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mercoledì 21 maggio 2014

Grilli, Vespe e fact checking

A margine della presenza di Beppe Grillo da Vespa (che non ho visto), vedo in giro un sacco di selfie dei due protagonisti (che non avrei voluto vedere) e leggo giudizi molteplici e numerosi. Se ogni tanto mi leggete, saprete quanto mi interessino giornalismo, fact checking e comunicazione politica. Ecco, tutte e tre queste passioni sono condensate in questo giudizio:
La cifra artistica della genialità di Grillo consiste proprio nell’aver definitivamente rottamato (anzi annichilito, vaporizzato, atomizzato) il concetto di fact checking in un paese che semplicemente non ha gli strumenti per discernere il vero dal verosimile.
Questa frase mi ha colpito per un motivo particolare: era l'unica dell'intero articolo (lo trovate qui) sul quale non concordassi per niente (il resto del pezzo è molto buono). Il fact checking in Italia è moribondo da decenni, semplicemente perché i giornalisti hanno perso le basi del loro lavoro. Grillo non ha rottamato nulla, ha fatto semplicemente come Berlusconi negli ultimi vent'anni: vai in diretta, vendi il prodotto con frase ad effetto, ripeti le cose più volte (o urlale, alla Grillo) e la pancia dei lettori/spettatori sarà saziata. Ha demonizzato per mesi l'ex cavaliere e la TV per poi utilizzarli entrambi per scopi che hanno un grosso limite: una tattica di brevissimo periodo. Nessuna strategia, nessun obiettivo, nessuna prospettiva di governo. Questo si è visto benissimo, nonostante i selfie del conduttore.

"La democrazia in diretta non funziona" si dice qui. Pienamente d'accordo. La differita metterebbe il giornalista in una posizione di vantaggio, avendo modo di verificare le informazioni. Se le TV vogliono la diretta, lo fanno anche loro per una tattica di brevissimo periodo: gli ascolti. I giornali avrebbero il tempo per fare quei controlli che rendono il fact checking una necessità per il giornalismo del futuro ma non li fanno, perché non interessano. Così dicono. Avete provato a leggere i dati delle vendite e degli ascolti? Sicuri sicuri che vada tutto bene così?

A mio modo di vedere, se qualcuno mi fa vedere, con metodo e preparazione specifica (il fact checking è cosa difficile da fare), che un politico mi ha raccontato un sacco di balle, non potrei fare a meno di ringraziarlo. Soprattutto nel caso di un giornalista. Dovrebbe essere il suo mestiere, non farsi le foto da solo con l'intervistato di turno.

giovedì 28 novembre 2013

Meno tweet, più qualità: mi do una regolata

Sostengo da sempre l'idea che la facilità di pubblicazione di qualsiasi cosa sui social media possa essere controproducente nel lungo periodo. La definirei "la sindrome di whatsapp": è gratuito, semplice da usare e veloce, troppo facile abusarne (come sa il mio povero telefono costretto a vibrare tantissimo alcune sere). Questo può andare a discapito della qualità delle informazioni che si veicolano verso chi ci segue. Ma c'è un altro aspetto: questa abbondanza di aggiornamenti eterogenei e diversificati può dare una percezione fuorviante di quello che siamo e quello che vogliamo dire verso l'esterno. Me l'ha fatto notare una persona che stimo: tutte quelle news davano l'idea che pubblicassi, pur in buona fede, tutto quello che mi passava in mente, senza filtri critici né riflessioni sufficientemente approfondite. Non era così, mi sono detto di getto. Pensandoci su, rileggendomi a freddo e leggendo altre riflessioni, non ho potuto non dargli ragione.

