da poco se si vuole tutelare l'armonioso sviluppo del ragazzo ritratto.

Il giornalista però si pone il problema, sa le proprie responsabilità, può spiegare le motivazioni (come fa a Melica) ed è già un atto importante. Se c'ero io col mio smartphone e i miei, diciamo, 10mila follower su Twitter (ne ho 1/25, per la cronaca), mi sarei fatto dei problemi a fotografare la scena e a condividerla? E se c'erano dei bambini? E se avessi legato alle immagini giudizi affrettati e non verificati (a proposito dei giudizi sommari 2.0, leggete qui)? Il problema non è piccolo: ognuno di noi oggi è produttore di contenuti e le responsabilità sul web sono difficili da attribuire e tutelare. Lungi da me pensare alle censure ma, lo voglio sottolineare bene, la Legge vale anche su Internet. Per questo, è bene iniziare a porsi il problema di gestire le immagini online di qualcuno. Iniziando da quelle dei nostri figli, ma questo sarà per il prossimo post.

(Photo credits: l'immagine, famosissima, è di Anne Geddes, modificata da me)

martedì 30 aprile 2013

Trovare notizie d'oro in un fiume di chiacchiere


Prendo spunto da un post di Massimo Melica sugli "imbecilli digitali" per fare una velocissima riflessione. Quando si parla di un fatto di cronaca piuttosto rilevante, ormai vediamo sempre la stessa struttura. I media cercano di rincorrere (inutilmente, gara persa in partenza) i social network per vedere di dare scoop continui per soddisfare la voglia di informazione di lettori e utenti. Con il risultato di dare notizie non controllate e trovate su fonti non verificate, danneggiando proprio quei lettori che vorrebbero informare. Dall'altra, ci sono i Social Network, dove inizia una gara spasmodica alla ricerca della battuta dell'anno (il 99% delle quali sono un misto di cattivo gusto, facili giochi di parole e sfoghi estemporanei fuori dal contesto). Una persona che cerca informazioni online fa una fatica incredibile a trovarle. Paradossale, no?

Cosa voglio dire con questo? Che abbiamo mezzi potentissimi, come abbiamo visto per i fatti di Boston, ma li stiamo utilizzando male. Gli imbecilli ci sono ovunque, in rete come per strada, e ogni facile generalizzazione (da "il popolo della rete" in giù) non avvantaggia nessuno e danneggia tutti. Come ho sempre detto, l'esempio nella gestione delle notizie lo devono dare i giornalisti, che mai come ora hanno trovato un ruolo vero: non trovare lo scoop cercando nel cestino di un ricercato ma setacciando e controllando la Rete per trovare un filo conduttore che faccia capire a noi cittadini cosa succede accanto a noi. Noi, coi nostri smartphone e i nostri tablet, possiamo essere molto utili a dare informazioni in tempo reale su un accadimento. Senza però illuderci di essere i nuovi Montanelli e neanche i nuovi Totò.

Come ho sempre detto, tra utenti e giornalisti ci deve essere collaborazione, non contrapposizione. E i giornalisti devono dare il buon esempio. Se no sfrutteremo male i mezzi e i dispositivi che abbiamo, perdendoci in una marea di chiacchiere del tutto inutili. E nemmeno divertenti.

(Photo credits: blog Certi momenti).

giovedì 18 aprile 2013

L'irrefrenabile voglia di scoop genera mostri informativi


Diffidare sempre da qualsiasi media il giorno di un evento di particolare importanza: l'irrefrenabile voglia di dare scoop genera mostri informativi. Non solo nelle testate giornalistiche, anche in ognuno di noi. Inutile prendersela sempre con i redattori, anche noi siamo produttori e amplificatori di news piuttosto potenti se sappiamo usare Internet e i Social Network. Prendere le notizie, analizzarle e verificarle, per quanto possibile, deve diventare una responsabilità condivisa e personale, se vogliamo migliorare la qualità dell'informazione. 

