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mercoledì 29 aprile 2015

Quattro lezioni di marketing per le PMI


Le PMI possono imparare a "fare marketing" dalle grandi aziende? Un interessante articolo pubblicato da Forbes sostiene che è possibile, anzi che dovrebbero farlo. Condivido. Ovviamente bisogna adattare quelle idee a scenari diversi, con budget e obiettivi più limitati ma, non per questo, meno significativi. A mio parere, l'ordine indicato dall'articolo può essere adattato meglio allo scenario italiano "rimescolando" i vari punti. Si tratta di un punto di vista che potrebbe essere un buon inizio di un buon dibattito.

  • Pianificare le notizie da veicolare: le grandi aziende hanno team dedicati, strumenti importanti, budget ad hoc. Le PMI però possono decidere di programmare gli annunci da fare, dando modo e tempo ai propri dipendenti (che al 95% non "veicolano contenuti" per mestiere) di preparare articoli e news interessanti. Questi annunci possono cogliere le opportunità di visibilità offerte da scadenze normative o eventi, che hanno date prevedibili. In più, si genera una costanza di comunicazione che può portare solo benefici alla credibilità aziendale.
  • Cercare collaborazioni e partnership: le aziende medio/piccole in Italia sono abituate a vedersi "sole contro il mondo" e a guardare le altre imprese come veri e propri nemici, non come normali avversari che perseguono normali obiettivi di business. In realtà esistono opportunità di collaborazione che potrebbero portare benefici a entrambi i partner, anche solo iniziando a fare quattro chiacchiere su progetti specifici. Solo che si ha paura "che ci rubino quelle idee mirabolanti che non abbiamo ancora ben chiare neanche noi". 
  • Dotarsi degli strumenti giusti con costi giusti: oggi esistono software a basso costo che permettono a una PMI di fare campagne di direct marketing, gestire il CRM e analizzare nuove opportunità di business in modo efficace e completo (vedi qui). Spesso si pensa che siano strumenti sovradimensionati. Spesso, per questo motivo, neanche li si valuta con attenzione. Spesso si sbaglia.
  • Creare un network di media che dia visibilità ai prodotti: spesso le aziende pensano che si possa andare sui media solo pagando cifre esorbitanti in pubblicità e redazionali. In realtà siti e riviste specializzate cercano continuamente buoni contenuti da riprendere, pubblicare e analizzare. Il problema sta spesso nel fatto che non si creano "buoni contenuti" ma articoli autoreferenziali e ripieni di copia e incolla tratti dalle brochure commerciali. Diciamolo insieme: tranne noi, chi li pubblicherebbe?

L'articolo di Forbes cita altri due punti, ossia automatizzare la gestione dei social media e portare avanti iniziative per far si che i nostri partner/clienti parlino di noi. Io consiglierei a chi legge queste righe a fare una riflessione sui primi quattro punti. Sarei già contento.

venerdì 9 gennaio 2015

Non sono solo vignette

Nelle ore successive al vigliacco attentato a Parigi alla redazione di un giornale satirico da parte di due terroristi, tra le mille questioni (vedi qui) se ne è posta una che mi ha fatto riflettere. Nel dare la notizia si doveva o non si doveva pubblicare quelle vignette
Prestigiose redazioni hanno detto la loro, come è giusto che sia: ognuno fa le sue scelte, ha la sua linea editoriale e dei principi che ne regolano il funzionamento. Alcuni hanno deciso di sbatterle in prima pagina, altri no, creando riflessioni serie sul tema della libertà di espressione. Qui però, a mio parere, la questione è diversa. Le vignette sono parte integrante di questa notizia, in quanto esprimono il "perché" un fatto è avvenuto. Il "perché" è un elemento imprescindibile del dare una notizia, come prevede la regola aurea delle 5 W, e uno dei principali valori aggiunti del giornalismo. Ti spiega i fatti. Per questo, seguendo la regola, ogni giornale avrebbe dovuto pubblicare il movente della strage, per spiegare al proprio lettore perché è nata quella azione e dargli una chiave di interpretazione.

Le vignette sono nate insieme al giornalismo e, in particolare, quelle molto dirette fanno parte della tradizione dai tempi della nascita delle Gazette americane. La prima, pare, la fece Benjamin Franklin. Fa specie pensare che tanti mass media, in particolare americani, abbiano deciso di non pubblicarle, adducendo le più varie motivazioni. Una delle più preoccupanti, forse, è quella espressa dalla CNN. Ripeto, ognuno nella sua redazione fa come gli pare ma ricordiamo che il rispetto per il lettore deve venire prima di tutto. Se non è così, aboliamo le 5 W, direttamente.

Personalmente, la prima pagina che avrei fatto io è quella de L'Echo: nero a lutto, frase ad effetto, tante vignette e non solo quelle "incriminate". Niente foto dei killer: troppo facile. E sbagliato.

martedì 25 novembre 2014

Repetita iuvant?


Ho appena finito di leggere un libro che parla di relazioni, di media digitali, di conversazioni. Si tratta di un'autrice davvero brava, che scrive come pochi, raramente banale. Eppure, pur formalmente perfetto, l'ho trovato privo di anima, di scintilla, di curiosità. Era come leggere una serie concatenata molto bene di pensieri (suoi) già letti, già scritti, già emersi. Il fatto è che quando le aspettative sono alte, come in questo caso, penso sia facile che accada. Ma non è questo il punto. Mi sono rivisto in modo chiaro in quel libro: da tempo, forse troppo, io e altri stiamo girando intorno agli stessi concetti, alle stesse (false) novità, alle stesse analisi. Lo stesso disco nel quale rimescoliamo solo le tracce. Quando guardiamo lo specchio, e non il numero di amici o follower, non vediamo niente di nuovo.

Internet non è più una novità da molto tempo, Facebook ha dieci (ripetiamo, dieci) anni, Twitter otto. Eppure siamo sempre lì a dire che le aziende non capiscono la rivoluzione che scorre sotto i loro piedi, che non fanno relazioni in modo giusto, che non scrivono contenuti interessanti. Lo storytelling? Ne leggo 10 al giorno di titoli di post sullo storytelling e non c'è nessuno di questi che mi dica qualcosa di nuovo. Questo è anche il motivo per cui questo blog non è più aggiornato due volte a settimana ma una al mese: qualdo leggo di un tema che mi ispira, faccio una ricerca e trovo un post già scritto, più bello, più interessante, più appassionato di quello che mi accingo a scrivere. Già all'interno di questo blog. E questo mi deprime un po'.

Io continuo a chiedermi come mai non esista ancora un social network aziendale che permetta alle aziende di trovare partner, clienti, rivenditori, fornitori senza ricorrere alle ricerche di Google. Possibile che se cerco un vecchio amico lo trovo in due secondi su Facebook o LinkedIn mentre se cerco un grafico devo andare a ripescare un vecchio biglietto da visita, chiedere a un collega o usare un motore di ricerca? Dai, non venitemi a dire che il grafico, lo stampatore o altre figure così le cercate su Facebook, non vi credo. Ed ecco, appare la scintilla, di queste cose ho scritto già e più volte.