Per questo motivo, visto che parlo spesso dell'importanza delle policy per le aziende nella comunicazione, mi do io una policy, un'autoregolamentazione sulla mia attività sui social media. Voglio dare più qualità nelle cose che dico, scrivo e comunico, quello che ho sempre cercato di fare sul blog (i post esigono tempo, una notizia concreta e più di una riflessione). Per questo, mi do queste semplici regole:

  • Limitare i miei aggiornamenti di stato, selezionando accuratamente le cose che scrivo e dandomi un limite massimo giornaliero (al massimo 5 tweet e 2 aggiornamenti di stato su Facebook e Google+, se in alcuni giorni non ho niente da dire va bene così).
  • Prendermi un tempo minimo di riflessione: pubblicare la mattina presto dopo aver riflettuto la sera oppure pubblicare la sera dopo averci pensato durante la giornata, davanti a un caffè o in un momento di pausa dal lavoro.
  • Puntare alla massima qualità: ogni cosa che scrivo deve essere potenzialmente utile per chi mi legge, ogni foto che pubblico deve avere un livello accettabile di creatività.
Essere online è una parte della mia vita attuale e non ritengo obiettivamente di averla vissuta male o di averne abusato. Però è giusto, ogni tanto, esaminarsi un pochino dall'esterno e provare a giudicarsi senza filtri né facili autoassoluzioni. Io ci provo e vediamo come va. Scommetto da sempre sulla qualità delle informazioni che comunico e non sulla quantità. Continuerò a farlo, con ancora più consapevolezza.  

venerdì 15 novembre 2013

Le notizie serie funzionano come quelle meno serie

Scrivevo questo quasi un anno fa:
Il giornalismo ha un futuro se offre qualità. In termini di quantità e velocità delle news, ci sono ormai altre fonti con prestazioni inarrivabili per una testata giornalistica: a noi lettori serve controllo, verifica, metodo, interpretazione, selezione. Non ci serve uno scoop, ci serve una mano per capire il mondo. Ma la qualità non è per nulla in conflitto con la semplicità.
Un mio pallino da sempre, quello che il futuro dell'informazione non sta solo in storie brevi, divertenti, di facile impatto (gattini e affini, insomma) ma anche nella qualità. Tante volte accade un po' di sconforto quando vedi tanti "boxini morbosi" sulla parte destra di onoratissimi portali di informazione. Però, ogni tanto, ti arrivano delle conferme importanti e oggettive, condite con parole di persone che stimi, che forse il futuro vero è quello che intravedi tu. Annalee Newitz, citata da Giuseppe Granieri, dice cose che confortano in questo senso. E una ricerca, citata qui, segnala una controtendenza importante:
We’ve heard this a lot lately: Fun stories, not serious stories, work on social media.
But we’ve found otherwise. You can shape serious stories to make them shareable and more informative for the public. We’re not talking about watering down serious journalism — we’re talking about crafting stories for the digital audience.   
Creare storie in modo nuovo per nuovi lettori e un nuovo modo di leggere. Questa è la sfida che sembra funzionare già oggi. Ci stiamo ancora lavorando, per carità. Ma intanto godiamoci questa bella notizia. E buon venerdì.

mercoledì 30 ottobre 2013

Cose che contano e che non possono essere contate


I numeri non sono tutto, anzi diventano pericolosi se diventano l'unica cosa alla quale si corre dietro. Si rischia di essere attratti da sistemi e scorciatoie che permettono di avere numeri gonfiati ma del tutto inutili se si guarda alla sostanza. Gli obiettivi professionali e aziendali non possono limitarsi a un numero, perché questo conta ma non è tutto. Come la pesi la qualità di un'informazione, di un prodotto, di una persona? I fattori sono tanti, alcuni non sono numerabili esattamente. Correre dietro a profitti, follower, amici, articoli pubblicati, mentions e tante altre cose è utile se fatto con professionalità, serietà e buon senso. Come le pesi queste cose? Si tratta di un'analisi lunga, con parametri oggettivi e soggettivi, non si scappa.