Qualche facile esempio derivato dal caso della maratona di Boston:
Ce ne sono altri (vedi qui), questi comunque bastano. Io ho sempre detto, parlando spesso di fact checking, che la velocità è una cattiva consigliera e che la credibilità bisogna guadagnarsela. Lo dicono molto meglio di me due frasi, di cui una molto illustre.
"We still do not know who did this or why, and people shouldn’t jump to conclusions before we have all the facts." (Barack Obama, durante la conferenza stampa post esplosioni).

giovedì 4 aprile 2013

Notizie bomba, diverso calibro: il caso Corea del Nord

Ieri notte apro il sito del Corriere e vedo in home page una notizia bomba (letteralmente): la Corea del Nord pronta a fare un attacco atomico verso gli Stati Uniti. Oddio. Che è successo?

Mentre mi faccio delle domande, rifletto. Ho fatto la mia tesi universitaria su un programma atomico (quello francese) e le sue ripercussioni nelle relazioni internazionali, un po' me ne intendo di quelle logiche. Pare strano, per me andrà così, prendendola con ironia. Allora vado a vedere i siti dei due principali quotidiani italiani e quelli dei loro omologhi statunitensi. Le notizie sulla Corea sono sotto, evidenziate in rosso. Trovate voi stessi le differenze nei toni, nei contenuti e nel posizionamento. Poi cercate di fare una serena riflessione sul mondo dell'informazione in Italia. Sempre utile.




Aggiornamento del 4 Aprile 2013 
Le news atomiche dalla Corea sono scese giù di parecchio nelle home page nostrane, posizionandosi tra i mal di pancia della Clerici e una Ford "alata". Tanto rumore per nulla (vedi qui). E come volevasi dimostrare.

martedì 2 aprile 2013

Uscire dalla caverna, seguire la luce

Possono dei cavernicoli insegnarci qualcosa? Sì, se andate a vedere i Croods al cinema. Parto da una premessa: ci sono andato coi miei figli (anni 4 e 1), per cui la mia attenzione era dedicata alla loro soddisfazione, visto che era la prima volta per entrambi davanti al grande schermo (è andata benissimo). Tornando a casa, mi chiedevo il perché quel film mi fosse piaciuto tanto: è fatto bene, è molto divertente, visivamente offre scenari favolosi e inconsueti per un film di animazione, tutto giusto, ma c'era di più. Stamattina ho letto questo post di Michele Vianello e mi si è chiarito il quadro. Un film ottimista, al di là dello scontato lieto fine, che manda un messaggio preciso: per sopravvivere bisogna cambiare.



La prima lezione che ci viene data è che tra tutti i protagonisti, in linea di principio, nessuno sbaglia. Il padre è iperconservatore per esigenze di sicurezza e lo si capisce, tuttavia comprende che deve cambiare durante il film (un po' come il Dragon Trainer, altro film eccezionale e incredibilmente sottovalutato). La figlia vuole rompere lo schema familiare che le tarpa le ali, esce dal nido sicuro rischiando di suo e trova chi le da risposte diverse. Il ragazzo sconosciuto e "progressista" che subisce inizialmente la forza bruta dei cavernicoli ma, poco a poco, li convince della bontà di cambiare prospettiva. La nonna che capisce, tra i primi, che il nuovo ragazzo può dare risposte a domande che ancora non ne hanno. Si intuisce perfettamente come tutti i personaggi facciano scelte diversissime ma tutte logiche, basate su quello che sanno e che hanno visto. Sopravvive solo chi ammette di aver sbagliato, anche solo nel giudicare le cose che non si conosce direttamente.