I mercati sono conversazioni, si sa. Ma il Cluetrain Manifesto è del 1999. Sarebbe ora di aggiornarle, quelle conversazioni.

mercoledì 12 marzo 2014

Il futuro del giornalismo? Integrità e correttezza


Ho scritto spesso di come esista un territorio molto ampio tra come è percepito il giornalismo dagli addetti ai lavori e da tutto il resto del mondo. I primi vedono erose tutte le loro certezze, non esistono, ad oggi, modelli di riferimento per capire come sarà il giornalismo non dico tra 20 anni ma anche tra 5. I secondi invece vedono il giornalismo come lo si vede da sempre nel cinema e nei giornali, un mondo fatto da gente romantica a cui piace scrivere che va alla ricerca di notizie tra corruzione e affari sporchi, il tutto pagato da lettori e investitori in pubblicità. Ecco, questa distanza la spiega benissimo un articolo scritto da Margaret Sullivan, il "controllore" degli articoli del New York Times (il Public Editor, dicono loro). L'articolo è stato ripreso molto bene dal Post, che lo spiega e lo integra con altre riflessioni interessanti sul modo specifico della redazione di fare giornalismo.

Mi soffermo su due concetti fondamentali, e non solo per il New York Times. Gli strumenti cambieranno e molto velocemente, i modelli per portare avanti un giornalismo che faccia profitti (ok le belle storie ma non solo di questo vive il giornalista) devono ancora essere trovati, ci sono tante incertezze. L'unico modo di andare avanti è attaccarsi ai veri requisiti che fanno del giornalista, o di quello che dovrebbe essere, un vero, e utile, tramite tra una notizia e una persona comune: integrità e correttezza. Integrità vuol dire avere rispetto di chi legge, vuol dire citare le fonti di chi ha detto alcune cose, vuol dire avere a cuore il proprio lavoro e la propria passione. Correttezza significa dare notizie verificate e controllate, in più vuol dire ammettere di aver sbagliato e farlo pubblicamente, senza darci troppa enfasi ma con onestà intellettuale. Cito la Sullivan (tradotta dal Post):
Siamo tutti in una gara mondiale per dare le notizie subito. Ma la verità accertata è più importante che mai, e a volte è meglio rallentare. [Diversi recenti esempi] hanno ricordato l’importanza dell’informazione coi piedi per terra, soprattutto nelle situazioni concitate.
Integrità e correttezza vuol dire guardare al futuro tornando un po' al passato, quando le notizie erano pubblicate da pochi produttori di informazioni. Ora produttori lo possiamo essere tutti, basta un blog, ma alcune regole, quelle davvero importanti, contano ancora. Una di queste si chiama credibilità. Quella non si compra e, al tempo stesso, vale come l'oro. Oggi come domani.

venerdì 15 novembre 2013

Le notizie serie funzionano come quelle meno serie

Scrivevo questo quasi un anno fa:
Il giornalismo ha un futuro se offre qualità. In termini di quantità e velocità delle news, ci sono ormai altre fonti con prestazioni inarrivabili per una testata giornalistica: a noi lettori serve controllo, verifica, metodo, interpretazione, selezione. Non ci serve uno scoop, ci serve una mano per capire il mondo. Ma la qualità non è per nulla in conflitto con la semplicità.
Un mio pallino da sempre, quello che il futuro dell'informazione non sta solo in storie brevi, divertenti, di facile impatto (gattini e affini, insomma) ma anche nella qualità. Tante volte accade un po' di sconforto quando vedi tanti "boxini morbosi" sulla parte destra di onoratissimi portali di informazione. Però, ogni tanto, ti arrivano delle conferme importanti e oggettive, condite con parole di persone che stimi, che forse il futuro vero è quello che intravedi tu. Annalee Newitz, citata da Giuseppe Granieri, dice cose che confortano in questo senso. E una ricerca, citata qui, segnala una controtendenza importante:
We’ve heard this a lot lately: Fun stories, not serious stories, work on social media.
But we’ve found otherwise. You can shape serious stories to make them shareable and more informative for the public. We’re not talking about watering down serious journalism — we’re talking about crafting stories for the digital audience.   
Creare storie in modo nuovo per nuovi lettori e un nuovo modo di leggere. Questa è la sfida che sembra funzionare già oggi. Ci stiamo ancora lavorando, per carità. Ma intanto godiamoci questa bella notizia. E buon venerdì.

lunedì 28 ottobre 2013

Il valore della credibilità


Nel post di qualche giorno fa analizzavo la scelta di grandi player del settore IT e tecnologico di presentare numerose, e pesanti, novità di prodotto lo stesso giorno, con qualche critica da un punto di vista del marketing (ha vinto il favorito, come volevasi dimostrare). Ho letto qualche articolo, molti tweet e tantissimi commenti entusiasti dei vari prodotti, di cui alcuni di persone invitate all'evento quali giornalisti, addetti ai lavori e blogger.

Lavoro nel settore della comunicazione da troppi anni per chiedermi, per l'ennesima volta, quanto una persona invitata a un evento e completamente spesata, o quasi, possa essere obiettivo in merito a cosa sta dicendo. Per carità, la stessa cosa vale per una persona alla quale si invia, gratuitamente, un prodotto in prova: come può parlarne pubblicamente male? Non c'è nulla di male, è comprensibile, ma c'è modo e modo. Però c'è qualcuno che delle piccole riflessioni obiettive in merito le fa e non fa male (eccone una qui sotto).
Quindici anni fa ero io lo stagista o il junior che inviava i nuovi prodotti di punta ai giornali specializzati per farci fare una "prova prodotto". Al di là che sperassi ardentemente di ottenete recensioni iperpositive (i responsabili marketing sono piuttosto "ottimisti" e io tenevo famiglia, ossia me stesso con casa a Milano), apprezzavo molto quelle persone che ne parlavano comunque elencando i pro e i contro, seguendo quindi la cosiddetta regola della prova su strada di Quattroruote, temutissima all'epoca come oggi dalle aziende stesse. Ce n'erano e avevano tutta la mia stima. Ora che la penna non è solo riservata ai giornalisti ma a tanti altri professionisti con significative tirature in termini di visitatori e accessi online, la questione si fa ancora più complessa.

Io dico la mia, ripeto, senza stracciarmi le vesti. Mi piacerebbe che chi scrive spiegasse in modo chiaro a chi legge semplicemente perché ne parla. Basta un semplice "siamo stati invitati qui a vedere le nuove..." oppure "ci è stata inviato questo prodotto da provare...". I tweet non valgono, se io leggo un contenuto questo deve essere spiegato lì, in quelle righe, non altrove. Non mi aspetto che mi dica chi paga (se paga l'editore e l'azienda investe un budget pubblicitario consistente nel giornale stesso, le differenze appaiono molto meno sostanziali) o che non ci sono conflitti d'interesse evidenti (vedi qui), mi aspetto solo di capire perché si scrive di quello, ossia dove sta la notizia (se c'è). E io, lettore, traggo le conclusioni.