"La fabbrica non può guardare solo all'indice dei profitti. Deve distribuire ricchezza, cultura, servizi, democrazia" diceva Adriano Olivetti, di cui ho guardato la serie sulla RAI e della cui vita approfondirò molte cose perché finora, semplicemente, non l'ho fatto. Sostituite "fabbrica" con "professionista" e ottenete lo stesso risultato. Guardando solo ai profitti o ai numeri, si scelgono inevitabilmente le vie che sembrano e ripeto sembrano, più facili per ottenere risultati di breve, brevissimo periodo. Si investe poco sulla qualità e su tante altre cose meno tangibili ma altrettanto importanti. Ora viviamo una specie di ideologia legata ai numeri semplicemente perché li abbiamo lì', tanti, facili, ci pensano le macchine a fare il lavoro sporco. E, ripeto, è facile esserne affascinati e convincersi che possono darci tutte le risposte. Non è così. Ci dicono tanto (vedi anche qui), non tutto.

Per ottenere certi risultati servono anche cose come empatia, intuito (vedi qui), fiducia, sicurezza nei propri mezzi e sincerità nei confronti di chi ci guarda, ci legge, ci valuta. Cose non pesabili ma che contano e contano tanto.

lunedì 2 aprile 2012

Pinterest? Ci sono altre priorità


Seguire le mode non è quasi mai una buona idea, specialmente nella comunicazione online. Si tratta di uno dei miei cavalli di battaglia, perché lo scenario è sempre questo: un imprenditore legge di un nuovo strumento di comunicazione e/o Social Network su qualche quotidiano, mi chiede un parere, io gli consiglio di guardarsi il suo sito, lui si accorge che non va bene e mi chiede se valga la pena aggiornarlo quando c'è "the next big thing". Il problema è sempre quello: non essendoci in Italia una cultura della comunicazione, ci si affida a quello che si legge sui giornali o sui siti. L'ultima moda in ordine di tempo è Pinterest. Non sapete cos'è? Ve lo spiega Pier Luca Santoro, ma online ne trovate molti di post dedicati a questo nuovo Social Network. A me non è mai piaciuto, perché non fa quello di cui molti di noi hanno bisogno: razionalizzare e ordinare le numerose informazioni che troviamo online, dando priorità a qualità, cura e importanza. Qui si mette insieme tutto: farlo è molto divertente, ma è utile?

Le PMI hanno bisogno di capire come si comunica online e si deve partire sempre dalle basi. Una conferma eccellente di questo approccio realista la offre Luca Conti, un punto di riferimento stabile per chiunque in Italia voglia conoscere come si comunica online. "Mostrare la pepita di Pinterest a gente che non ha ancora capito come funziona un sito web e una Pagina su Facebook, è fumo negli occhi" scrive sul suo post di oggi. Una frase da stampare e appendere vicino alla scrivania. Perché siamo sommersi da news e infografiche che magnificano le doti del nuovo che avanza. Ma queste derivano dalla volontà di parlare del nuovo da parte degli addetti ai lavori, non da una necessità reale delle aziende. In più, Luca evidenzia un punto che ho toccato qualche giorno fa: non c'è una metodologia chiara e autorevole per fare un'infografica. Non sono segnalate le fonti, i grafici sono troppo semplificati, tanto per dirne due. Certe volte, la forma prende quasi tutto, lasciando le briciole alla sostanza. Non è quello di cui le aziende, ma anche le persone, hanno bisogno.

So perfettamente che negli ultimi giorno sto scrivendo spesso le stesse cose (l'età avanza, purtroppo) ma noto che è un problema piuttosto urgente. Le persone e le aziende su Internet devono dare una sola cosa, prima di tutto: credibilità. Il che vuol dire notizie affidabili, fonti certe, dati verificabili. In questo senso, Pinterest è uno strumento troppo giovane, come minimo, per essere la risposta alle necessità di una PMI italiana. Anche noi addetti ai lavori dobbiamo fare autocritica: ci facciamo prendere un po' troppo dalle mode, in buona fede semplicemente perché abbiamo voglia di esplorare nuovi posti e vedere nuovi orizzonti. Ma i nuovi sentieri devono essere conosciuti bene, provati e tracciati su una mappa prima di essere davvero utili. Come dice Luca Conti, la fuga in avanti di un'avanguardia non serve a nulla se non è utile per il resto della carovana. E quest'ultima ha bisogno di cavalli in forma e ruote solide prima di intraprendere qualsiasi viaggio.

lunedì 3 ottobre 2011

Internet e sostenibilità: una storia d'amore?