Il film può essere una lezione perfetta sia per il mondo dell'editoria che per quello della comunicazione d'impresa. Due frasi su tutte: "questo è solo l'inizio della fine, la fine della fine deve ancora arrivare" e "segui la luce fino alla salvezza". La caverna sicura crolla, il mondo là fuori è pericoloso ma solo se si capisce di dover seguire una nuova strada si sopravvive. Prima non c'era bisogno di avere idee per salvarsi, ora sì. Guardate il salto nel vuoto (letterale) del padre cavernicolo alla fine: la lezione sta tutta là. E vi divertirete pure.

giovedì 28 marzo 2013

Come fare un buon fact checking


Si parla tanto, troppo, di fact checking ultimamente. In realtà, quasi sempre lo si usa solo per fini molto specifici, spesso per confutare una singola affermazione che non resterà comunque nei libri di storia. Spesso poi il problema è legato al "controllore" che non è evidentemente un soggetto super partes (come dovrebbe essere un giornalista, in teoria) ma che tende a elevarsi a giudice imparziale di una questione che gli interessa da vicino, scegliendo accuratamente cosa verificare e cosa no ("cherry picking" dicono gli anglosassoni). Non è facile fare fact checking.

Un bell'esempio di verifica dei fatti diffusi dai mass media ce lo da oggi Paolo Attivissimo, che tutti conoscete. Una premessa: ieri sentivo alla radio una notizia allarmante sul più grande cyber-attacco della storia, "una specie di attacco nucleare" a Internet. Per quanto riguarda la mia esperienza, e non sono un tecnico, non avevo avuto nessun problema, né rallentamenti né problemi di connessione a Internet coi miei cellulari. Bah, mi sono detto, sarò stato fortunato. Oggi leggo l'articolo di Paolo Attivissimo, che essendo esperto in materia e molto tenace, ha fatto qualcosa che teoricamente potevamo fare quasi tutti: ha preso Google e si è messo a cercare conferme, fatti, numeri. Ovviamente, lui sapeva dove andare, dove trovare le fonti più autorevoli, ha usato un metodo e ha consultato svariate fonti, anche quelle che non andavano a supportare direttamente la sua teoria. Alla fine, viene fuori che l'attacco c'è ma che certi paragoni atomici, ad oggi, è meglio lasciarli stare.

In più, cosa da segnalare, mi fa conoscere il "principio di Belzebù" del giornalismo: mai fidarsi di notizie che provengono da una fonte interessata. Utilizzando questo semplice ma utilissimo principio, possiamo smontare anche molti articoli che controllano i fatti, se la parte che giudica ha un conflitto di interessi con la notizia che controlla. Ho detto più volte che il fact checking non è cosa per tutti, ci vuole metodo, esperienza, professionalità e competenza. E un consiglio, diffidate sempre di chi, in questi articoli, dice di voler "trovare la verità". Il fact checking serve per ottenere la verificabilità di una notizia, non la verità. Una notizia verificabile può essere falsa mentre una notizia non verificabile può essere vera. Questo può essere un buon punto di partenza per diventare un buon fact checker.

mercoledì 13 marzo 2013

Segnali dal futuro dell'editoria

Tra ieri e oggi ho visto tre notizie che, analizzate insieme, cominciano a dare qualche spunto per capire come sarà l'editoria del futuro prossimo venturo. Le analizzo velocemente, in ordine di "innovatività":
  • I dati ADS si adeguano al presente: i dati sulle diffusioni dei giornali italiani includono (finalmente) anche le edizioni digitali, in modo tale da dare, oltre alle belle cornici di parole, anche i numeri. I risultati sono superiori alle aspettative, non solo le mie. Questo significa che, anche in un Paese come il nostro dove i cittadini leggono poco (il primo quotidiano italiano vende 457mila copie, il primo inglese, The Sun, 3 milioni), le edizioni su tablet riscuotono un buon successo, con 45mila copie digitali a testa per Sole, Corriere e Repubblica. Per carità, c'è ancora molta strada da fare per compensare le perdite della carta, nell'ordine di copie e di euro incassati con la pubblicità, ma sono segnali incoraggianti.