La moneta su cui valutare le parole non è stabilita in euro ma in credibilità. Le marchette si vedono, non sempre ma molto spesso se ne annusa l'odore. Questo non giova a chi scrive né al brand di cui si parla. Se sentiamo quell'odore, la prossima volta semplicemente leggeremo qualcos'altro. E se il prodotto è davvero valido, sarebbe un vero peccato.

(Photo credits: Flickr, Steven Correy)

giovedì 18 ottobre 2012

The all-digital future


In un vecchio post (2 anni son tanti per un post), scrivevo che in quei tempi probabilmente si stava progettando quello che doveva essere "il Facebook dell'editoria". Il modello l'avevo riassunto in tre parole: semplice da leggere, gratuito (almeno per la grande maggioranza dei contenuti) e personalizzato (ognuno deve decidere i contenuti che gli interessano). Invece, ad oggi, non ce l'abbiamo ancora e non si vede neanche all'orizzonte.

Tuttavia, quel post mi è venuto in mente dopo aver letto oggi che il glorioso Newsweek andrà "all-digital" dal 1° gennaio 2013. Seguirà un modello di business di cui si sa ancora poco ma che è più o meno questo: contenuti tutti a pagamento, anche per mobile e tablet, affiancati ad articoli gratuiti disponibili su Daily Beast (megablog di cui da noi si parla pochissimo rispetto all'Huffington Post e non solo perché quest'ultimo ha la versione italiana). Tenendo conto che online l'unico modello di "poco gratis e molto a pagamento" che sembra funzionare è quello del "paywall" del New York Times, e non so quanto sia replicabile, questa è davvero una notizia.

Se il progetto Newsweek porterà risultati lo vedremo tra non molto. Quello che traspare ora è un'idea molto coraggiosa: le rotative ci costano troppo, andiamo solo online subito con un modello di business molto, molto semplice. Una scommessa in tutto e per tutto, vediamo l'effetto che fa. Visto che la quasi totalità degli editori contano ancora sui ricavi della carta (sul Giornalaio trovi tutto, ma anche su Wired) e anche quelli che hanno sposato la filosofia "digital first" non la abbandoneranno (El Pais, uno su tutti), questo salto assume un fascino analogo a quello di Felix Baumgartner. Certo, non sono folli come sottolinea bene Ezekiel su Twitter, ma dei coraggiosi sicuramente. Visto che nel futuro dell'editoria ci stiamo vivendo, in bocca al lupo a Tina Brown e ai suoi. E se il modello che funziona non sarà gratuito per gli utenti, pazienza. Felice di essermi sbagliato.


Aggiornamento del 26 Ottobre 2012
Sulla questione Newsweek, si sono state molte riflessioni interessanti citate da Giuseppe Granieri. Quasi tutte sottolineano che è un salto nel vuoto e basta. Che il paywall non servirà, che spegnere le rotative riduce i costi ma non offre alcun modello alternativo, che è solo un modo di tenere in vita artificialmente un vecchio e glorioso giornale con un modello di business che, semplicemente, "non funzionerà". Io resto a guardare, comunque. Ah, un'ultima cosa: vedendo i numeri, anche per il paywall del New York Times non sembrano tutte rose e fiori.
 

mercoledì 10 ottobre 2012

I limiti del fact checking

Quanto pesa una bugia nella comunicazione politica?
Il fact checking è un argomento affascinante, perché presuppone un orientamento qualitativo, e non solo quantitativo, verso la creazione di informazione (vedi qui). Allo stesso tempo, è un atto molto complesso da gestire perché ci vuole metodologia, professionalità ed equilibrio. Uno dei problemi principali è, ovviamente, l’obiettività del controllore: focalizzare la verifica su dati o fatti che si ritiene più importanti, anche in buona fede, mina il vero controllo, perché non si da al lettore una visione equilibrata del tutto. In gergo si chiama “cherry picking”: si analizzano solo i dati che confermano la propria tesi (dati oggettivi, per carità), ignorandone altri che potrebbero confutarla (pratica citata anche qui). Questo è solo uno degli aspetti più complessi, ce ne sono altri.

Ho letto un’interessante analisi del corrispondente di Time alla Casa Bianca sulla campagna presidenziale americana e sul cosiddetto "False Equivalence Dilemma". Detto in parole povere: scopro che Obama e Romney hanno detto, supponiamo, 10 bugie a testa, su vari temi. Chi è più ingannevole dei due? Come si fa a valutare il “peso” di quelle bugie nei confronti dei potenziali elettori? Il giornalista ne discute con esperti in materia e, alla fine, tutti concordano sul fatto che non esista una metodologia applicabile per risolvere questa controversia. Riflettendoci su, posso dire che non serve. Il “controllore dei fatti” ha già dato ai suoi lettori dei dati oggettivi da valutare e non può andare oltre, perché qui entra in campo la soggettività della persona. Per me una bugia può essere più grave di un’altra, perché dipende dai miei valori, dal mio modo di pensare, da quello che ritengo più importante. Non può esserci un dato oggettivo su questo. Anche i numeri hanno dei limiti.

Se una fonte di informazione mi dice che Obama ha detto 10 bugie e Romney pure, ha già fatto il suo lavoro. Anzi, se il livello è quello italiano, ha fatto molto di più. Un giornalista può anche dirmi chi è più bravo dei due ma su questo, alla fine, decido io, elettore. Probabilmente riflettendo su questi temi si arriveranno a sviluppare metodologie che riescano a evidenziare l’impatto di una bugia nei confronti della propria audience. Ma ci sono molti altri fattori. Lo stesso linguaggio del corpo è fondamentale per trasmetterci emozioni, prospettive, sicurezze che non possono essere pesate (prova a vedere qui). "La politica è un'arte, non una scienza esatta” disse Bismark nel 1884. Provate a confutare questa frase. Non ce la farete.

martedì 18 settembre 2012

Il fact checking in un'immagine

Il "fact checking" è un argomento che mi sta a cuore da un po' (vedi qui, qui e, soprattutto, qui le puntate precedenti): ritengo che sia uno dei fattori imprescindibili per costruire un nuovo modo di fare giornalismo. In un epoca di bombardamento di news, abbiamo bisogno di verifiche e professionalità per avere un'informazione affidabile e migliore. Tante molte mi viene chiesto cosa significa farlo bene, detto in poche parole, e non è sempre facile. Oggi invece riesco a spiegarlo in un'immagine, tratta dal sito del Washington Post. Parliamo del più antico giornale della capitale statunitense, quello che fece venire fuori il Watergate, unanimemente considerato il più autorevole quotidiano d'America dopo il New York Times (per il resto, basta Wikipedia). Tanto per sottolineare bene di chi stiamo parlando.


Partiamo dalle news di oggi: Romney ha fatto l'ennesima gaffe. Non è una notizia così clamorosa, ne fa numerose e puntuali. Andando a cercare sul Web, ho trovato una notizia di qualche mese fa, relativa al fatto che l'attuale candidato alla Casa Bianca per il partito Repubblicano avrebbe usato in una pubblicità uno slogan reso famoso dal Ku Klux Klan. Una news di un certo peso, insomma, legata a quello che all'epoca era il favorito delle primarie del GOP. E l'ho trovata sul Blogpost, il luogo delle "breaking news" del portale del Washington Post (che ha anche il Pinocchio Test sull'ultima gaffe di Romney).