Il fine settimana che arriva farò un intervento al KnowCamp di Modena, parlando di cultura e di comunicazione nel settore delle energie rinnovabili. Quello che mi interessa sottolineare è che, in un settore di indubbio interesse per ogni cittadino che usi l'energia elettrica e il riscaldamento in casa, c'è pochissima cultura. Le persone non sanno la differenza tra un pannello solare termico e uno fotovoltaico, non sanno cosa sia la geotermia (e l'Italia è il Paese geotermico per eccellenza nell'Europa continentale), non sono consapevoli di come si possano sfruttare le biomasse, ossia gli scarti vegetali e animali, per produrre energia. E non per colpa loro. Spesso ci si ferma alla paura dell'inquinamento, acustico o odoroso, quasi come se i gas di scarico dei combustibili fossili non fossero nocivi.

Io mi sono chiesto: chi deve informare i cittadini? Gli enti e le imprese. Chi deve far crescere questo settore per creare una sostenibilità economica, oltre che ambientale? Le aziende. E cosa fanno per creare una "cultura verde"? Non molto, in verità. Prendiamo il caso di Internet, uno strumento formidabile per promuovere in modo adeguato un tema relativamente nuovo e complesso come quello delle energie rinnovabili, della sostenibilità, dell'impatto ambientale. Ecco qualche dato emerso dall'analisi dei siti di un campione di 120 imprese italiane che hanno partecipato a Solarexpo 2011:
  • Metà delle aziende italiane hanno un sito Internet "fatto bene", il resto sono portali vecchi e poco usabili;
  • Metà delle imprese non aggiorna i propri siti, lasciando le notizie del 2010 o del 2009 come principali. 
  • I contenuti sono frutto di veloci copia e incolla, poco curati e poco di impatto verso gli utenti.
  • Solo il 13% dei siti prevede collegamenti con i Social Network (un anno fa erano il 9%, la crescita c'è ma è molto lenta).
Stanno perdendo un'occasione? Che consigli si possono dare a quelle aziende? La presentazione qui sotto è un'anticipazione dei temi che approfondirò al KnowCamp. Vi aspetto a Modena sabato 9 Ottobre per discuterne insieme.

giovedì 22 settembre 2011

Fare luce sulle rinnovabili: meno filosofia, più informazione

L'era digitale ci offre talmente tante informazioni che spesso conosciamo più il superfluo dell'utile. Viviamo in un periodo in cui la produzione di dati e contenuti è elevatissima, vista la facilità con cui si possono creare e distribuire, ma dove ci lamentiamo sempre per la scarsa qualità degli stessi dati e contenuti. Si tratta di un dato di fatto, di cui ho già parlato in passato. Una produzione informativa imponente che si accompagna a una qualità media molto bassa. Ci arrivano un sacco di input ma pochi sono quelli realmente importanti. Il giornalismo del futuro avrà proprio questo compito, una sorta di ritorno al passato: invece di aspettare che siano le notizie ad arrivare nelle redazioni, saranno i giornalisti stessi a cercarle, selezionando le fonti e il peso delle notizie (il Wall Street Journal prova a mettere le notizie su Facebook, intanto). Perché noi cittadini sui nostri smartphone evoluti ma pur sempre piccolini cercheremo qualità in modo semplice e veloce (ne avevo già parlato qui).