  • Il sito resta centrale: il New York Times ha dato ieri un'anticipazione su come sarà il loro nuovo sito. Pulito, minimale, interattivo e, apparentemente, molto semplice da leggere (sembra un'applicazione per tablet). In più, del tutto aperto ad accogliere i giudizi e le opinioni dei suoi lettori, per instaurare quelle conversazioni di cui parliamo, in teoria, da tempo. Il giornalismo si adegua al mondo che cambia, scende dal piedistallo e si propone in modo più diretto e meno autoreferenziale. Non ho alcun dubbio che il modello del sito del NYT sarà preso ad esempio da decine, o centinaia, di altri quotidiani nel mondo (come ho già scritto, Il Sole 24 Ore ha dimostrato già di essere sulla buona strada). Ma la differenza sta nell'approccio, non nell'Html.
  • Contenuti e immagini, una relazione sempre più speciale: nel modello di vendita e fruizione dell'informazione del prossimo futuro, l'abbinamento tra testo e immagini (video e foto) sarà fondamentale. Perché i contenuti dovranno essere complementari tra loro e offrire ai lettori una facilità di lettura che oggi non hanno. Un esempio potrebbe essere quello di Icon Times, citato da Pier Luca Santoro, un nuovo modo di aggregare le notizie per abbinare velocità e semplicità di scelta delle notizie. Ma, ripeto, già Aldo Manuzio (e Luisa Carrada) ci aveva spiegato come testi e immagini debbano compenetrarsi tra loro, ben prima di Internet e tablet. Tornare al passato per scoprire il futuro, una lezione molto utile anche per il giornalismo. 
Insomma, tre bei segnali su cui riflettere. Con una conferma: al di là di mode e nuovo che avanza, il sito continua a essere centrale per ogni progetto di comunicazione, perché è un punto di riferimento chiaro, continuo nel tempo e controllato da chi lo fa. Non sono tre vantaggi da poco.

venerdì 1 marzo 2013

Credibilità e titoloni

Un esempio della crisi d'identità della stampa, oggi. Il Corriere della sera titola, come prima notizia sul suo portale: "Renzi: sono pronto a fare il premier". Titolo forte, roboante, d'effetto: qui l'articolo. Il problema è che, io come tanti altri, abbiamo il brutto vizio di leggere anche l'articolo, non solo il titolone. Andando oltre al secondo paragrafo, come dice una vecchia regola. Uno su tutti, Enrico Sola, @suzukimaruti su Twitter, commenta la cosa.
Leggiamo l'articolo appunto. Si scopre che Renzi dice, testualmente:
Vedo che alcuni giornalisti scrivono che io potrei fare il premier, che potrei fare il segretario. Tutte illazioni. E cavolate. La realtà dei fatti è questa: io non mi farò mai cooptare dal partito. Manco morto! Nessuno dei vertici potrà mai dire: "Il nostro prossimo candidato premier sarà Renzi". Perché a quel punto io dico: no, grazie. Altra cosa è se il Partito democratico va alle consultazioni da Giorgio Napolitano con una rosa dei nomi. Cioè, senza dire che la richiesta è quella di Bersani secca. 
Cioè il titolo non ci azzecca nulla con l'articolo? Esattamente. A una lettura più attenta, si capisce bene che non si tratta di un'intervista a Renzi ma di un collage di dichiarazioni, dove quindi la libertà della giornalista che l'ha scritto è molto, molto ampia (cherry picking e dintorni, insomma). Dopo pochi minuti, arriva la smentita su Twitter del portavoce del sindaco di Firenze, Marco Agnoletti, la vedete qui sotto.
Non penso necessitino commenti ulteriori. Parliamo di Corriere della sera, primo giornale italiano per numero di copie vendute (in crollo verticale, comunque). La mia l'ho già detta: per i media in generale il futuro si gioca sulla credibilità. Vale anche per i titoli, se non fosse chiaro.