Al giornale arrivano varie puntualizzazioni, che accusano il Post di aver sbagliato a intendere la frase ("Keep America American" invece del corretto "Keep America America"), di non aver capito che la pubblicità non era prodotta dallo staff di Romney ma da un gruppo indipendente e di non aver consultato il candidato né i suoi collaboratori per avere una conferma in merito. Come so tutto questo? Ricerche su Google? No, lo scrive l'editor del quotidiano stesso, non con un trafiletto in fondo ma sottolineandolo per bene la cosa sotto il titolo. Sbugiardano loro stessi pubblicando una frase molto forte e inequivocabile: this posting contains multiple, serious factual errors.

Non si fermano a questo, fanno una solenne autocritica con un'autoironia talmente graffiante da apparire davvero sincera. L'articolo originale iniziava con la frase "qualcuno non ha fatto le ricerche che avrebbe dovuto fare", accusando Romney e il suo staff. La rettifica sottolinea come sono loro stessi a non aver fatto le ricerche necessarie, molto più colpevolmente. Tutte queste informazioni pubblicate, inimmaginabili per un quotidiano nostrano, sono verificabili qui. Cosa significa questo? Che il Washington Post ammette i propri errori, ne informa direttamente il lettore con chiarezza e trasparenza, dimostrando così la propria credibilità. Non toglie i contenuti incriminati, anzi ne aggiunge.

Una lezione di giornalismo in un'immagine. Vuol dire che tutti i giornali anglosassoni sono bravi? No, io ne ho avuto testimonianza diretta. Quel che è certo è che qui viviamo ad anni luce di distanza dal Washington Post. Purtroppo.

mercoledì 11 luglio 2012

La velocità? Sopravvalutata


Un bel post di Massimo Mantellini ripropone un mio vecchio cavallo di battaglia: la "velocità smodata" di pubblicazione di una notizia ormai è un fattore secondario per un media. I Social Media da quel punto di vista sono imbattibili perché le notizie vengono generate e pubblicate dalle persone che quei fatti li vivono, in tempo reale. Una gara persa in partenza da ogni giornalista. Quello che manca a noi lettori non è la velocità, ma l'approfondimento, l'analisi, la spiegazione, ossia contenuti di qualità che gli utenti che twittano raramente possono garantire. In più, i media possono (teoricamente) offrire un autorevole ed efficace fact checking, ossia il controllo della notizia stessa. Ne avevamo già parlato io e PierLuca Santoro al Veneziacamp qualche mese fa ma rilancio la questione.

"I still don’t care who yells “first!” in the giant comments section that is modern journalism": questo il riassunto di questo bel pezzo di Poynter (grazie alla segnalazione di Giuseppe Granieri) Ormai i lettori hanno decine di fonti dirette da cui attingere, quello che vogliono in verità è la qualità. Quantità e velocità sono secondarie. Verissimo che gli scoop in anteprima, poco controllati o verificati, possono dare ottimi risultati nel brevissimo periodo ma sono gli obiettivi di medio-lungo periodo quelli che contano davvero. Io trovo molte più notizie interessanti su ProPublica che su decine di altri siti. Leggetevi questo approfondimento sulla "autosopravvalutazione" dei risultati ottenuti dalla polizia newyorkese nei confronti di possibili attacchi terroristici. Fatti, prove, verifiche, argomentazioni. Nella sostanza, pura qualità giornalistica. Questo vogliamo.

lunedì 16 aprile 2012

Appunti dal VeneziaCamp

Venerdì 13 io e Pier Luca Santoro abbiamo partecipato al VeneziaCamp per parlare di Fact Checking, Social Media e futuro del giornalismo. Una gran bella esperienza perché, come sempre accade, i camp permettono di conoscere direttamente molte persone che si sentono quotidianamente online, con molte conferme, tante sorprese positive e qualche rara delusione. Qui sotto vedete la presentazione che abbiamo tenuto.
Il fulcro della bella discussione che si è creata stava nel come il fact checking potesse e dovesse diventare un momento centrale del nuovo modo di fare informazione (come sostiene anche Clay Shirky). Questo significa che un nuovo modello di creazione di una notizia deve prevedere un confrollo dei dati e dei fatti citati, che deve coinvolgere il primis i giornalisti ma anche i lettori. Io e Pier Luca abbiamo citato due casi in cui noi, semplici fruitori di news, abbiamo verificato e chiesto conferme su una notizia a chi l'aveva creata, grazie ai mezzi che abbiamo a disposizione attraverso Internet (io per il caso di Costa Crociere, lui per quello di Mohammed Merah). I creatori e i fruitori di informazione devono indirettamente collaborare per affrontare e mettere ordine nel tornado informativo che ci colpisce tutti i giorni. La parola d'ordine è una sola: credibilità.

Il confronto sui vari temi, molto semplice e diretto, ha visto il coinvolgimento di Carlo Felice Dalla Pasqua, Vittorio Pasteris, Antonio Pavolini, Galdino Vardanega e molti altri. In più, nel corso dell'evento, ho rivisto vecchi amici come Gigi CogoAndrea Casadei, Giorgio Jannis e Gilberto Dallan e ho conosciuto molta altra gente interessante. In questi momenti ho visto persone davvero interessate ai temi che abbiamo trattato, ho sentito e percepito un reale coinvolgimento. Qualcosa di molto più intenso rispetto a un like o un retweet.

Aggiornamento:
la slide 30 parla di fact checking a posteriori, ossia la segnalazione di una correzione sull'articolo derivata da un controllo successivo. Durante l'intervento, si è detto che i giornalisti italiani non l'avrebbero mai fatto, perché avrebbe sminuito i loro articoli. Io rilancio: se lo fa il New York Times (vedi sotto), lo possono fare tutti.

lunedì 12 marzo 2012

Blogroll, Twitter ed El Pais, tutto in un solo post

Oggi faccio un post di tipo totalmente nuovo. Perché? Ho trovato in giro due o tre begli spunti su cui scrivere, che approfondiscono tesi che mi stanno care o di cui ho già scritto in passato. Invece di fare due o tre post singoli, li aggrego, ne faccio uno solo. Le motivazioni? Di ogni tema non voglio scrivere tantissimo, voglio solo porli come tema di approfondimento o discussione. Ogni tanto mi accorgo che tendo a scrivere sempre le stesse cose (la "maturità" avanza inesorabile), per questo cerco di puntare un po' più sulla qualità e non sui numeri. Lo so, facendo tre post diversi avrei più visitatori e visualizzazioni ma, per una volta, decido di fregarmene. Se non vedrete più post di questo tipo, capirete subito il motivo.

L'utilità del blogroll, oggi
In tanti si chiedono se oggi il blogroll, ossia l'elenco di siti interessanti che affianca i blog, abbia un senso, in un'era di Social Network, informazione veloce e in tempo reale. La domanda se l'è posta PierLuca Santoro, ossia una delle mie fonti di riferimento per quanto riguarda media e dintorni.