Un esempio lampante di questa abbondanza di informazioni di scarsa qualità è il settore delle energie rinnovabili. Se ne parla tantissimo, si leggono notizie ovunque, in realtà il singolo cittadino ne sa molto poco. Qualche esempio:
  • Qual'è l'energia rinnovabile che contribuisce maggiormente alla produzione di energia elettrica? Non è il solare fotovoltaico né l'eolico ma, e di gran lunga, le centrali idroelettriche (16% sul 22,8% complessivo di produzione di elettricità "pulita"). Quanti articoli avete letto in merito?
  • Sapete la differenza tra pannelli solari termici e pannelli solari fotovoltaici? Niente di complicato, i primi producono acqua calda, i secondi elettricità. Qualcuno ve lo aveva mai detto?
  • Sapreste spiegare in modo semplice come le biomasse, ossia gli scarti vegetali e animali della produzione, possano creare biogas ed energia elettrica? Se sì, siete in pochissimi.  
  • Sapete che le quasi sconosciute bioenergie contribuiscono alla produzione di elettricità in Italia tanto quanto le famose pale eoliche (ognuna con il 2,7% della produzione totale)? Sono sicuro che pensavate diversamente.
  • L'incentivazione verso il fotovoltaico produce un aumento delle bollette? Sono sicuro che l'avete letto spesso, provate invece a valutare quanto dicono qui, anche solo per riflettere.
Si tratta di temi importanti, che hanno direttamente a che fare con il modo in cui produrremo energia tutelando l'ambiente e il pianeta dove viviamo. Dovrebbero essere informazioni di uso comune, invece si legge molta filosofia (specialmente dopo il disastro di Fukushima) e poche informazioni utili. Le aziende stesse che sono attive nel settore delle energie rinnovabili non sono esenti da colpe. Veicolano informazioni poco omogenee, troppo tecniche o troppo generiche, con mezzi poco adeguati agli standard di comunicazione di oggi.

Sto ultimando una ricerca sulla presenza online delle società che operano nel settore delle energie pulite. Il tutto fatto con Excel e tanto tempo extralavorativo. Volete avere qualche dato? Quella del 2010 la trovate qui. Si preannuncia qualche sorpresa, in un anno cambiano molte cose. Il dato che rimane immutato è che non c'è grande interesse a fare un certo tipo di comunicazione formativa in tema ambientale. In Italia abbiamo bisogno di cultura su questi temi perché abbiamo un patrimonio di sole, vento, acqua e biomasse enorme, tutto da sfruttare. E dobbiamo esserne consapevoli. Qualcuno nei media tradizionali ci prova pure (vedi qui, 24 visualizzazioni), con risultati non troppo esaltanti. Come disse Oscar Wilde, abbiamo "un'insaziabile curiosità di conoscere tutto, tranne ciò che vale la pena conoscere".

giovedì 1 settembre 2011

La passione dell'algoritmo per la qualità

La qualità paga, sempre. Magari ci mette un po' di tempo, magari ti fa andare in bestia vedere che altra gente spende meno tempo e meno attenzione di te su molti particolari del tuo lavoro e ottiene buoni risultati. Ma se si vuol essere sicuri di ottenere un risultato, puntare sulla qualità è sempre un'ottima soluzione. Intendiamoci, può essere positivo o negativo, mica viviamo in un mondo perfetto. Ma avendoci messo tutto quello che avevi, ti porterà comunque delle indicazioni fondamentali (compresa quella che stai forse sbagliando qualcosa).

Questo assunto è particolarmente importante per i contenuti sul Web e due notizie di cronaca d'agosto portano alla ribalta l'importanza della qualità in quest'ambito. Come segnala un post del sempre ottimo Tagliablog, Google sta introducendo un nuovo algoritmo di ricerca, denominato Google Panda, che vuole aiutare gli utenti a trovare nelle loro ricerche contenuti "high quality". Un attimo: come fa un modello matematico, per quanto evoluto, a decidere quali sono le informazioni di qualità? Provano a spiegarlo qui, ammettendo alla fine che è molto, molto difficile. I parametri più interessanti per determinare la qualità tra quelli citati sono questi:
  1. Evitare duplicazioni di informazioni e testi ripetitivi e ridondanti;
  2. Evitare errori di ortografia e sintassi;
  3. Realizzare contenuti e ricerche originali, non copiati da altre parti;
  4. Evitare troppi spazi pubblicitari all'interno dei contenuti;
  5. Realizzare una completa e precisa descrizione del tema che si sta affrontando;
  6. Valorizzare gli autori dei contenuti e la loro competenza in materia;
  7. Analizzare gli input dati dagli utenti, in termini quantitativi (numero visitatori, tempo di permanenza sul sito, etc.) e qualitativi (commenti, suggerimenti, critiche, etc.).
Pur essendo sicuro che i contenuti realmente validi possano essere valutati davvero solo da una mente umana, almeno per il momento, restano indicazioni molto utili e pienamente condivisibili. Perché la via tracciata per i motori di ricerca del futuro prossimo si riassume in "diamo sempre maggiore qualità ai nostri utenti". Parlo al plurale e non è un refuso, giusto per restare coerenti col punto 2. Anche Bing, il motore di ricerca di Microsoft, sta andando nella stessa direzione. Una delle prove è questo documento, anch'esso realizzato per segnalare agli utenti l'importanza di creare contenuti di qualità per essere trovati più facilmente. I consigli sono molto simili a quelli già segnalati, si aggiunge il fatto di non mettere video troppo lunghi (concordo) e di evitare l'utilizzo di strumenti di traduzione automatica perché le lingue vanno trattate con molta attenzione (sottoscrivo).

Non voglio addentrarmi di più sulla questione, non sono un esperto di SEO e sono un accanito sostenitore dell'assunto "a ognuno il suo mestiere". Tuttavia questa ricerca di qualità nel grande mare dei contenuti che è, oggi, Internet non può lasciarmi indifferente. In un post di qualche tempo fa (Giugno 2010) sottolineavo come fossimo in un momento di passaggio (tra vecchi e nuovi media) ma che i contenuti di qualità erano destinati ad emergere per diventare sempre più protagonisti. Sono contento che Google e Microsoft, perennemente in guerra fredda, siano concordi su questo. L'algoritmo ha preso punti oggi ma io preferisco sempre, e di gran lunga, l'uomo, soprattutto colui che scrive quei contenuti di qualità.


Photo credits: Flickr, Beniamino Baj

martedì 22 giugno 2010

Content is king, curation is queen

Parto da un "provocatorio" articolo che ho trovato su Business Insider: "Content Is No Longer King: Curation Is King". Secondo l'autore (ringrazio lafra che l'ha segnalato su Friendfeed), i contenuti regnavano quando erano scarsi, di qualità, come un articolo sul NY Times, i film della Miramax e il resto del "best of the best". Ora, sul Web, c'è sovrabbondanza di contenuti per cui il re è cambiato, è la "cura" dei contenuti a sedere ora sul trono. Questo approccio, volutamente provocatorio, non mi trova del tutto d'accordo. Ho sempre pensato che il contenuto, per regnare, doveva essere per forza qualcosa di curato, di qualità, di interessante. Doveva avere, appunto, quei "quarti di nobiltà" che lo facevano emergere dal resto, per farlo diventare un fattore decisivo per convincere una persona a leggerlo, ascoltarlo, vederlo.

I contenuti devono "contenere" qualcosa da dire e devono comunicarlo bene, con cura. Non sono qualsiasi cosa messa sul Web, come non erano qualsiasi cosa pubblicata sulla carta stampata né qualsiasi cosa trasmessa in TV. Mica prima c'erano solo il NY Times e la Miramax. In un mare magnum di quotidiani, riviste, serie televisive, film, programmi TV e radio, si sceglievano le fonti da consultare in base a parametri di serietà, autorevolezza, cura e innovazione. Sul Web sta accadendo la stessa cosa. Siamo ancora in una fase di espansione, un momento di passaggio in cui i contenuti di qualità emergeranno per diventare sempre più protagonisti. Comunicare non è trasmettere un'informazione, ma "far conoscere". E' un compito difficile perché si deve creare un legame forte tra chi parla e chi ascolta. E questo può succedere solo se si tratta di contenuti realizzati con cura. Content is king, curation is queen. And kingdom come.

P.S. Trovato anche un interessante contributo sul tema di Kristina Halvorson (grazie a Cristina Mariani per la segnalazione).