Io rispondo chiaro: sì, a me servono. Perché quando ho dovuto cercare fonti di qualità, mediate e autorevoli sulle quali informarmi, i blogroll di alcune persone di cui mi fido in Rete sono stati utilissimi. Mi hanno fatto trovare quello che cercavo in pochissimo tempo. L'alternativa? Google o una ricerca su vari Social Media, molto più incerta e time consuming. Come sempre accade, lo strumento in sé non è mai utile, lo diventa in base al contesto e all'opera di chi lo usa. Io credo sempre più a quanto mi dicono le persone rispetto agli algoritmi. L'avevo già detto qui e qui (uno dei due è il mio post più letto di sempre).

Il caso "dell" su Twitter
Non è il solito #fail di un'azienda alle prese coi Social Media, è qualcosa di più particolare. Leggete qui. In sostanza, se cercate su Twitter cosa comunica o cosa dice l'azienda americana Dell, ed è solo un esempio, trovate un miscuglio di informazioni eterogenee e per nulla legate tra loro. Perché il sistema legge sia la parola in sé sia la preposizione, segnalando ogni news che include "Dell", "dell'appartamento" o "Dell'Utri". Un problema magari da poco oggi ma che potrebbe però minare la credibilità di questo Social Media come fonte informativa nel prossimo futuro. Un caso isolato? Leggete perché non si può cinguettare "W l'Italia". Twitter può diventare davvero un'Ansa "user generated", a patto che lavori seriamente in questo senso. In primis, deve eliminare questi problemi (non troppo difficile ma non lo stanno facendo), poi deve progettare sistemi di Social Media Fact Checking che analizzino l'autorevolezza delle fonti e la credibilità delle notizie per evitare anche problemi nelle relazioni internazionali (più difficile). Ne ho già scritto qui.

Le interazioni tra media tradizionali e digitali
El Paìs, di cui sto seguendo l'evoluzione del progetto di integrazione tra cartaceo e digitale, ha infranto una barriera simbolica: ha sbattuto l'hashtag in prima pagina.


La cosa tecnicamente non ha alcuna utilità pratica (ovviamente il cartaceo non mi permette di cercare quella parola su altri profili o fonti, ossia ) ma dimostra, ancora una volta, l'attenzione della redazione agli sviluppi neolinguistici e neocomunicativi portati dai Social Media. In più, dimostrano che non vedono alcuna divisione tra il cartaceo e il digitale, dimostrando, coi fatti, la loro volontà: siamo gli stessi, ovunque ci trovi. Come ho già scritto, loro e il Guardian stanno sperimentando il futuro, da noi nessuno si è fatto avanti seriamente.

venerdì 2 marzo 2012

Follow the leader

El Pais (Spagna) ci ha dato un assaggio del futuro prossimo del giornalismo e dei media. Il Guardian (Regno Unito) rilancia in grande stile, con un geniale video sulla rivisitazione della storia dei tre porcellini vista con gli occhi di oggi (vedi sotto). Ci sono tutti gli aspetti fondamentali: coesistenza di notizie ufficiali e generate dagli utenti, redazioni liquide, integrazione in tempo reale di carta e digitale, fact checking delle notizie. E da noi niente? Per ora no, speriamo di vedere qualcosa a breve. Difficile aspettarsi qualcosa del genere da parte dei due grandi quotidiani nostrani, anche se si segnala un calo consistente nel numero di utenti dei loro siti. Forse sono "too big to try", in realtà spendono budget analoghi in altre cose (come sottolinea PierLuca Santoro su Twitter). Non ci resta che fare il tifo per quelli appena sotto, che qualche segnale l'hanno mandato: La Stampa e Il Sole 24 Ore (i cui utenti crescono e non di poco). Speriamo bene.

lunedì 27 febbraio 2012

Il futuro dei media: l'esperimento spagnolo

Leggendo un post di Luca De Biase, ho scoperto un'interessante ricerca fatta dal Berkman Center di Harvard sul rapporto tra giovani e media digitali per quanto riguarda la qualità dell'informazione. La si può scaricare qui, gratis e senza alcuna registrazione.Uno degli argomenti più rilevanti è che il grande aumento di produttori di contenuti avvenuto con Internet ha comportato una rivoluzione nel mondo dell'informazione. Di per sé, questa non può non essere giudicata una notizia positiva. Tuttavia, come accade sempre per questioni complesse come questa, c'è un altro lato della medaglia: le troppe informazioni rendono più difficile la selezione, la percezione della qualità e dell'affidabilità delle stesse. Come filtrarle? Su questo tema uscirà tra qualche mese un interessante libro di Alessandra Farabegoli che uscirà a breve, ma torniamo ai giovani.

I ragazzi, come facciamo tutti, cercano le informazioni con i motori di ricerca. La quantità dei risultati, non sempre ordinati secondo criteri comprensibili e chiari, genera frustrazione e ansia. Hanno poco tempo per trovare quello che cercano e la limitata qualità media di ciò che ottengono può comportare l'abbandono della ricerca. Oppure, aggiungo io, la selezione acritica delle notizie che si aspettano di trovare. Come ho già detto, io mi sono imposto di limitare le mie ricerche su Google per ottimizzare il mio tempo di ricerca e puntare su risorse informative di cui ho testato, nel tempo, la qualità e l'affidabilità. Le persone contano più di un algoritmo, almeno per ora. Questo tuttavia vale per le questioni che conosco bene, di cui ho riferimenti chiari ed evidenti. Per tutto il resto, i motori di ricerca sono l'unica alternativa a media tradizionali in forte crisi di credibilità (e di sostenibilità economica) in questa rivoluzione dell'informazione.

Cosa si può fare? Lo scenario è incerto e in evoluzione. Tuttavia, nonostante tutto, dei media abbiamo tutti un reale bisogno. Non abbiamo né il tempo né le competenze per selezionare tutti i tweet affidabili, ad esempio, in un flusso che sta diventando sempre più copioso. Ci serve qualcuno che faccia un rigoroso e credibile controllo dei fatti per conto nostro. Resto convinto che il giornalismo possa svilupparsi grazie a Internet ma, ad oggi, non esiste un modello preciso. Le riflessioni sono molte, le possibilità pure. Però mi sbilancio e scommetto deciso sul modello El Pais spagnolo, che sta portando avanti una rivoluzione coraggiosa dove la distinzione tra cartaceo e digitale non esiste più (vedi sotto). Un giornale che diventa rete, che va verso il lettore, che non ha paura di Internet, che vuole offrire "qualità e rigore" in ogni sua espressione, con qualunque mezzo. Questo probabilmente è quello di cui abbiamo bisogno.



mercoledì 22 febbraio 2012

The sun always shines on TV


Nelle ultime settimane molti articoli hanno enfatizzato il primato mondiale raggiunto dall'Italia a livello di impianti fotovoltaici installati. "Abbiamo superato perfino la Germania", questo il mantra (un esempio qui). Come bisogna fare sempre, c'è da entrare più nel dettaglio delle questioni per capire bene la situazione, compreso il rapporto sempre caldo (vedi qui) tra l'aumento dei pannelli solari (e degli incentivi a loro legati) e i costi delle bollette, che ho già analizzato. A me di avere più impianti di tedeschi, americani e cinesi fa piacere ma, come sempre accade per questo tipo di classifiche, non è la cosa più importante. Andiamo ad analizzare altre fonti in Rete, dato che abbiamo questa enorme possibilità di approfondimento e analisi delle notizie.

Il nostro primato è sottolineato da molte fonti, compreso Il Sole 24 Ore e molti media dedicati al settore Green (vedi qui e qui). No, aspettate un attimo. Gli ultimi dati tedeschi dimostrano che non c'è stato un loro calo, atteso a fine 2011, ma un dato record (vedi qui il documento ufficiale) che mette in dubbio anche il nostro primo posto. Dato che non stiamo facendo una competizione sportiva, del primato mi interessa poco: siamo vicinissimi al Paese che da un decennio è leader mondiale in questo settore ed è un dato di fatto positivo. Tuttavia, la domanda sorge spontanea: perché la Germania ha fatto questo sprint alla fine del 2011? Perché nel 2012 saranno nettamente ridotti gli incentivi. Il mercato tedesco ha superato certe soglie e, comprensibilmente, è stato deciso di diminuire l'impatto delle tariffe incentivanti. Questo ha comportato, allo stesso tempo, una brusca diminuzione dei prezzi dei prodotti, molto più significativa rispetto a tutti gli altri Paesi europei, altro fattore che ha agevolato questo piccolo boom.

Si capisce bene che le "classifiche solari" lasciano il tempo che trovano. Ma torniamo all'Italia. Abbiamo un numero elevatissimo di pannelli fotovoltaici ma installati senza criteri omogenei e senza un progetto industriale adeguato. Il 94% dei prodotti è realizzato in Cina e non esiste, oggi, un piano operativo di Governo che vada oltre il quarto Conto Energia. Abbiamo eccellenze a livelli di qualità produttiva che potrebbero sviluppare il business solare sia verso il mercato interno che estero, se adeguatamente supportate: l'integrazione architettonica e innovazione estetica degli impianti fotovoltaici potrebbero rappresentare nuovi campi per il "made in Italy". La nascita di altri conti energia negli Stati Uniti, in Giappone e, soprattutto, in Cina potrebbero essere opportunità fondamentali per le nostre imprese ma c'è la necessità che il Governo preveda un vero e proprio piano industriale in questo senso. Le PMI hanno già fatto miracoli, non possono farli per sempre.

Leggere sui media che siamo i primi al mondo nel fotovoltaico installato quindi fa sorridere un po' amaramente, perché forse stiamo perdendo un'occasione unica di rilancio economico. Mi piacerebbe leggere di un piano del Governo a lungo termine, con incentivi per la produzione e non solo per la realizzazione degli impianti. Qualche buona notizia c'è in questo senso: teniamo d'occhio queste news, non le classifiche. A proposito, sapete quanta energia elettrica produciamo con i pannelli fotovoltaici? Lo 0,6% del totale nel 2010 (dati GSE). La strada è ancora lunga.

(il titolo è derivato da una hit degli a-ha del 1985, la foto è mia, un'alba a Kangaroo Island, in Australia)

lunedì 20 febbraio 2012

Illusioni perdute, verità ritrovate

Le farfalle sulla RAI, prima di Sanremo 2012
L'enorme successo socialmediatico di Sanremo porta con sé alcune veloci considerazioni, una su tutte: si tratta della "ennesima conferma che i social media sono prevalentemente mezzi di distribuzione sociale dei mezzi di massa, con Facebook e Twitter a giocare ruoli diversi ma complementari alla diffusione promozionale dell’evento canoro nazional-popolare" (citazione da un post di PierLuca Santoro). Non si tratta di un dato di fatto di poco conto. I Social Media, oggi, anno del Signore 2012, svolgono prevalentemente un ruolo di supporto ai mass media, non alternativo. Questo mi è sempre stato abbastanza chiaro, visto che ho una formazione classica a livello di comunicazione e non ho mai postulato la supremazia di un media su un altro. Ma per molta gente, che si era fatta prendere la mano dalla "rivoluzione sociale", si tratta di un bagno di realtà oggettivo e utile.

Le analisi filosofico-sociali non sono il mio campo, a me è sempre importato l'aspetto relativo alla comunicazione aziendale. Ho sempre detto ai miei clienti che i Social Network non sono una necessità assoluta ("fish where the fishes are" dicono gli anglosassoni) e che, se si decide di utilizzare questi canali, si deve essere pronti da più punti di vista. Ma non fanno miracoli, mai. Per scrivere un capitolo del libro (ne saprete qualcosa di più a breve), sono andato a leggermi tutte le recensioni fatte qualche anno fa dai media, tradizionali e non, per l'avvento di Second Life. Ve li ricordate? L'entusiasmo era alle stelle e le multinazionali che avevano deciso investimenti cospicui. Poi, come sappiamo, si rivelò un fallimento, con migliaia di negozi e isole virtuali deserte e decadenti. Forse avevamo sopravvalutato tutti la cosa: per alcuni era stata un'ottima lezione, per tanti altri no.

Per mesi ho visto analisi e recensioni che sottolineavano la morte dei media tradizionali in un futuro prossimo, soppiantati dai Social Media: più veloci, più coinvolgenti, più personali. La tendenza mi sembra molto meno decisa e ineluttabile. I mass media si stanno trasformando, forse troppo lentamente, per venire incontro alle esigenze degli utenti e non stanno ottenendo risultati drammatici, tutt'altro. Un esempio, proprio legato indirettamente a Sanremo, è quello della Rai, che ha raggiunto risultati notevoli sul Web. Per questo, mi sembra utile ribadire che, come avevo già scritto per il giornalismo, stiamo vivendo un periodo di transizione di cui è difficile delineare gli scenari prossimi futuri. Di sicuro, i media tradizionali non moriranno così facilmente. E se ottengono questi risultati in termini di visibilità sui Social Network, forse anche a noi non dispiace così tanto. Neanche a chi, come me, non ha visto un minuto di Sanremo ma mica me ne vanto: ad ognuno il suo circo nazionalpopolare, senza vergogna.

giovedì 8 settembre 2011

Lo strano caso dell'assassino col coccodrillo verde

La protezione del proprio marchio è sempre una priorità per ogni azienda. Ma ci sono casi in cui questa attività di tutela deve gestire casi inaspettati e causati, paradossalmente, dal proprio successo. Pare che la Lacoste, notissima impresa produttrice di abbigliamento, stia cercando di difendere l'integrità del suo famosissimo coccodrillo da una potenziale crisi d'immagine (leggi qui e qui). Il logo dell'azienda, inconfondibile, appare spesso sulle polo indossate dal pazzo norvegese che ha ucciso 69 persone il 22 luglio scorso (di cui non scrivo il nome, volutamente). Per questo, l'azienda francese, a quanto pare, sta lavorando sotto traccia per fare in modo che il killer indossi abbigliamento diverso da quello prodotto da loro. Ci riusciranno? Vedremo.

Un caso sicuramente interessante a livello di comunicazione. Risulta chiaro a tutti che non ci può essere nessun legame tra la follia omicida e una polo, di qualunque marca sia, e per questo non dovrebbe rappresentare un problema. Ma la continua presenza di immagini che accostano il celebre coccodrillo verde a un efferato assassino non può certo far piacere ai vertici aziendali. Uno dei principali tabloid norvegesi, il Dagbladet, sostiene che l'assassino indossa queste polo perché sono un simbolo di "istruzione e di un carattere conservatore". Caratteristiche per nulla negative per l'azienda che le produce, se non fossero contestualizzate nel loro legame diretto con le deliranti parole di un pluriomicida. Allora la Lacoste fa bene a cercare di convincere la polizia norvegese a trovargli un guardaroba diverso?

Dico la mia: non si può pensare di evitare casi simili. Non si può impedire a qualcuno, neanche a un assassino, di vestirsi come vuole, di bere una certa birra, di usare una particolare auto. Lo stesso protagonista di American Psycho, famoso libro di Bret Easton Ellis, descrive minuziosamente tutti i marchi dell'abbigliamento che indossa lui e quelli che incontra, quasi tutti di aziende con marchi prestigiosi e affermati, spesso italiani. Non mi pare che questo abbia creato problemi nei confronti delle società stesse, anzi la definirei pubblicità gratuita. Dato che non c'è nessun legame possibile tra il marchio e il crimine, se fossi il responsabile comunicazione di Lacoste probabilmente sottolineerei che l'azienda è vittima del proprio successo commerciale. "Le nostre polo sono talmente diffuse che vengono indossate anche da un criminale efferato. Ci dispiace ma, purtroppo, non ci possiamo fare niente". Non farei pressioni, è una non notizia: se avesse magliette di H&M o di qualunque altra marca sarebbe un assassino diverso? 

Per chiudere, dal 1933 la Lacoste continua a vendere polo dove campeggia l'immagine di un "rettile squamato, carnivoro e talvolta cannibale, che vive in laghi e paludi" (che René Lacoste mi perdoni). Se l'azienda si è conquistata la fama di produttrice di abbigliamento per persone istruite e conservatrici, evidentemente i clienti hanno guardato altre cose. Voi che ne dite?

giovedì 1 settembre 2011

La passione dell'algoritmo per la qualità

La qualità paga, sempre. Magari ci mette un po' di tempo, magari ti fa andare in bestia vedere che altra gente spende meno tempo e meno attenzione di te su molti particolari del tuo lavoro e ottiene buoni risultati. Ma se si vuol essere sicuri di ottenere un risultato, puntare sulla qualità è sempre un'ottima soluzione. Intendiamoci, può essere positivo o negativo, mica viviamo in un mondo perfetto. Ma avendoci messo tutto quello che avevi, ti porterà comunque delle indicazioni fondamentali (compresa quella che stai forse sbagliando qualcosa).

Questo assunto è particolarmente importante per i contenuti sul Web e due notizie di cronaca d'agosto portano alla ribalta l'importanza della qualità in quest'ambito. Come segnala un post del sempre ottimo Tagliablog, Google sta introducendo un nuovo algoritmo di ricerca, denominato Google Panda, che vuole aiutare gli utenti a trovare nelle loro ricerche contenuti "high quality". Un attimo: come fa un modello matematico, per quanto evoluto, a decidere quali sono le informazioni di qualità? Provano a spiegarlo qui, ammettendo alla fine che è molto, molto difficile. I parametri più interessanti per determinare la qualità tra quelli citati sono questi:
  1. Evitare duplicazioni di informazioni e testi ripetitivi e ridondanti;
  2. Evitare errori di ortografia e sintassi;
  3. Realizzare contenuti e ricerche originali, non copiati da altre parti;
  4. Evitare troppi spazi pubblicitari all'interno dei contenuti;
  5. Realizzare una completa e precisa descrizione del tema che si sta affrontando;
  6. Valorizzare gli autori dei contenuti e la loro competenza in materia;
  7. Analizzare gli input dati dagli utenti, in termini quantitativi (numero visitatori, tempo di permanenza sul sito, etc.) e qualitativi (commenti, suggerimenti, critiche, etc.).
Pur essendo sicuro che i contenuti realmente validi possano essere valutati davvero solo da una mente umana, almeno per il momento, restano indicazioni molto utili e pienamente condivisibili. Perché la via tracciata per i motori di ricerca del futuro prossimo si riassume in "diamo sempre maggiore qualità ai nostri utenti". Parlo al plurale e non è un refuso, giusto per restare coerenti col punto 2. Anche Bing, il motore di ricerca di Microsoft, sta andando nella stessa direzione. Una delle prove è questo documento, anch'esso realizzato per segnalare agli utenti l'importanza di creare contenuti di qualità per essere trovati più facilmente. I consigli sono molto simili a quelli già segnalati, si aggiunge il fatto di non mettere video troppo lunghi (concordo) e di evitare l'utilizzo di strumenti di traduzione automatica perché le lingue vanno trattate con molta attenzione (sottoscrivo).

Non voglio addentrarmi di più sulla questione, non sono un esperto di SEO e sono un accanito sostenitore dell'assunto "a ognuno il suo mestiere". Tuttavia questa ricerca di qualità nel grande mare dei contenuti che è, oggi, Internet non può lasciarmi indifferente. In un post di qualche tempo fa (Giugno 2010) sottolineavo come fossimo in un momento di passaggio (tra vecchi e nuovi media) ma che i contenuti di qualità erano destinati ad emergere per diventare sempre più protagonisti. Sono contento che Google e Microsoft, perennemente in guerra fredda, siano concordi su questo. L'algoritmo ha preso punti oggi ma io preferisco sempre, e di gran lunga, l'uomo, soprattutto colui che scrive quei contenuti di qualità.


Photo credits: Flickr, Beniamino Baj

lunedì 22 agosto 2011

La pubblicità è l'anima della crisi (e non solo quella economica)

Quest'estate sono rimasto sfavorevolmente colpito da molte iniziative pubblicitarie di dubbio gusto. E ho fatto "sentire la mia voce" in rete nei confronti di aziende che promuovevano messaggi sconclusionati, poco efficaci e poco attenti al target. Non sono un bacchettone, una campagna con immagini forti non mi ha mai imbarazzato se l'idea che ci stava sotto era buona. O almeno c'era. O al limite si riusciva a comprendere. Invece ultimamente vedo molte campagne che tendono a colpire (come è giusto che sia) ma in modo fine a sé stesso. Forse la causa è che mancano i soldi, sicuramente mancano pure le idee. Come se qualcuno volesse colpirti con un pugno sullo stomaco non perché ce l'ha con te ma solo per fare la figura da macho con la possibile fidanzata. Semplicemente, un'idea sbagliata.

Ho visto sederi messi in primo piano, con mutande e scarpe di contorno, per motivi assolutamente oscuri (anche se in parte la spiegazione l'ho data qui) e fantomatici, e poco credibili, evasori fiscali bacchettati come parassiti della società (spot già ampiamente analizzato, e bocciato, da Giovanna Cosenza sul suo blog). Ma, al di là delle singole brutte idee, noto che la pubblicità descrive in modo perfetto, anche se indiretto, una società debole, poco convinta dei suoi mezzi, in piena crisi di soldi e, soprattutto, di valori. Un esempio? Ci sono aziende che promuovono intimo per bambine (sì, bambine) con immagini di piccole donne fatali. A me la cosa ha dato il voltastomaco, ditemi se a voi fa lo stesso effetto: guardate qui. Non capisco proprio il motivo per cui io, persona sana di mente, dovrei vestire la mia piccola con quella biancheria ma immagino che ci siano genitori (che non invidio per nulla) che lo vogliono fare. La questione è un'altra, di principio e di Legge.

In Italia i minori di 14 anni non possono essere protagonisti di spot pubblicitari, lo prevede la Legge (art. 10, Legge 112/2004). Eppure si vedono decine di campagne pubblicitarie con minori, tutti i giorni (basta fare i casting e le foto all'estero). La questione è più ampia e più importante: i bambini vanno tutelati, nella loro privacy e nella loro immagine, sia per Legge che per autoregolamentazione di un settore. Quando io ho studiato per diventare giornalista, ho appreso i principi della Carta di Treviso: gli operatori dell'informazione avevano deciso di autoregolamentarsi per "difendere l'identità, la personalità e i diritti dei minorenni". Questa era davvero una grande idea. Qual'è il problema? Che dal 2006 ad oggi non se ne parla quasi più. Una conferma, indiretta, della crisi del giornalismo, al di là delle copie vendute.

Sui media, ogni giorno, decine di ragazzi e minorenni vengono sbattuti in prima pagina. L'immagine della povera Yara Gambirasio (13 anni) apparsa ovunque è quella in canottiera e micropantaloncini impegnata in una spaccata mentre fa ginnastica. Permettetemi, un'immagine che io non avrei mai pubblicato, indipendentemente da quelle messe a disposizione da genitori o inquirenti. E si tratta solo di un piccolo esempio. Viviamo in un'era in cui i minori sono bombardati di messaggi: la responsabilità di tutelarli sta non solo allo Stato ma anche a noi. Iniziando a protestare, anche solo con un messaggio su una bacheca aziendale su Facebook, facciamo qualcosa che vedono molti altri. Non so se porterà a qualche risultato. Quello di cui sono sicuro è che la foto di una bambina in lingerie pettinata come Amy Winehouse non ci mancherebbe affatto.

lunedì 25 luglio 2011

Autocritica, questa sconosciuta (per i media)


La crisi di credibilità e di identità dei media è, oggi, sotto gli occhi di tutti. Il caso di News of the World (ne ho già parlato qui) è ben lontano dall'essere chiarito in ogni suo punto ma, oggi, mi interessa parlare della notizia della settimana, ossia della strage norvegese. Ovviamente, non voglio parlare del caso in sé (mica mi occupo di cronaca nera, perché di questo di tratta) ma di come i media me l'hanno descritto. Sì, mi prendo come campione, "il lettore comune", e faccio una breve cronologia per spiegare i risultati di questa analisi.

  • 22 Luglio: appena saputo della notizia, sono andato a informarmi subito sui media: TV, giornali, Internet. E non ho trovato dieci ipotesi, ma una quasi certezza, esplicitata da questa tag: #fondamentalismoislamico. Basta fare, oggi, una ricerca con Google per trovare tutte queste notizie: Ansa, quasi tutti i quotidiani (vedi qui, qui e qui ma gli esempi sono molteplici) e i TG. Un coro quasi unanime che includeva, nello stesso calderone mediatico, vignette offensive e intervento militare in Afghanistan, Mullah residenti in Norvegia e varie minacce già confermate.
  • 23 Luglio: iniziano ad uscire le prime notizie confermate sul modus operandi e sull'attentatore. Viene fuori che è un biondo e alto norvegese, di estrema destra e, soprattutto, cattolico. I media, accortisi di aver preso una solenne cantonata frutto della voglia di sbattere il terrorista islamico in prima pagina, cosa fanno? Un bel mea culpa? Neanche per sogno, cambiano semplicemente una parte della tag: #fondamentalismocristiano (qui un esempio dei moltissimi, basta sempre Google). Cioè, è sempre la religione il tema centrale, la spiegazione di tutto. A me, come a tantissimi altri con cui parlo, sorgono grosse perplessità. Allora scrivo questo sulla mia bacheca di Facebook:

Riccardo Polesel

Leggo notizie sull'attentato di Oslo. Non capisco la priorità data alla questione religiosa dai media. Le vittime erano laburiste, mica musulmane. Ora cerco di capire meglio

  • 24 Luglio: le analisi sui media si fanno sempre più ampie, si pubblicano notizie sul presunto "fondamentalista cristiano" scoprendo che la questione religiosa ci azzecca poco o nulla. Questo tizio, questo pazzo, ha messo in giro numerose notizie su sé stesso, sulle sue idee, sui suoi progetti, fonti facili da trovare sulla rete. E i giornalisti non le hanno neanche cercate, buttandosi decisi sul facile luogo comune (questo post di Galatea spiega bene questo paradosso).
  • 25 Luglio, oggi: leggo il Corriere online e trovo questo editoriale, dal titolo roboante. Tra le righe, trovo questa frase: l'omicida di oltre 90 persone pare si sia definito «un fondamentalista cristiano», termine privo di qualsiasi senso. Giusto, un termine che non ha senso riferito a un caso in cui il tema religioso non ci azzecca quasi nulla. Allora mi spieghi: perché ci avete sguazzato per due giorni e mezzo su questa definizione "priva di qualsiasi senso"? Perché non ha espresso sabato quel dubbio che io, umile cittadino privo di iscrizione all'Ansa, mi sono permesso di fare? Perché, oggi, non fate una sana autocritica dopo aver preso non una ma due solenni cantonate?

Niente, il giornalismo continua a chiudersi in sé stesso, a difendere posizioni indifendibili con la solita arroganza, non capendo che è proprio questo il suo principale problema. Che continuino pure a sbattere le foto di giovani vittime in prima pagina e a dare uno spazio enorme alla cronaca nera usando i soliti luoghi comuni, spesso sbagliati e fuorvianti. Che continuino pure a perdere lettori, tanto il facile (e sbagliato) colpevole c'è già, ossia Internet (a breve mi aspetto il tag #fondamentalismodellarete, tanto per restare in tema). Che continuino pure a ignorare il fatto che il ruolo del giornalista, oggi, è più importante che mai, dato che la rete gli offre fonti di informazioni incredibili da poter analizzare in modo professionale e credibile per dare un vero valore aggiunto ai propri lettori. Che continuino pure. Prima o poi si sveglieranno con la metà delle copie di oggi e faranno una solenne autocritica. Sarà troppo tardi, mi sa. 

P.S. Il Guardian, che ha preso pure lui la sua bella cantonata, ha pubblicato un pezzo che riprende in parte le cose scritte qui sopra. Non citando mai il nome dell'attentatore, come ho fatto io (e non per caso)